sabato 20 giugno 2015

LA LEGGENDA DEL GRANDE PADRE

La Leggenda del Grande Padre


Il vento turbinava incessante e freddo portando con sé i fiocchi di neve candida che sembravano danzare nell'aria come tante farfalle bianche, senza riuscire a posarsi, malgrado la terra ne fosse ormai ricoperta di uno strato spesso e perenne.
Edward, con il fiato che si condensava in tante nuvolette, si fermò un attimo a guardarsi intorno cercando di distinguere nella tormenta qualche punto di riferimento per evitare di perdersi. Davanti a sé l' ampia pianura si perdeva a vista d'occhio, tutta uguale e tutta maledettamente bianca e fredda.
Vestito interamente di pellicce per difendersi dal gelo, solo gli occhi verdi e profondi spuntavano dalla sciarpa e dal cappuccio che gli proteggevano la testa.
Seth, il suo amico lupo, dallo spesso mantello morbido e folto dalle molte tonalità di grigio e gli occhi di ghiaccio, cercò di attirare la sua attenzione dandogli impaziente una colpo contro la mano con il muso tutto bianco. Lui sapeva benissimo che non conveniva rimanere fermi ed esposti alla vista di chiunque troppo a lungo.
Da quando il meteorite era caduto sulla terra cinque generazioni prima, il modo di vivere degli uomini era drasticamente cambiato, così come il clima diventato gelido e inospitale.
Il pianeta, su cui ormai l'uomo era diventato un animale raro, a causa dell'impatto fortissimo, si era allontanato dal sole e adesso era costantemente avvolto da una nuvola di polvere e neve che non lasciava passare mai il calore necessario a sciogliere quel manto di ghiaccio ormai perenne.
I raggi del sole, non riuscivano a penetrare quella fredda barriera e gli uomini, ormai allo sbando, avevano dimenticato il vecchio modo di vivere e la tecnologia ritornando indietro nel tempo ad uno stile si vita assai più primitivo.
Tutto era cambiato e tutto era stato dimenticato, poiché la maggioranza della popolazione umana si era estinta nell'impatto e la restante era sopravvissuta a stenti e fatica.
Il nonno di Edward, quando quest'ultimo era ancora un bambino curioso, gli aveva raccontato molte favole a sua volta ereditate dal nonno di suo nonno. Parlavano di strani oggetti costruiti di ferro in grado di camminare da soli, di scatole parlanti e di uccelli che sfrecciavano nel cielo lasciando lunghe scie bianche, ma soprattutto di prati fioriti e cieli azzurri illuminati dai raggi ridenti del sole. E del caldo, quel desiderio perenne e quella sensazione ormai dimenticata , che avrebbe permesso di girare loro senza pellicce addosso e il germogliare della pianura che li circondava in mille colori invece dell'attuale distesa perennemente bianca.
Edward amava quelle favole inventate, che si tramandavano da generazione in generazione, amava le fantasie che creavano nella sua mente e le ascoltava avidamente sognando un mondo diverso mentre aiutava la mamma a cucire o conciare le pelli, oppure quando più grande accompagnava il padre a raccogliere la legna o imparava la difficile arte della caccia.
Era nato venticinque anni prima in un piccolo villaggio poco lontano da quello in cui adesso viveva e dove le poche persone che formavano quella ristretta comunità condividevano tutto per cercare di sopravvivere. Adesso ormai adulto era sposato con Bella, una delle poche ragazze originarie del villaggio, e aveva una bambina dal nome Renesmee che aveva festeggiato poche settimane prima i dieci anni. Una piccola donna. Una delle rare speranze di sopravvivenza del villaggio e del genere umano.

Edward la mattina precedente aveva preso alcune provviste e baciato sulla fronte le due donne che amava più della sua vita poi, con Seth, si era allontanato senza più girarsi diretto verso l'ampio bosco alla base delle montagne.
Bella, dal canto suo, lo aveva salutato con le lacrime agli occhi per la paura di non rivederlo più ma sapeva anche che, se uscire dal villaggio in cui vivevano era pericoloso, non andare a caccia significava morire di fame. E così, malgrado i rischi a cui si esponeva tute le volte, Edward aveva dovuto partire ed affrontare il freddo e i pericoli che quelle scorribande celavano costantemente. Per Bella l'unica consolazione era che con lui c'era Seth, il fedele compagno di avventure con cui Edward era cresciuto.
Il lupo che lui considerava ed amava come un fratello. Il lupo pronto a sacrificare la vita pur di difendere il suo padrone e la sua famiglia.

“Si Seth. Purtroppo non riusciremo ad arrivare al villaggio prima che la luce svanisca. E' ancora troppo lontano e non mi va di accamparmi nella pianura per passare la notte, è troppo esposta ai pericoli. Andiamo a cercare un posto che ci permetta di proteggerci da questa tormenta e dal freddo di questa notte. Domani con il chiaro potremo finalmente tornare a casa.”
Poi con un sospiro Edward si girò e rientrò nel fitto bosco che aveva lasciato alle sue spalle. Accamparsi in quella bianca e uniforme distesa sarebbe stato da pazzi, mentre lì sicuramente avrebbe trovato qualcosa per nascondersi dal freddo e dai pericoli che l 'avvento di quella nuova era aveva portato con sé.
Non solo il meteorite aveva sconvolto la vita sulla terra e distrutto la civiltà umana, ma l'aveva arricchita di una nuova razza pericolosa e bellicosa: gli Uomini-Serpe.
Con il corpo simile a quello umano, questi nuovi e inopportuni inquilini, abituati a vivere nascosti nelle profondità della terra, si erano subito ambientati colonizzando il pianeta malgrado il clima rigido. Scavavano, infatti, le loro tane nelle profondità del terreno dove il gelo non riusciva a penetrare e ne uscivano soltanto per depredare i villaggi dei pochi umani superstiti. Edward, come tutti, non sapeva esattamente il perché lo facessero, ma gli Uomini-Serpe, chiamati così a causa della loro pelle che sembrava ricoperta di squame verdognole, attaccavano i villaggi senza rubare nulla, solo uccidendo gli adulti e portandosi via con sé i bambini.
Quale fosse la sorte di quelle povere creature innocenti rapite, nessuno lo sapeva.
E nessuno poteva o voleva scoprirlo perché nessun adulto sopravviveva mai ai saccheggi dei villaggi per cercare di svelare il mistero.
Erano poco più di bestie, feroci e crudeli e gli uomini armati di piccole lance, coltelli di selce e qualche antica arma di ferro sopravvissuta al meteorite, cercavano di difendersi costruendo villaggi fortificati, in modo da impedire il loro ingresso all'interno.
Villaggi proprio come quello che Edward aveva lasciato quella mattina per andare a caccia nel bosco, l'unico luogo ancora abitato da qualche raro animale.
Era stato fortunato ad imbattersi velocemente nel camoscio che adesso si trascinava dietro legato ad un palo e quando trovò uno spuntone roccioso tanto grande da potersi rannicchiare sotto per proteggersi dalla neve e dal vento freddo, Edward iniziò a scuoiare e pulire la sua preda. Portarsi dietro solo le parti utili gli avrebbe risparmiato parecchia fatica il giorno dopo e gli avrebbe permesso di attraversare più velocemente la pianura, esposta e pericolosa.
Con il coltello levò, con meticolosa attenzione per non danneggiarla, la pelle sfregandola poi con forza sulla terra e il pietrisco in modo da ripulirla il più possibile.
La carne invece la fece tutta a piccoli bocconi, prestando la massima perizia per non sprecare nemmeno una piccola parte del suo prezioso bottino.
Finita quella lunga e faticosa operazione per premio si arrostì qualche succulento bocconcino sul piccolo fuocherello fatto di legnetti secchi. E ovviamente qualche boccone crudo lo elargì volentieri a Seth insieme a qualche osso da sgranocchiarsi. In fondo era stato lui a fare il lavoro più difficile trovando con il suo fiuto e abbattendo con la sua agilità e potenza la preda per il suo amico umano.
Il resto del bottino invece fu seppellito nella neve in modo che congelasse e non andasse a male. A casa Bella lo avrebbe scongelato di volta in volta per cucinarlo mentre una buona parte sarebbe stato donato ai vicini del villaggio che a sua volta avrebbero all'occorrenza elargito erbe medicinali, pelli, legna e tutto quello di cui avrebbero avuto bisogno. La condivisione delle risorse era infatti il modo più comodo e più semplice, per sopravvivere tutti in quel clima ostile. La piccola comunità sapeva che aiutarsi l'un con l'altro era l'unico modo per poter affrontare gli ostacoli che ogni giorno mettevano a rischio la loro vita. E come tutte le altre cose anche i loro figli, piccoli miracoli di vita, venivano accuditi e cresciuti in comunità e assieme avrebbero vissuto o sarebbero morti.

La notte passò veloce ed Eward ancora una volta ringraziò la presenza di Seth che rannicchiato vicino a lui sotto la coperta contribuì a scaldarlo abbastanza da consentigli di non perdere una mano o un piede a causa del gelo, e la mattina, mettendosi sulle spalle lo zaino, adesso molto più grosso e pesante a causa della carne congelata, riprese il cammino con la tenue luce che gli illuminava la pianura davanti a sé.

Dopo pochi passi fatti sulla quella piatta distesa di neve lui si voltò a guardare le montagne dietro alle sue spalle. Sembravano tanti denti aguzzi che si stagliavano lontani e scuri contro il cielo. Un giorno sarebbe salito lassù, si disse, solo per poter vedere cosa c'era oltre e se quel pazzo di Mike aveva raccontato la verità.
Il suo amico infatti sosteneva con veemenza di aver incontrato alcuni anni prima un vecchio, poi spirato fra le sue braccia, che gli aveva narrato di un posto al di là delle cime montuose dove il terreno era completamente verde e il sole illuminava e scaldava la valle da lui chiamata Eden.
Ma Edward era sicuro che l'Eden non esistesse e che il vecchio avesse delirato in punto di morte. E poi valicare le montagne era impossibile, si disse con un sospiro, volgendo i piedi e la mente nuovamente verso casa e il suo amore che l'attendeva.


A metterlo in allerta fu per prima la colonna di fumo scura che scorse all'orizzonte, poi il comportamento di Seth che con il pelo dritto annusava per terra e nell'aria emettendo bassi ringhi di paura.
Il fumo. Edward non poteva sbagliarsi. La striscia grigia e densa che si alzava nel cielo da dove avrebbe dovuto esserci il suo villaggio era troppo grande e scura per rientrare nella normalità.
Con la paura come compagna, il cuore che batteva tanto forte da rimbombargli nelle orecchie, l'adrenalina che scorreva impetuosa nelle vene, iniziò una folle corsa per raggiungere la sua famiglia. Non si guardò più in giro, smise di controllare e nascondersi per la paura degli uomini-serpe. L'unica cosa che contava era correre da loro. Era poter riabbracciare sua moglie e sua figlia.
Seth più agile e leggero lo precedette ed Edward lo vide sparire dietro alle porte sfondate della recinzione che avrebbe dovuto proteggere gli abitanti e tenere fuori i nemici.
Senza fermarsi in preda ad un terrore cieco, si fiondò dentro per poi immobilizzarsi di colpo.
Le capanne bruciavano e i corpi dei sui amici erano sparsi per terra riversi nella desolazione della morte. Gli occhi gli bruciavano. Forse era colpa del fumo o forse più probabilmente si stava rendendo conto dell'accaduto.
Stava infatti iniziando a realizzare che ciò che aveva lasciato il giorno prima non c'era più.
Con le guance rigate di lacrime salate che cristallizzavano irrigidendo la sciarpa, Edward iniziò ad avanzare lentamente guardandosi intorno sotto shock pregando che qualcuno lo svegliasse da quell'incubo orrendo.
Furono i guaiti disperati di Seth ad attirare la sua attenzione. Il lupo accucciato per terra piangeva sommessamente leccando il viso della sua padrona.
“Bellaaa!”
L'urlo gli uscì dalla gola con la voce roca mentre in preda alla disperazione si precipitò, verso il corpo riverso di sua moglie: della donna che amava, della sua compagna di vita, di colei che aveva generato la sua bambina.
Bella era immobile.
Il corpo semi assiderato coperto dalla neve la faceva assomigliare ad una bambola di ceramica ed era talmente bianca in viso da sembrare una macabra scultura di ghiaccio.
Con dolcezza, Edward l'abbracciò stringendola convulsamente a sé, baciandole le guance gelide, cercando di riscaldare quel corpo freddo e immobile con il suo.
“Bella” ripeté singhiozzando accarezzandole e spostandole dal viso esanime i lunghi capelli marroni coperti di cristalli bianchi.
“Ed...ward” il suo sussurro fu poco più di un mormorio indistinguibile nel vento.
“Bella sono qua. Resisti tesoro.” le rispose lui sollevato e disperato nel contempo mentre si apriva la giacca di pelliccia per scaldarla con il tepore del suo corpo.
“Per me è troppo tardi. Non sento più nulla. Vai via Edward. Corri a cercare la nostra Renesmee, la nostra bambina” mormorò lei con un filo di voce impercettibile cercando di alzare le palpebre pesanti per guardare un ultima volta in viso il suo amore. Poi con un ultimo sforzo che sembrava titanico, incerta e tremante alzò un braccio per sentire il calore del suo viso, il profilo della sua mandibola squadrata, le lunghe ciglia che valorizzavano i suoi occhi verdi e magnetici che l'avevano fatta innamorare di quel ragazzo del villaggio vicino con cui il padre scambiava beni.
“Adesso penso a tè. Costruisco una capanna, ti accendo un fuoco...” come poteva chiedergli di lasciarla lì a morire? Lui doveva salvarla!
“Sto morendo amore mio. Per me è ormai troppo tardi. Il mio corpo è spezzato e congelato. Ma la nostra Renesmee è viva. Gli Uomini-Serpe hanno catturato anche lei insieme agli altri bambini. Devi trovarla! Devi salvare il frutto del nostro amore... ti prego. ”
Edward la guardò sconvolto sentendola tremare violentemente mentre stringeva forte la sua mano gelata per cercare di trattenerla con sé. Non era pronto a lasciarla andare via, ma Bella con un ultimo soffio di vita e un sorriso stentato gli mormorò con un filo di voce “ Addio, Edward, adesso devo proprio andare...” poi con un ultimo gemito soffocato spirò fra le sue braccia.


Sconvolto da quella perdita, piangendo sommessamente, continuando a stringerla a sé con la speranza che si svegliasse nuovamente, che non lo abbandonasse, Edward rimase lunghi minuti con il corpo di sua moglie adagiato fra le braccia, incapace di lasciarlo, incapace di arrendersi all'evidenza. La chiamava e l'accarezzava in lacrime nel tentativo disperato di richiamarla indietro.
Ma lei era morta. Il suo amore non c'era più. Lo aveva lasciato.
Sarebbe stato tanto facile sdraiarsi lì al suo fianco ed aspettare che il freddo prendesse anche lui portandolo dove era andata lei. Tanto semplice e confortante ma completamente assurdo.
Aveva una figlia ancora viva. Aveva la sua bambina per cui continuare a vivere e per cui lottare.
Gli Uomini-Serpe, l' avevano catturata e lui Edward l' avrebbe liberata. Lo doveva a Bella, lo doveva al loro amore ormai distrutto.

Ecco perché con la forza della disperazione scavò il più velocemente possibile nella terra gelata una fossa dove calare il corpo della sua Bella, ecco perché con le mani ancora sanguinanti e il dolore per compagno, senza perdere altro tempo se non quello di recuperare qualche oggetto utile, si mise con Seth sulle tracce di quelle bestie assassine.

Il lupo gli faceva strada. Se la neve che continuava a cadere incessante copriva le orme dei rapitori, il naso di Seth non si faceva ingannare e seguiva il loro odore caratteristico senza difficoltà.
Avevano diverse ore di vantaggio ma lui non si sarebbe arreso. Avrebbe corso fino allo sfinimento, avrebbe lottato e forse sarebbe morto nel tentativo di salvare la sua bambina. Non avrebbe abbandonato il frutto del suo amore al suo destino, né lei né gli altri piccoli che si erano portati via.
Gli uomini-serpe avrebbero pagato per quello che avevano commesso, lui Edward Cullen avrebbe ucciso e avrebbe riportato a casa, a qualsiasi costo, sua figlia !

Edward correva incurante del tempo che passava e del buio che sopraggiungeva. Neppure quando calò la notte si fermò. L'unica pausa che si concesse a metà pomeriggio fu per bere un po' d'acqua e per spartirsi qualche pezzetto di carne affumicata prelevata dai resti delle capanne, con Seth, poi sempre seguendo il suo lupo riprese implacabile e instancabile la caccia.

La neve cadeva lenta. Il vento si era leggermente placato ed il grosso cratere, dove avevano le tane gli Uomini- Serpe, era ormai vicino, ma questo lui non poteva saperlo.

Edward si fermò per prendere fiato e stirare la schiena indolenzita dal peso dello zaino. Poi tirata fuori un bicchiere sciolse un po' di neve da poter bere per lui e Seth.
I bambini non erano lontani visto che poteva vedere alcune tracce non ancora coperte dalla neve lasciate dal piccolo gruppo che stava inseguendo.
Probabilmente si trovavano dietro alla collina che in quel momento gli faceva da riparo. Ma se voleva affrontare quelle bestie con una minima speranza di successo, doveva essere riposato e lucido. La cosa più difficile fu tenere Seth al suo fianco tranquillo, perché il lupo con il pelo dritto continuava a ringhiare sommessamente annusando l'aria e guardandosi intorno con gli occhi semi chiusi come se scrutasse la morte in arrivo.
Era un guerriero e come tale voleva affondare i suoi denti nella gola di chi aveva osato fare del male alla sua famiglia adottiva.

Edward dopo essersi rifocillato e riposato si affacciò strisciando lentamente dalla cima dell'altura che lo proteggeva dai loro sguardi. E li vide. Vide i bambini e la sua Renesmee avanzare con difficoltà nella neve. Erano legati tutti assieme da lunghe e pesanti corde che bloccavano loro le mani e le caviglie. Sembravano tante bestie portate al macello.
Il più grande Emmett era in cima alla colonna, dietro a lui c'era un bambino più scuro di carnagione che Edward non riconobbe, mentre in fondo la piccola Alice era appena caduta per terra e piangeva disperata mentre uno di quei mostri usciti dai peggiori incubi degli uomini la stava prendendo a calci per farla rialzare.
Il piccolo Jasper, con fare bellicoso si intromise tra i due cercando di allontanare l'Uomo-Serpe per proteggere la bambina impaurita ma l'unica cosa che ottenne fu un calcio che lo fece cadere a sua volta addosso alla piccola Renesmee che osservava terrorizzata ed impotente la scena.
“Stai fermo” l'ordine di Edward bloccò Seth che era già pronto ad avventarsi su quella bestia squamosa per proteggere la sua piccola padroncina, la sua sorellina senza peli, che era chiaramente in procinto di crollare come l'altra bambina.
Il lupo voltò fieramente il muso verso di lui ed emise un piccolo mugolio di protesta per nulla soddisfatto dell'ordine ricevuto. I suoi occhi brillavano di ira e sembrava che gli stesse parlando, che stesse protestando per quell'imposizione del suo amico che non capiva.
Ma Edward sapeva che in uno scontro diretto con gli uomini-serpe avrebbero avuto la peggio. Non voleva morire, non poteva rischiare di fallire, perché sapeva che era l'unica speranza per quei bambini, l'unica speranza per sua figlia.
Loro erano in sei. Gli uomini del suo villaggio si erano battuti bene portando con loro nel lungo viaggio della morte diversi Uomini-Serpe. Ma erano troppi ugualmente per affrontarli a viso aperto.
E così con il cuore che sanguinava, con il dolore che scavava nel suo petto una caverna piena solo d'ira, decise di aspettare. Silenziosamente come un fantasma scivolò indietro da dove era venuto e si nascose raggomitolandosi in un buco scavato nelle neve tenendo vicino a sé Seth. Era meglio dormire e riposare.
Anche gli Uomini-Serpe furono costretti a fermarsi. Chiaramente i bambini erano troppo stanchi per continuare a marciare e la piccola Alice non faceva che cadere rallentando il cammino di tutti. La soluzione più facile sarebbe stata quella di ucciderla e levarsela dai piedi, ma era impensabile per quegli esseri avidi. Era un essere giovane e sana. Sarebbe stata un ottimo nido per la riproduzione.
Così si fermarono e i bambini infreddoliti, spaventati, affamati e stanchi si rannicchiarono uno vicino all'altro cercando di confortarsi e di scaldarsi a vicenda. Presto le lacrime di Alice smisero di scorrere quando fra le braccia di Renesmee, che la coccolava, si addormentò sfinita.
Emmett divise i minuscoli pezzettini di cibo che gli vennero consegnati fra di loro controllando che Rosalie non mangiasse più degli altri mentre il piccolo Jasper regalò la sua razione ad Alice sperando che il cibo le desse l'indomani la forza di camminare. Anche il bimbo sconosciuto accettò il cibo da Emmett e lo divorò avidamente con un cenno di ringraziamento verso il bambino più grande.
Nessuno di loro sapeva cosa li attendeva e lo spirito di sopravvivenza messo a dura prova dalla loro breve vita era già molto sviluppato. Abituati a combattere contro il freddo, la fame e la paura, cresciuti in un ambiente al limite della sopravvivenza, già in grado di lavorare affianco agli adulti del villaggio, i bambini erano dei piccoli uomini e delle piccole donne capaci di aggrapparsi alla speranza e al desiderio di vivere come unico scopo di vita.

Era notte fonda quando Seth, con un balzo improvviso, squarciò la gola al primo Uomo-Serpe mentre Edward affondava il suo coltello nella schiena della seconda sentinella tappandogli nel contempo con la mano libera la bocca contenente una lunga lingua biforcuta nera.
Ma i nemici di guardia erano tre, e il terzo mostro, quando si accorse dell'accaduto, emise un verso spaventoso e ripugnante svegliando gli altri compagni mentre si precipitava correndo contro Edward con gli artigli al posto delle mani pronti ad ucciderlo.
Seth, però non si distrasse e gli saltò sulla schiena facendolo ruzzolare due secondi prima che questi colpisse Edward intento a finire il suo avversario, mentre gli altri tre incubi venuti dal cielo si scagliarono contro di loro emettendo sibili spaventosi.
E poi fu il caos.
Edward cercava di combattere con il suo coltello, evitando i loro colpi e i loro artigli ma soprattutto le loro lingue biforcute che lunghe e forti cercavano di arrotolarsi sul suo collo per soffocarlo. Anche Seth con i suoi denti e le sue unghie affilate si batteva ringhiando disperato. Lui voleva salvare i suoi padroni a qualsiasi costo.
Ma gli Uomini-Serpe non erano da meno. Sapevano uccidere, lo facevano con gioia e lo avrebbero nuovamente fatto senza alcun ripensamento.
Il corpo a corpo durò alcuni lunghi ed estenuanti minuti mentre i bambini gridavano avvertimenti e scagliavano palle di neve negli occhi o sul viso dei loro carcerieri.
Infine Edward, con tutta la forza che gli restava, si girò di scatto, e d'istinto infilò il suo coltello dentro la bocca aperta del mostro che da dietro lo stringeva con la lingua minacciando di soffocarlo.
La bestia si accasciò esanime ed Edward tagliata quella schifosa protuberanza che lo stringeva al corpo del nemico morente, si guardò intorno alla ricerca di un nuovo pericolo.
Ma in piedi adesso c'era solo lui.
Gli Uomini-Serpe erano tutti morti e giacevano nella neve macchiando il candido suolo con il loro schifoso sangue verde.
Edward ancora incredulo si lasciò scivolare in ginocchio respirando velocemente, cercando di riprendere il controllo di sé e di calmare i battiti del cuore. Era vivo, ce l'aveva fatta!
“Papà!” La voce di Renesmee lo riscosse e lo costrinse ad alzare lo sguardo incrociando così quello spaventato della sua bambina.
Lì inginocchiata sulla neve con ancora le corde che gli stringevano i polsi la sua amatissima creatura lo osservava piana di stupore e gioia.
Senza attendere altro Edward si alzò e corse dai bambini liberandoli tutti dalle corde per poi subito abbracciarsi stretto la sua piccolina e scoppiare assieme a lei in un pianto liberatorio. Aveva avuto tanta paura di perderla, di deludere Bella che aveva sperato in lui, di morire nel tentativo inutile di liberarla. E invece! Invece erano nuovamente insieme e liberi, sebbene ancora in pericolo.

Poi con un sospiro Edward alzò nuovamente gli occhi e incontrò quelli pieni di lacrime degli altri bambini del villaggio che si erano avvicinati titubanti. Non ci voleva molto a capire. Lui era chiaramente solo, e questo significava che nessuno dei loro genitori era sopravvissuto, e il sollievo di sapere che erano salvi si stava trasformando in angoscia per il futuro.
Edward allora spalancò nuovamente le braccia invitandoli ad unirsi a lui, accogliendoli in quel nido d'amore che avevano tutti disperatamente bisogno. E insieme si strinsero forti mentre la neve continuava a cadere ricoprendoli di bianco e andando a cancellare lentamente le tracce del combattimento.
“Papà può venire anche lui con noi?” la voce di Renesmee riscosse Edward che alzato gli occhi si accorse che nel suo abbraccio mancava il bambino a lui sconosciuto che intimidito non aveva osato avvicinarsi.
“Come ti chiami?” gli chiese.
“Jacob. Il mio nome è Jacob.” rispose prontamente il bimbo senza avere però il coraggio di guardarlo.
Il piccolo si fissava ostinatamente i piedi dondolando sul posto. Stava dimostrando di essere un duro, pensò Edward con un sorriso. “Vuoi venire con noi Jacob. Vuoi diventare mio figlio come loro?”
Il bambino alzò gli occhi e lo fissò un attimo pieno di meraviglia e di sollievo, prima di fare un balzo e finirgli fra le braccia dove Edward si affrettò a stringerlo assieme agli altri.
Si sarebbe preso cura di loro. Di tutti loro. Pensò rendendosi conto che lui era la loro unica possibilità di sopravvivenza, il loro unico punto d'appoggio.
Poi all'improvviso come un lampo che squarcia le nubi Edward si rese conto che mancava qualcosa a quel quadro idilliaco e mentre allungava ai bambini lo zaino per permettergli di rifocillarsi si guardò intorno con l'angoscia che gli deturpava il bel viso in una smorfia spaventosa.
Fu allora che lo vide.
Seth giaceva poco lontano da loro, il corpo peloso ormai ricoperto dalla neve, freddo e immobile nella morte.
“Nooo” l'urlo di Edward rimbombò nella pianura facendo sussultare i bambini spaventati, mentre correva verso il corpo del suo fratello peloso.
Inginocchiato nella neve se lo strinse convulsamente a sé e diede libero sfogo alle lacrime che non riusciva più a trattenere. Pianse per lui e per Bella, pianse per gli abitanti del villaggio che aveva conosciuto ed amato. Pianse per la vita che aveva perso e per il futuro incerto che l'attendeva e guardando Seth fra le sue braccia si rese conto di quanto gli sarebbe mancato.
Lo aveva trovato nella neve da solo e salvato quando era solamente un cucciolo indifeso, lo aveva allevato e condiviso con lui ogni cosa e adesso Seth aveva restituito con orgoglio e fierezza il dono della vita che aveva ricevuto a suo tempo da Edward.

Il buon senso avrebbe suggerito ad Edward di scuoiarlo e prendere la sua carne, ma non poteva farlo, non a lui. Così, aiutato dai bambini, si limitò a seppellirlo nella neve ai piedi della collinetta. Poi preso un grosso masso lo rotolò sopra quella tomba improvvisata per nascondere il suo corpo da eventuali predatori e per segnare il luogo in cui avrebbe riposato per sempre.
“Addio Seth. Addio amico mio. Non mi dimenticherò mai di te” lo salutò un ultima volta il mattino seguente quando condusse via i bambini riposati, verso il bosco, l'unico posto che conosceva in cui forse avrebbero potuto essere al sicuro dagli Uomini-Serpe.

Stringendo Renesmee con una mano e Jacob con l'altra osservava davanti a se camminare Emmett e Rosalie per mano, preceduti da uno spavaldo Jasper che faceva strada, mentre la piccola Alice, con i piedi ancora doloranti, era arrampicata sulle sue spalle.
Erano una buffa colonna, fatta solo di speranza, pensò Edward quando alzando gli occhi verso le montagne vide stupito per un attimo brillare i ghiacciai sulle loro punte.
“Allora il sole esiste!” esclamò pieno di stupore .
Forse il vecchio non aveva mentito a Mike. Forse sul serio dietro alle montagne esisteva una valle verde e il sole caldo.
Forse quello era un segno del destino, meditò, sorridendo ai bambini che ignari di tutto camminavano a testa bassa per ripararsi dalla neve che aveva ripreso a cadere più fitta su di loro...
Forse l'Eden non era una favola come pensava e se lo avessero trovato...

* * *

E la realtà divenne storia, la storia divenne leggenda, e la leggenda si tramandò da generazione in generazione, finché molte centinaia di anni dopo nella valle chiamata Eden un bambina, riparandosi gli occhi dal sole, chiese a sua madre “Mamma mi racconti ancora una volta la Leggenda del Grande Padre ?”

La donna gli sorrise e annui mentre si chinava sulla verde pianura a raccogliere un fiore bellissimo dai petali bianchi screziati di nero, che portava il nome di Seth, e che era il simbolo della loro comunità.
E mentre stringeva fra le dita quel lungo e forte stelo verde con la voce dolce e impostata iniziò a raccontare “ Il vento turbinava incessante e freddo portando con sé i fiocchi di neve candida che sembravano danzare nell'aria come tante farfalle bianche...”



FINE





Potete votare nei commenti, dando un voto da 1 a 5, in ogni storia, per le seguenti categorie:

MIGLIOR EDWARD-
MIGLIOR BELLA -
MIGLIOR FIGLIO -
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -
STORIA PIU' HOT -
STORIA PIU' DIVERTENTE -
STORIA PIU' ROMANTICA -
STORIA PIU' DRAMMATICA -
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -

IMPREVISTI DELLA VITA

Imprevisti della vita.


Le urla strazianti della piccola gli impedivano di concentrarsi nel lavoro.
Di tutti i momenti in cui poteva rompergli le palle, che erano oggettivamente pochi, quello era il peggiore. Doveva consegnare la bozza dell’arringa finale entro la mattina seguente o poteva dire addio alla speranza di diventare socio dello studio.
Aveva lavorato a quel caso per due interi mesi, aveva mangiato poco e dormito anche meno, per essere pronto e adesso quella specie di parassita gli impediva di portare a termine il lavoro e raggiungere il suo obiettivo.
Un grido più acuto degli altri gli fece sbattere i palmi sul tavolino ingombro di carte. Portò le mani alle tempie per poi spostarle a stringere le ciocche di capelli al lato del volto, reprimendo a stento un urlo frustrato.
Contò lentamente fino a dieci sperando, anzi pregando, che le urla cessassero come per incanto, ma il piccolo demonio non cessò le proprie proteste.
Che cazzo pretendeva da lui? L’aveva lavata, assicurandosi che la temperatura dell’acqua fosse corretta. Le aveva dato un biberon colmo di latte a cui aveva aggiunto miele e biscotti in polvere. L’aveva tenuta distesa sul braccio per farla digerire espellendo l’aria in eccesso. Le aveva cambiato quello schifo di pannolino stendendo alla fine uno strato di crema lenitiva.
Aveva compiuto ogni gesto seguendo scrupolosamente le indicazioni che gli aveva lasciato sua madre prima di tornare a casa sua appena due giorni prima, eppure lei continuava a piangere senza sosta.
Stava per esplodere, lo sapeva e lo temeva. Doveva fare qualcosa o la situazione sarebbe degenerata.
Per quanto gli stesse sulle palle, non voleva farle del male e sapeva che sarebbe successo se non avesse trovato una soluzione al più presto.
Prese il telefono e compose il numero della madre. Non prese nemmeno in considerazione di chiamare al numero di casa, non avrebbe avuto la pazienza di aspettare e sapeva che teneva il cellulare sempre acceso in caso di necessità.
Rispose al secondo squillo, la voce impastata dal sonno e chiaramente preoccupata.
«Edward, è successo qualcosa?»
«Devi venire qui. Subito!» le rispose, senza perdersi in parole inutili o curarsi del tono aggressivo.
«Edward, sai che tuo padre…»
«Non posso farlo, mamma. Non ce la faccio.»
Un sospiro arrivò dall’altro capo del telefono. Era andata via con la scusa che il marito avesse bisogno di lei, avendo contratto una brutta influenza. In realtà Carlisle era perfettamente in grado di prendersi cura di se stesso; si trattava di un banale raffreddore e se anche così non fosse stato, la sua professione gli avrebbe permesso di affrontare la cosa nel migliore dei modi.
La verità era che aveva lasciato la casa del figlio per dargli la possibilità di affrontare la sua nuova realtà senza fare esclusivo affidamento su di lei, ma pareva che la cosa non stesse funzionando come aveva sperato.
«Certo che puoi, tesoro. Cosa c’è che non va?»
«Che non va? Farei prima a dirti cosa funzione, ossia niente. Continua a piangere come se la stessero torturando.»
«Le hai dato da mangiare?» Fu la prima cosa che le venne in mente, considerando che lui per primo trascurava quel lato della sua vita quando era preso dal lavoro.
«Le ho dato da mangiare, l’ho lavata, le ho fatto quello che fai tu per farla digerire, le ho anche cambiato quello schifo di pannolino, ma non ha praticamente mai smesso di piangere da quando Alice è andata via.»
Esme dubitava che suo figlio avesse portato il corpicino della piccola al suo petto per farle fare il ruttino, si rifiutava di avere anche il minimo contatto con quella creatura innocente. Gli aveva insegnato come farlo appoggiandola al braccio, ma non era la stessa cosa.
La donna emise un altro sospiro rassegnato, anche se provò a prendere ancora qualche giorno per forzare la mano al ragazzo. Non avrebbe potuto lasciarla piangere per sempre. Giusto? Persino nella sua testa quella domanda risultò incerta.
«Ascolta, Edward, posso essere da te tra un paio di giorni. Va bene?» tentò.
«No che non va bene. Sai che devo consegnare un lavoro importante e quella… cosa continua a urlare. Devi venire adesso.»
«Sono le due del mattino, non posso partire nel cuore della notte.»
Edward guardò il quadrante dell’orologio al suo polso realizzando solo in quel momento quanto fosse tardi. Alice, la ragazza assunta da Esme per curare la bambina, era andata via alle otto, quando lui era tornato dall’ufficio. Com’era possibile che avesse passato tutto quel tempo a piangere? I bambini non erano famosi per condurre una vita di pappe e nanna?
Era quello che gli avevano sempre detto tutti i neo genitori che conosceva. Certo, alcuni si lamentavano del fatto che si svegliassero spesso e piangessero durante la notte, ma tutti, indistintamente, avevano sempre sulle labbra quel fastidioso sorriso che diceva: “Ehi, non dormo da settimane, ma sono felice come non lo sono mai stato prima.”
Nessuno, per quanto ne sapeva, pensava di prendere la propria progenie e scaraventarla contro la parete.
«Ti prego, mamma» sussurrò all’apparecchio.
«Va bene» si arrese la donna. «Sarò da te tra qualche ora. Nel frattempo però cerca di calmarla, non le fa bene piangere in questo modo. Riesco a sentirla anche da qui.»
«Non so cosa fare, lo capisci?» ribadì, furioso. «Ho già fatto tutto quello che potevo, non ha nessun motivo di piangere. Dovrebbe dormire, invece urla, maledizione!»
«I bambini non piangono solo perché hanno bisogno di qualcosa, a volte vogliono solo sentire il calore della mamma o… del papà. Prova a prenderla in braccio, cullala…»
«Non provarci, mamma. Sai che non attacca.»
«Edward…»
«No!»
«Smettila, Edward! Puoi negarlo quanto vuoi, ma quella bambina è tua figlia» gli disse ormai esasperata dall’atteggiamento del figlio.
«Mia figlia? Mia…» Edward chiuse gli occhi e prese un respiro profondo. Non voleva aggredire la madre, lo amava senza condizioni e glielo aveva dimostrato in ogni fase della sua vita e non meritava che le vomitasse addosso la sua frustrazione, ma non tollerava che gli si affibbiassero legami con il piccolo essere umano che strillava nella stanza accanto.
«Un figlio si desidera, mamma. Un figlio si dovrebbe aspettare con ansia, si dovrebbe coccolare già nella pancia della mamma, dovrebbe trasportarti in una dimensione di gioia incontenibile. Dovrebbe essere programmato anche, perché no? Non dovrebbe esserti imposto perché una psicopatica ti ha drogato e stuprato e… Fai presto, mamma. Non posso garantire tra quanto dovrai recuperarla dall’asfalto» terminò con voce glaciale. Sentì un forte dolore al petto per le sue stesse parole, amplificato dal sussulto che bloccò il respiro della donna.
«Fai presto» ribadì prima di chiudere la chiamata, senza aspettare alcuna replica dalla madre.
Esme si voltò al lato del grande letto che divideva col marito da più di trent’anni, gli occhi sbarrati e gonfi di lacrime non versate.
Carlisle, ritto e vigile dal momento stesso in cui la moglie aveva afferrato il telefono, le teneva la mano che non stringeva l’apparecchio. Non avevano bisogno di parole, sapevano cosa dovevano fare. Si alzarono, indossarono abiti comodi e prepararono in fretta una borsa con qualche cambio. Non avrebbero abbandonato il loro figlio, né la creatura innocente che meritava di essere amata e chiedeva, nel solo modo che conosceva, solo quello.
«Ha sempre superato le difficoltà, lo farà anche questa volta» le sussurrò l’uomo, convinto.
«Non lo so, Carl, sembra davvero deciso a non voler avere niente a che fare con lei.»
«Dagli tempo. Capirà da solo, quando sarà pronto.»
«E nel frattempo? Cosa sarà della piccola? Non possiamo fingere che tutto vada bene, potrebbe arrivare a farle del male. Tu non hai sentito la sua voce poco fa, temo…»
«No» la fermò lui, posandole un dito sulle labbra, «nostro figlio non farebbe male a una mosca, non arriverebbe mai a tanto.»
Esme tremò alla sola idea. Amava quella piccolina e amava Edward più della sua stessa vita e le parole del marito non l’avevano tranquillizzata.
«Andiamo. Dobbiamo arrivare prima possibile.»
Uscirono di casa tenendosi per mano e continuarono a farlo per tutto il viaggio di quasi quattro ore che li separava da Edward.
A più di 140 miglia, Edward si lasciò cadere sulla poltrona del suo piccolo soggiorno, si guardò intorno un momento e poi prese le stampe della relazione a cui stava lavorando. Da ore ormai tentava di leggerla per verificarne la correttezza, senza riuscirci.
Un urlo più acuto degli altri lo portò a stringere tra le dita quelle pagine tanto importanti per il suo futuro. Le mise di nuovo sul piano del tavolino davanti a sé e portò le mani alla testa lasciando che la mente vagasse dove mai avrebbe voluto.
Sin da ragazzino sapeva che avrebbe fatto l’avvocato. Voleva prendersi cura delle persone, difenderle dai torti subiti, riabilitarle quando fosse stato necessario; aveva sempre amato l’idea di apparire come l’eroe, il buono, voleva vedere l’ammirazione negli occhi delle persone che lo guardavano.
Certo la realtà in cui si trovava era ben lungi da come l’aveva immaginata: difendere a spada tratta un evasore fiscale, facendo ricadere la colpa su un commercialista disposto a prendersela dietro lauto compenso, non era lo stesso che riabilitare un ragazzino che aveva commesso un furto giocandosi il futuro, ma anche quello faceva parte del gioco.
Era un avvocato ben quotato, i soci erano contenti di lui, presto sarebbe diventato lui stesso parte di quella macchina perfetta che era lo studio Denali e Volturi, avrebbe raggiunto una posizione che in tanti gli avrebbero invidiato, avrebbe lasciato il suo piccolo appartamento per uno più grande, più centrale, più prestigioso.
Era quello che aveva sempre sognato, con qualche piccola variante, vero, ma non era tipo da fermarsi sulle sottigliezze. Era ciò che voleva… almeno sino a un anno prima, quando la sua vita aveva subito un brusco stravolgimento.
Ricordava tanti particolari di quella giornata: le ore passate in ufficio, la stanchezza provata una volta tornato a casa, la determinazione a uscire comunque e non farsi prendere dalla voglia di restare a casa a riposarsi, vista la consapevolezza di avere due giorni interi per riposarsi prima di ricominciare, l’arrivo al locale, l’incontro coi colleghi e altri amici, gli sguardi maliziosi delle donne che lo mangiavano con gli occhi nella speranza di avere un tipo di soddisfazione più concreto entro la fine della serata.
Ricordava bene anche gli occhi di lei, la stagista che era arrivata allo studio non più tardi di qualche settimana prima. L’interesse nei confronti di Edward si era manifestato da subito, ma lui aveva una regola ferrea e non intendeva infrangerla nemmeno per quella splendida ragazza dai capelli biondi e gli occhi più azzurri ed espressivi che avesse mai visto. Se l’avesse conosciuta in un altro luogo non avrebbe tentennato un attimo a farle una corte spietata o ad accettare la sua, ma lavorava allo studio, anche se temporaneamente, e non aveva intenzione di lasciarsi coinvolgere in una storia di sesso con una collega.
Era evidente che lei non avesse accettato di buon grado il rifiuto ricevuto, se pur coi modi galanti che gli erano stati insegnati, continuava a provocarlo con battute e modi civettuoli, Edward rispondeva sempre con gentilezza che l’attuale situazione non lasciava margine per un approfondimento della reciproca conoscenza e, una volta terminato il periodo di tirocinio, lei sarebbe tornata alla sua vita e lui avrebbe continuato la propria.
Ricordava altrettanto bene il momento in cui, finito il primo giro, decisero tutti di prendere un altro drink, di come Tanya, la giovane stagista, si fosse offerta di andare al banco e ordinare per tutti; di quando, tornata indietro, gli porse ciò che aveva ordinato per sé, della mancanza di sorpresa nel constatare che avesse portato solo il suo lasciando che gli altri venissero portati al tavolo dal cameriere. Ricordava il primo sorso e il secondo, poi più niente fino alla mattina dopo quando si era svegliato in una camera d’albergo, nudo su un letto sconosciuto, steso sopra lenzuola sporche di sangue.
Era sicuro di aver bevuto solo due drink, ma il forte dolore alla testa che gli martellava le tempie gli suggeriva tutt’altro e non ricordare come si era conclusa la serata l’aveva gettato nel panico.
Aveva chiamato suo padre, raccontandogli per sommi capi ciò che ricordava e di non vedere nella stanza nessun preservativo. Carlisle, che suo malgrado aveva già sentito di situazioni simili a quella del figlio, dopo avergli fatto alcune domande specifiche gli consigliò di recarsi al più vicino centro medico, spiegare anche a loro quanto gli aveva riferito aggiungendo che, secondo il suo medico di fiducia, era stato drogato prima di uscire dal locale e recarsi in albergo. Aggiunse che l’avrebbe raggiunto il più presto possibile.
Carlisle preferì non raccontare niente alla moglie prima di aver accertato lo stato di salute del figlio, compì da solo il viaggio in macchina da Forks a Seattle dove Edward lo aspettava, infrangendo ogni limite concesso dal codice stradale.
Padre e figlio avevano passato un’intera giornata in ospedale, avevano sottoposto Edward a una serie di esami che non aveva mai sentito nominare, l’avevano fatto parlare con una psicologa per tentare di ricordare qualcosa sulla notte precedente, ma non era riuscito a tirar fuori niente dalla sua mente oltre quanto già riferito. Non aveva idea di chi avesse passato la notte con lui né cosa avessero fatto. L’unica cosa certa era che aveva fatto sesso e non aveva usato alcuna precauzione.
Aveva passato un periodo d’inferno nell’attesa che trascorresse il periodo minimo per ripetere gli esami e scongiurare il contagio di qualche malattia trasmissibile per via sessuale. Quando in fine gli consegnarono i referti, tutti negativi, poté tornare a respirare anche se il malessere di fondo non era mai scomparso del tutto.
Si trovò costretto a confidare ai suoi datori di lavoro quanto successo, vergognandosene profondamente, poiché avrebbe avuto bisogno di assentarsi di quando in quando dall’ufficio e non voleva che pensassero stesse battendo la fiacca.
E poi, poco più di tre mesi prima, quando credeva che la sua vita stesse tornando alla normalità, era arrivata la notizia, qualcosa che non si sarebbe mai aspettato: era padre di una bambina, anche se impiegò un po’ a capirlo.
Fu l’ospedale a contattarlo chiedendogli di presentarsi e chiedere del primario. Impaurito che potesse trattarsi della sua salute e a un qualche particolare strascico di quella notte oscura, chiese di poter essere ricevuto immediatamente, trovando ad aspettarlo una neonata placidamente addormentata.
Gli dissero che l’avevano rintracciato attraverso la lista dei contatti indicati dalla madre in caso di necessità; lui era il primo a dover essere contattato, cosa che fecero alla morte della donna, causata da una profonda ferita auto inferta.
Edward, frastornato da quel mare di informazioni, non era ancora riuscito a capire chi fosse la madre naturale della piccola e soprattutto perché aveva dato disposizione che fosse informato per primo. Era dispiaciuto per quella cosina rosa che vedeva attraverso il vetro della nursery, la aspettava una vita difficile senza la mamma.
Quando infine gli comunicarono il nome della donna deceduta, tutti i pezzi del puzzle andarono al loro posto e lui capì perché era stato chiamato al capezzale di una donna morta.
Come un adolescente impaurito, chiamò ancora una volta i suoi genitori che, come sempre, gli vennero in soccorso, portandosi dietro un avvocato questa volta.
Venne fuori che la giovane Tanya era sola al mondo da più di cinque anni, che era seguita da molto più tempo da uno psichiatra che non la sentiva da diversi mesi, che soffriva di una grava forma di psicosi tenuta a bada tramite i farmaci e che aveva smesso di prenderli subito dopo aver capito di aspettare un figlio da Edward. Entrando nel suo appartamento scoprirono che da anni scriveva tutto ciò che le accadeva su quaderni ordinatamente riposti in una scatola di cartone, vi trovarono riportati i fatti principali delle sue giornate, la sua scarsa vita sociale, i pensieri, le gioie, le delusioni, i successi come i fallimenti, gli stati d’animo. Descriveva gli anni scolastici, la borsa di studio per l’università, le speranze per il futuro. Scriveva di come, seguita da vicino dai servizi sociali, non avesse mai avuto modo di trovarsi un fidanzato o provare le gioie del sesso, seppur occasionale. Trovarono la parte relativa al suo ingresso nello studio legale, nel quale aveva appuntato i suoi pensieri su Edward dal quale era rimasta affascinata dal primo momento. Aveva descritto il suo desiderio di apparire ai suoi occhi come una donna normale, che doveva cambiare la sua vita perché se Edward avesse saputo della sua dipendenza dai farmaci non l’avrebbe mai accettata e la sua determinazione a farne a meno. Scriveva anche di come la propria mente stava reagendo alla mancanza delle sostanze che le avevano permesso di vivere una vita comune con una lucidità quasi allarmante.
Era chiaro agli esperti che i residui dei medicinali le permettevano di analizzare il cambiamento che stava avvenendo in lei in modo razionale senza tuttavia permetterle di capire sino a che punto la sua mente stava deviando il percorso.
Man mano che le pagine si susseguivano il tono cambiava, persino la grafia era differente mentre descriveva, giorno dopo giorno, l’ossessione che la divorava dall’interno per l’uomo che l’aveva respinta senza possibilità di appello.
Giunsero infine alla pagina che descriveva giornata che aveva preceduto la notte in cui aveva sedotto Edward, di come avesse programmato ogni singolo dettaglio per portare a compimento il suo folle piano. Aveva atteso di trovarsi nel suo periodo fertile e intendeva utilizzare quell’unica possibilità per accaparrarsi una parte importante di lui che avrebbe tenuto segreta per sempre; avrebbe fatto sesso con Edward più e più volte per essere certa del concepimento e sarebbe sparita per sempre.
E così aveva fatto. Nessuno allo studio legale si era chiesto che fine avesse fatto la ragazza, ne transitavano talmente tante che non suscitò alcun clamore non vederla più.
Non era chiaro perché avesse stilato la lista di persone da contattare nel caso le fosse successo qualcosa, dai suoi scritti non emergeva la volontà di farsi del male, ma le condizioni in cui si era presentata all’ospedale portavano a credere che la mancanza dei medicinali l’avesse condotta a cedere definitivamente alla follia che da sempre l’accompagnava.
Edward era sconvolto, guardava la piccola e rifiutava la realtà. Era talmente arrabbiato! La osservava e la odiava, consapevole che, se le cose fossero andate in modo differente, avrebbe impiegato un solo battito di ciglia per innamorarsene. Non sopportava l’idea che gli fosse stata rubata la volontà, era stato plagiato per soddisfare un capriccio, drogato e usato.
L’avrebbe lasciata in ospedale se i suoi genitori non l’avessero supplicato di ripensarci, garantendogli il proprio aiuto e sostegno costante; aveva chiesto alla madre di scegliere un nome e avevano portato a casa quel fagottino rosa.
Per tre mesi era riuscito a starle lontano grazie alla costante presenza della madre, ma poi lei era andata via e lui si trovava a lottare col desiderio di far tacere quelle urla incessanti.
Meno di quattro ore, Edward. Puoi farcela. Appena arriveranno potrai sbarazzarti definitivamente di lei.
Aveva deciso: avrebbe convinto i genitori a portarla via per crescerla come figlia loro, non voleva avere niente a che fare con lei; non la desiderava, non la voleva tra i piedi, voleva solo che sparisse dalla sua vita o che perlomeno vi facesse parte come membro della sua famiglia d’origine e non come figlia. Una sorella, ecco cosa sarebbe stata, una sorellina da coccolare quando fosse andato a trovare i suoi genitori. Dopo tutto l’aveva desiderata quando era piccolo, avrebbe approfittato di quella spiacevole combinazione di fattori per realizzare il suo sogno di bambino e forse sarebbe riuscito, una volta per tutte, a dimenticare quella storia ricominciando la sua vita dal punto in cui si era interrotta.
Quelle urla però non cessavano, il tempo scorreva troppo lento e Edward rischiava seriamente di impazzire.
Aveva paura di avvicinarsi alla piccola, sapeva di aver superato il proprio grado di tolleranza, ma non poteva permettere che continuasse a tormentarlo.
Sulla soglia della camera gli acuti lo investirono in pieno, si mise davanti alla culla antica che i genitori avevano rispolverato per l’occasione.
La piccola aveva il viso congestionato dalle urla e dalle troppe lacrime, sospese per un momento le accorate lamentele vedendo la figura dell’uomo accanto a sé, per riprendere subito dopo aver capito che Edward non avrebbe fatto niente per quietarla.
Restò fermo a decidere cosa fare, ma più la guardava più desiderava che smettesse di piangere. Non si fermò a chiedersi se quel sentimento nascesse dalla necessità di far cessare il martellio costante nella sua testa o di vedere la piccola finalmente serena.
I bambini non piangono solo perché hanno bisogno di qualcosa, a volte vogliono solo sentire il calore della mamma o… del papà.
La prese sotto le ascelle sollevandola dalla culla tenendola, come sempre, lontana dal suo corpo; sua madre l’aveva rimproverato spesso perché a suo dire sembrava reggere un pacco-bomba. La piccola testa ciondolava pericolosamente ma, nonostante questo, la mosse in alto e in basso con scatti tutt’altro che tranquillizzanti, senza sortire alcun beneficio né per lei né per se stesso, poi pensò a tutte le volte che aveva osservato la madre tenerla tra le braccia.
Posso farcela? pensò insicuro. Dovrei amarla e proteggerla.
Cominciò a sentire quel fastidioso senso di disagio che provava continuamente quando le stava accanto e che era riuscito a identificare come senso di colpa.
Spossato e disposto a tutto per far cessare quel pianto disperato se la avvicinò al petto, la mano corse alla nuca quasi senza capelli, lasciandogli avvertire la morbidezza della pelle sotto le dita. Ondeggiò piano sul posto trovandosi a canticchiare una vecchia canzone tra le labbra chiuse.
Improvvisamente l’appartamento di Edward fu avvolto dal silenzio più totale, allontanò la bambina dal suo petto per guardarla in viso ma lei lanciò un urletto che lo convinse a riavvicinarla subito a sé.
Era esausto, fisico e mente imploravano riposo. Muovendosi piano si avvicinò al letto che occupava gran parte della stanza, si sedette trovando una posizione comoda per entrambi. Poco dopo decise di sdraiarsi, giusto il tempo di far addormentare la bambina si disse.
Sistematosi sui cuscini col minimo movimento sentì tutta la stanchezza crollargli addosso, voleva solo dormire, dimenticare, tornare a un anno prima e non bere o, meglio ancora, non uscire affatto di casa e risparmiarsi il calvario che aveva passato.
Poi, però, guardò appena più in basso del suo mento e vide quella piccola creatura che aveva smesso di piangere come per incanto, il viso era tornato quasi al pallido rosa che le apparteneva più del rosso sfogo di poco prima, le labbra erano appena socchiuse e il petto si muoveva lentamente ormai a riposo. Mosse la mano che teneva appoggiata alla schiena portando un singolo dito alla guancia saggiando la morbidezza di quella pelle delicata. Chiuse gli occhi prendendo un grande respiro che gli gonfiò il torace tanto da smuovere la bambina dalla sua posizione immota, il respiro gli portò ai polmoni odore di latte, del detergente per neonati usato da Alice, poco prima di andarsene, talco e un residuo acido che poteva essere dovuto a un rigurgito. Un mix disgustoso a pensarci, ma speciale e unico se associato al fagottino sopra il suo busto.
Quando riaprì gli occhi rimase imbambolato a fissare due occhietti azzurri che lo fissavano spalancati, gli occhi della piccola creatura che era stata concepita senza il suo consenso, colei che avrebbe potuto rovinargli il futuro, la bambina che gli avrebbe sempre ricordato di essere stato vittima di un abuso, ma che avrebbe anche potuto riempirgli la vita di gioia, che gli avrebbe fatto passare le notti in bianco negli anni a venire come lui aveva fatto coi propri genitori, che l’avrebbe fatto arrabbiare, che gli avrebbe risposto male durante l’adolescenza, che gli avrebbe regalato dei nipoti un giorno. Gli occhi di mia figlia pensò alla fine, trattenendo il fiato per l’emozione.
Spostò il dito dal viso, ormai smanioso di toccare ogni parte di lei, di godere della meravigliosa sensazione che traeva dal contatto con la bambina; quando Elizabeth - questo il nome scelto per lei - chiuse gli occhi abbandonando il capo proprio sopra il suo cuore, le sfiorò il dorso della mano e restò ancora senza fiato quando la piccola distese le minuscole dita per avvolgerle intorno al suo dito.
Provò un’emozione talmente intensa da non riuscire a comprenderla a pieno, non si era mai sentito così in precedenza, l’unica cosa di cui era davvero sicuro era che non voleva più farne a meno. Non sapeva come avrebbe affrontato tutto ciò che lo aspettava, ma sapeva di volerci provare. Non sapeva niente di bambini, non era preparato ad averne, non aveva neanche una compagna con cui crescerla. Sperava solo che sua figlia non ricordasse mai, nemmeno a livello inconscio, quanto il suo papà avesse fatto il possibile per tenerla a distanza.
Forse, dentro di sé, era consapevole che se avesse permesso a se stesso di avvicinarsi alla piccola non sarebbe mai più riuscito ad allontanarsene ed era stato abbastanza codardo da temere le naturali ripercussioni; temeva i cambiamenti che avrebbe subito la sua vita, ciò che avrebbe detto o pensato la gente vedendolo crescere una bambina da solo. In ogni caso, non era più disposto a rinunciarci.
Con questa nuova consapevolezza chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal respiro della bambina, rifugiandosi nell’oblio del sonno. E al diavolo la relazione per il giorno dopo!
Quando Esme e Carlisle entrarono nel palazzo dove viveva Edward, restarono per un momento perplessi, si erano aspettati di sentire le urla di Elizabeth sin dalla strada e tutto quel silenzio li lasciò interdetti. Un momento dopo entrambi correvano per le scale che conducevano al terzo piano, troppo terrorizzati all’idea che Edward avesse fatto del male alla bambina per aspettare l’ascensore.
Entrarono trafelati in casa usando le chiavi in loro possesso, trovando la casa immersa nel silenzio.
Nel soggiorno era accesa la luce di una lampada a stelo e dalla camera da letto arrivava il tenue bagliore della luce anti panico. Si tennero per mano dirigendosi nella stanza, i passi attutiti dalla moquette, i respiri pesanti, i battiti del cuore di entrambi impazziti per l’ansia.
Quando videro Edward addormentato con la piccola sopra il petto e il dito ancora stretto nella piccola mano, Carlisle rilasciò un sospiro di felicità mentre Esme si portò una mano alla bocca senza però riuscire a trattenere un singhiozzo commosso che svegliò Edward; il brusco movimento mosse la bimba che si fece sentire con un gridolino indispettito, stringendo maggiormente il dito del padre.
Edward guardò i genitori imbarazzato per essere stato colto nella sua debolezza, ma poi, guardando gli occhi commossi e fieri dei genitori, sorrise apertamente muovendo la mano sulla schiena di Elizabeth felice come mai.
Con l’aiuto di Esme sistemò la bambina nella culla, non parve felice per quel cambiamento, ma qualche carezza, un bacio sulla fronte e un biberon pieno di latte la tranquillizzarono abbastanza da farli allontanare.
Gli adulti parlarono e fecero colazione con calma, le domande furono rimandate nonostante la curiosità fosse tangibile. Edward diede loro il minimo indispensabile delle informazioni preparandosi per andare in ufficio. Sapeva quello che doveva fare, quella non era la vita che aveva sognato e con la piccola da crescere non poteva più permettersi di passare innumerevoli ore in studio.
Appena messo piede nello stabile, chiese di poter essere ricevuto dal capo in persona al quale spiegò la situazione, consegnò la bozza da revisionare scusandosi per il lavoro incompleto e rassegnò le proprie dimissioni irrevocabili.
Aveva creduto di sentirsi male compiendo quel gesto, invece provò un senso di liberazione che non si aspettava.
Passò in ufficio il tempo necessario a sbrigare le ultime incombenze e passare le consegne prima di tornare a casa e cominciare la sua nuova vita.






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IL BATTITO DELLA FARFALLA

Il battito della farfalla

Mi sveglio di soprassalto, sudato e agitato.
Sempre lo stesso sogno che mi tormenta quasi ogni notte: una ragazzina di quindici anni credo, che si affaccia alla porta di quello che sembra essere il mio studio, anche se non lo è. Si avvicina lentamente e mi osserva come io osservo lei.
Lunghi boccoli ramati che scendono sulle spalle, fanno da cornice ad un viso di porcellana. Occhi marroni, grandi e profondi che mi ricordano la cioccolata fusa. Arriva di fronte a me, inclina la testa e... “Papà?”.
Mi sveglio di colpo, come ogni volta, con il cuore che batte all'impazzata.
Cerco di calmarmi, di regolarizzare il respiro, lo sguardo vaga per la stanza che non riconosco, giusto, non sono nella mia casa a New York, sono a Chicago, nella stanza d'albergo prenotata. A quanto pare la brunetta che ho incontrato al bar se ne è andata, brava ragazza, ha capito come funzionano le cose con me senza che le dicessi nulla. Anche se... non mi dispiacerebbe rivederla, gran bella nottata ma ormai è andata, non ci siamo detti i nostri nomi figurati i numeri di cellulare.
Cazzo, appena arrivato e già sono stato con una perfetta sconosciuta. Ma è così, davanti ad una bella donna non mi tiro mai indietro e questa meritava tutte le mie attenzioni.
Penso alla mia bella sconosciuta e mi stendo di nuovo chiudendo gli occhi, le immagini della nostra performance tra le lenzuola arrivano nitide. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in stanza che si è avvinghiata a me, mentre faceva saltare i bottoni della mia camicia le nostre lingue si presentavano e si conoscevano. Quando arriviamo al letto siamo entrambi nudi. Distesa su di me sento il calore che emana dalla sua intimità, voglio prenderla e senza disturbarla cerco di raggiungere il comodino dove ho messo la scatola di preservativi, prima cosa che ho tirato fuori dalla valigia. Lei la prende ma inizia ad esplorare il mio corpo con labbra, lingua e mani. I suoi occhi fissi nei miei mentre con la bocca percorre la strada che la porta alla mia erezione. Lo sguardo malizioso mentre comincia a leccarla per tutta la sua lunghezza, scende ancora, gioca con i testicoli, risale. Rivivo l'attimo in cui lo accoglie in bocca stringendo la mano intorno alla mia nuova eccitazione, mimo il suo movimento mentre se lo fa scivolare fino alla gola, accogliente, calda, per poi farlo uscire e di nuovo dentro. Sento crescere in me la voglia di possederla, come stanotte. La rivedo mentre sale lentamente verso il mio viso non prima di stringermelo tra i suoi seni, sodi e perfetti per le mie mani che l'aiutano. Mettendosi a cavalcioni su di me le nostre intimità si toccano e... cazzo è bollente, completamente bagnata! Sempre guardandoci fa scivolare un preservativo su tutta la mia durezza e finalmente cala su di me, centimetro dopo centimetro fino a quando non sono sepolto in lei. Inizia a cavalcarmi come una perfetta amazzone, sono estasiato da ciò che vedo: il suo splendido corpo che si muove sinuosamente, la sua intimità che si incontra con la mia, quelle colline che seguono il dondolio fino a quando non le imprigiono tra le mani, appena lo faccio inarca la schiena appoggiandosi sulle mie cosce e continua a prendermi così, tutto, fino in fondo.
Il seme caldo sul mio addome mi riporta alla realtà ma non a quella odierna, bensì a quella di anni fa. In una stanza asettica, presenti un televisore che fa scorrere immagini porno e riviste dello stesso genere, mi do piacere da solo. È stato talmente squallido che la sera mi sono ritrovato con la testa nel water di un pub vomitando anche l'anima, ubriaco come mai lo ero stato e imprecando contro quel coglione di James.

Sei un coglione e io sono più coglione di te che ti do retta. Brillante idea, una perfetta idea del cazzo come il cazzone che sei. E io più cazzone di te... e ci siamo bevuti tutti i soldi che ci hanno dato, da perfetti cazzoni.”.
Dai, domani riandiamo e ci becchiamo altri trenta dollari a testa.”.
Col cazzo che ci torno. L'ho fatto oggi e non lo farò mai più. Non ci posso pensare... potrei avere... sparsi nel mondo... fanculo James!” e giù a vomitare.

Cazzo, ma che mi è preso? È una vita che non mi faccio una sega come è tanto che non penso a quel giorno, sarà il jet lag?
Meglio mettere da parte la bella brunetta, il sogno, quel coglione di James e cominciare a prepararmi per il mio primo giorno di lavoro al Northwestern Memorial Hospital: ce l'ho fatta! Sono il più giovane Primario di neurochirurgia grazie alle mie ricerche, alla mia voglia di sperimentare, studiare, scoprire. E non c'entra nulla il fatto che mio zio Carlisle è l'amministratore unico, ho sudato per raggiungere questo traguardo e sono pronto a dimostrarlo a tutti.
Soddisfatto di me stesso e determinato mi butto in doccia.
Quando raggiungo l'ospedale vorrei farmi annunciare a Carlisle ma la segretaria non è alla scrivania quindi busso direttamente:
Avanti.”.
Carlisle, zio come stai?” mi avvicino per salutarlo.
Edward, da quanto tempo. Ti trovo bene.” dopo l'abbraccio “Accomodati pure, allora sei pronto per questa nuova sfida?”.
Grazie infinite per questa opportunità Carlisle. Sì, sono più che pronto.”
Non mi devi ringraziare, te lo meriti tutto il posto di Primario. Non mi sarei mai fatto sfuggire un ricercatore e un chirurgo come te. E se qualcuno...” viene interrotto da una furia che entra nell'ufficio senza neanche bussare.
Carlisle, Carlisle scusa, scusa, scusa proprio oggi dovevo far tardi ma ho i nostri caffè. Mi perdo... ni?” una brunetta trafelata irrompe nell'ufficio, quando alza lo sguardo si blocca, cazzo, non è una brunetta è “la” brunetta e dalla sua bocca aperta direi che mi ha riconosciuto.
Isabella, Bella, tranquilla, vieni ti presento il nostro nuovo acquisto. Edward, lei è Isabella Swan, la mia insostituibile assistente.”.
Edward, Edward Cullen, è un vero piacere... conoscerla Isabella.” enfatizzo la parola piacere, tendendole la mano ma lei le ha entrambe occupate, la libero dei caffè e ce le stringiamo.
È un piacere averla qui, Dott. Cullen.”.
Può chiamarmi Edward, anche perché di Cullen ce ne sono abbastanza in questo ospedale.” le dico sorridendo e porgendole uno dei due caffè.
Edward, fai meno lo spiritoso e togli quel sorriso da Don Giovanni.” mi riprende Carlisle, sorridendo anche lui però.
Ma è un dato di fatto. Il personale lo penserà e non voglio certo far finta di non essere tuo nipote ma dimostrerò che il mio posto l'ho guadagnato.” gli passo il caffè rimasto “A quanto pare sono rimasto senza caffè.” scuote la testa.
Vado a prepararlo subito.” interviene Isabella e fa per uscire.
Non si preoccupi, ho fatto il pieno stamattina prima di uscire. Non ho dormito molto... stanotte.” chiaramente alludo alla nostra notte “La prego si accomodi e si prenda il suo caffè.” le sue guance s'imporporano, deliziosa.
Siediti pure Isabella e non far caso a ciò che dice mio nipote.”.
Non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno, la sua fama la precede.”.
Quale delle due?” sorrido ironicamente.
Edward...”.
Entrambe a dir la verità.”.
I suoi occhi mi catturano, mi ricordano qualcun'altro, come le gambe accavallate, fasciate dalla gonna del tailleur che indossa. La mia appendice che ha avuto stimoli da quando Isabella è entrata ora è del tutto sveglia, mi sistemo meglio nella poltrona, iniziamo bene, proprio bene “E lei, cosa ne pensa?”.
Io penso che avresti già il Nobel se la smettessi con questo atteggiamento. Ed è ora di andare alla riunione per la presentazione ufficiale. Isabella il nostro breafing lo rimandiamo a dopo.”.
Certamente Carlisle. Dott. Edward ben venuto tra noi.”.
Grazie Isabella.”.

La prima settimana passa con tanto tempo occupato a conoscere il personale e poco tempo trascorso in sala operatoria o in laboratorio ma nelle settimane successive entro nel pieno del lavoro. Con Isabella non c'è stata occasione di parlare del nostro incontro notturno ma siamo passati a darci del tu visto che quasi ogni giorno dopo il breafing con Carlisle viene nel mio studio per mettermi al corrente delle varie decisioni. Peccato che non siamo mai da soli, è sempre presente Rosalie, mia cugina e mia segretaria. Che gioia... A quanto ho capito Isabella o Bella, come preferisce farsi chiamare, è una di casa per la mia famiglia. Nonostante questo non so ancora molto di lei, la vedo un po' sulle spine in mia presenza, sembra non veda l'ora di andarsene ma, i suoi occhi, non smettono di scrutarmi come se volessero scoprire chissà cosa. Non mi va di chiedere ai miei cugini o agli zii. Non vorrei farli incuriosire troppo e permettergli di intromettersi nella mia vita. Anche per questo ho deciso di andare in albergo finché non trovo un appartamento, invece che a casa loro. Ovviamente nei week end la mia presenza è d'obbligo, zia Esme non perdonerebbe mai un mio rifiuto e la cosa non mi dispiace. È un piacere passare il tempo con loro. In fondo è l'unica famiglia che mi rimane dopo la morte prematura dei miei genitori. Loro, come dice Carlisle, sarebbero molto fieri di me.
Con orgoglio guardo il mio studio, la prima volta che sono entrato mi è preso un colpo, non lo volevo quasi più, sembra esattamente quello del mio sogno. Ora che ci penso... non l'ho più fatto da quando sono qui, a parte la prima notte. Certo il sogno ha lasciato posto alle allucinazioni e non so cosa sia meglio.
Forse è la stanchezza, lo stress ma no, sono sicuro di avere visto quei capelli, non me li sono immaginati.
Qui in ospedale: una volta mentre uscivo dall'ascensore, di sfuggita ho visto quella massa di boccoli ramata, l'ho seguita ma l'ho persa tra la gente; la seconda volta mentre andavo verso l'ufficio di Carlisle, l'ho vista uscire ma non mi ricordo chi mi ha trattenuto e l'ho persa di nuovo. E nella metropolitana? No quella non poteva essere assolutamente un allucinazione. Era proprio lei, quei capelli, quegli occhi di cioccolata. Io scendevo dal vagone e lei saliva, ci siamo guardati per un attimo interminabile ma proprio quando entrambi ci venivamo incontro, come due calamite attratte l'uno dall'altra, le porte si sono chiuse. Possibile che la vita mi stia comunicando qualcosa? Può essere che... l'apertura lenta della porta mi distoglie dai miei pensieri.
Sono pronto a trovarmi davanti Isabella, oggi saremo soli. Ho mandato Rosalie via prima, per la cena di stasera e ho chiamato la mia brunetta con una scusa, è ora che io e Bella facciamo due chiacchiere.
Alzo gli occhi dai documenti e non posso fare a meno di spalancarli terrorizzato mentre il respiro viene a mancare.
Quella che mi ritrovo davanti non è il mio pensiero fisso da quando sono arrivato a Chicago, è il mio personale incubo. Il cuore perde un battito, il sangue sembra gelare nelle vene.
Una ragazzina, no “la” ragazzina, entra e lentamente si avvicina alla scrivania, sapendo ciò che accadrà comincio a sudare freddo.
Scusi, non ho bussato, pensavo non ci fosse nessuno. Cercavo mia madre... ma si sente bene?” non riesco, non riesco a respirare e a parlare. “Sta bene? Ma... noi ci conosciamo, almeno di vista.”.
Rimaniamo a fissarci per minuti, ore, non lo so. Fino a quando non bussano alla porta.
Edward mi hai... Charlie cosa ci fai qui?”.
Mamma eccoti, ti stavo cercando. Nonna Cullen ci ha invitato a cena, se per te va bene, andrei con lei e tu ci raggiungi.”, mamma? Nonna Cullen? I miei occhi vanno da Bella alla ragazzina e viceversa.
Credevo che esistessero i cellulari per queste cose.”.
Beccata, volevo approfittarne per conoscere il mio nuovo zio.”.
Co... come?” la voce fa fatica ad uscire.
Charlie! Scusala Edward.”.
Ma che ho detto di sbagliato, i Cullen ci hanno praticamente “adottato” e lui è un Cullen e quindi è mio zio. Anche se lui potrebbe passare per mio padre, non trovi mamma?”.
Okey, okey. Dì ad Esme che accettiamo l'invito. Ora vai.”
Ma non mi presenti?”.
Io direi che devi andare.” e praticamente la butta fuori dallo studio mentre lei mi fa ciao ciao con la mano. Una volta richiusa la porta Bella si avvicina alla scrivania, dove io sto interpretando una statua.
Ma... che... che è successo?”.
Niente è solo passato un uragano, l'uragano Charlie, mia figlia.”.
Uragano Charlie?”.
Sì, credimi, è l'appellativo giusto per lei anche se il suo vero nome è Charlotte. Mi darai ragione quando la conoscerai. Cioè non che tu debba conoscerla.”.
Hai una figlia.”.
Sì.”.
Non sei sposata. Lei, l'uragano, ha detto che potrei passare per suo padre quindi...”
... non ha un padre.”.
Durante il silenzio mi rendo conto di dove avevo già visto i splendidi occhi di Bella... nel mio sogno, solo che non erano i suoi.
Respira profondamente, si alza dirigendosi verso il mobiletto dove all'interno ho qualche bottiglia. Versa due bicchieri di scotch e mi porge quello più abbondante.
Ti va di ascoltare una storia?” acconsento con la testa.
Mi racconta di come in giovane età, dopo una visita ginecologica, scopre di avere un invecchiamento precoce delle ovaie. Della sua sofferenza a questa notizia visto che il desiderio più grande che ha è quello di creare una famiglia. Delle discussioni con i suoi genitori quando ha deciso di optare per l'inseminazione artificiale. Di come la sua decisione l'ha portata alla conoscenza di Carlisle che l'ha indirizzata alla migliore clinica di New York. La fortuna di rimanere incinta al primo tentativo e il definitivo allontanamento della sua famiglia.
Dell'aiuto da parte di tutti i Cullen: i miei zii l'hanno ospitata a casa fino a quando non è stata in grado di prendere un appartamento per conto suo, scelto e ristrutturato da Esme; Alice, la compagna di mio cugino Jasper, ovviamente ha pensato a tutto l'occorrente per il nuovo arrivo, dal vestiario all'arredamento della camera; Rosalie, si è occupata di tutte le visite e controlli medici; Jasper, giostrandosi con i suoi turni in ospedale, è stato sempre presente sia al corso pre parto che in sala parto ed infine Emmet, il compagno di mia cugina, oltre a far riaffiorare il sorriso ogni volta che lo sconforto prendeva il sopravvento, si è occupato di tutti i lavori dell'appartamento.
Mi parla della gioia portata a tutti dalla nascita di Charlie ed anche del prendere coscienza del suo egoismo: per realizzare ciò che desiderava, sua figlia non aveva un padre. E forse non l'avrà, visto le difficoltà degli uomini ad accettare questa situazione.
Di come poi, stanca di questi uomini, una sera è uscita, ha incontrato me ad un bar e si è voluta vivere quell'incontro non pensando al “giorno dopo”, vivendosi le emozioni al cento per cento, senza inibizioni sicura che non mi avrebbe più rivisto.
Il mio scotch è finito, mi alzo per prenderne ancora:
Ho mandato via Rosalie per poter parlare con te, ho immaginato di tutto ma non mi sarei mai aspettato questa conversazione.” torno a sedermi ma non alla scrivania, mi accomodo nella poltroncina accanto a lei.
Conosci l'effetto farfalla? Il movimento delle molecole d'aria generato dal battito d'ali della farfalla può causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un... uragano.” sorrido pensando a Charlie “Una singola azione può determinare imprevedibilmente il futuro e cazzo, non è mai stato più vero di così.”
È il mio turno di percorrere il viale dei ricordi: la morte prematura dei miei genitori in un incidente stradale mi ha messo davanti al dubbio se continuare gli studi di medicina o trovarmi un lavoro. I miei zii mi hanno incoraggiato a continuare offrendosi di pagare le spese. Mi sono gettato sui libri per non deluderli e per non sprecare il loro denaro ma ero anche un ragazzo che aveva bisogno dei suoi svaghi, di divertirsi. Non volendo chiedere denaro in più a loro, il mio amico James mi ha suggerito un metodo veloce per avere soldi in tasca senza impegnarsi con un lavoro part time: la donazione di sperma.
L'ho fatto, una volta, sedici anni fa. Una sola volta, perché non mi piaceva l'idea di avere figli sparsi per il mondo senza che lo sapessi o li conoscessi. Poi improvvisamente, sono arrivati i miei sogni.
Io sogno Charlie, quasi ogni notte. Quello che è successo oggi, come è entrata nel mio studio è come la sogno. Ci mancava solo che mi chiamasse papà ed era identico. Io, io sono suo padre vero?” se fino ad ora non l'ho guardata, adesso i miei occhi sono nei suoi.
Quando ti ho visto al bar, il colore dei tuoi capelli mi ha attirato. Non che il resto non l'abbia fatto.” sorrido “Ovviamente quella notte non ci ho pensato più di tanto ma vedendoti qui ogni giorno, ho notato altri particolari oltre il colore dei vostri capelli. Non potevo più far finta di niente, non potevo ignorare l'evidenza. Spinta dalla voglia di conferme, io...”
... hai fatto il test del DNA.”.
Sì, ti ricordi quel giorno che ti portavo in continuazione da bere caffè, thé, ho smesso solo quando sono riuscita a recuperare il contenitore.”.
Si, ricordo. Mai andato al bagno così spesso.” sorrido.
Mi dispiace, scusami non avrei dovuto.”.
Mia figlia.” il silenzio cala su di noi ma non per molto “Lei lo sa?” domando.
Che dici, certo che no. Non mi permetterei mai e tu non ti devi sentire obbligato in alcun modo. Anzi non so neanche perché ne stiamo parlando. Rispondendoti sono andata oltre.”.
Sembra che lei ci abbia già pensato.” sorridiamo entrambi.
Saprò tenere a bada la sua curiosità.”
Sa che è il frutto di una fecondazione artificiale?”.
Sì, almeno quello glielo dovevo.” mi perdo nei miei pensieri “Edward, veramente, non ti devi sentire obbligato a nulla.”.
Lo so, ma... è mia figlia. E poi ci sei tu.” mi guarda sorpresa “Sì, ci sei tu. È stata una piacevole sorpresa trovarti qui il mio primo giorno di lavoro. Di solito sono felice di svegliarmi da solo dopo una notte di sesso e lo ero anche quella mattina. Poi, mi sono toccato rivivendo la nostra notte insieme e ho goduto di nuovo. In questo mese ho provato ha parlarti ma sembra che la mia famiglia mi remi contro, giustamente conoscendomi...”.
Non tutti... e non sei così pessimo, insomma sei un uomo single che ha una sana attività sessuale e che non vuole avere impegni. Non mi sembra una tragedia.”.
Forse la tragedia, per loro, è che ci voglia provare con te.” sorrido.
Vuoi provarci con me?”.
Deduco dalla tua domanda che non sto facendo un buon lavoro.” rido “Dovrò correggere il tiro.”.
Vuoi correggere il tiro? Se lo fai per Charlie, non credo... ”
Ho preso questa decisione prima di sapere di Charlie. È per questo che ti ho fatto venire qui oggi, vorrei frequentarti... seriamente. Che ne pensi?”.
Penso che mi farebbe piacere, molto piacere.”.
Quindi, posso accompagnarti alla cena di stasera dai miei e anche tuoi?”.
Sì, volentieri.”.
Bene.”.

Ovviamente a cena sono stato oggetto della curiosità di Charlie ma non mi è dispiaciuto. È una ragazzina in gamba e piena di vita, effettivamente l'appellativo di uragano le si addice. Nei giorni a seguire abbiamo messo a conoscenza della verità sia lei che la nostra famiglia. Sono iniziate le mie uscite da solo con Charlie, il nostro rapporto mi sembra buono e si approfondisce sempre di più, infatti ora mi chiama papà ed è avvenuto così, naturalmente. La prima volta che l'ha fatto è stata una vera e propria emozione. Anche gli altri si emozionano quando la sentono chiamarmi così e non parliamo di Bella. La gioia più grande è stata quando mi ha chiesto di accompagnarla al ballo della chiusura scolastica, no, non il classico ballo di fine anno. Gli studenti hanno deciso di dare una festa prima delle vacanze estive.
All'inizio mi sono preoccupato che nessuno l'avesse invitata, cosa strana visto tutti i tipi che gli girano intorno ma lei con la sua semplicità mi ha detto che voleva passare la serata con me, ballare insieme, far morire d'invidia le sue amiche visto il bel papà che sono e perché no, far ingelosire i suoi “amici”. Se Charlie è un uragano, Alice nella settimana del ballo è stata uno tsunami, ci ha fatto girare non so quanti negozi per trovare i vestiti giusti, le scarpe giuste e sì, anche i capelli giusti, portandoci da non so quale famoso parrucchiere... inutilmente almeno per quanto riguarda i miei capelli, fanno sempre come gli pare.
Ma ne è valsa la pena, mia figlia è splendida stasera. Quando sono andato a prenderla a casa ho visto lo sguardo emozionato e fiero di Bella, quando è entrata in salotto sono rimasto senza parole, quasi tremavo e si è visto quando ho cercato di appuntarle il corsage sotto i loro sguardi divertiti.
La serata procede benissimo, balliamo, parliamo e scherziamo. Faccio il padre autoritario quando qualcuno dei ragazzi si avvicina, mi diverto e lei con me. Durante l'ultimo ballo mi decido a chiederle ciò che ho in mente da un po di giorni.
Allora è andata bene?”.
Oh più che bene papà, ho passato una bellissima serata. Grazie.”.
Tesoro non mi devi ringraziare sono orgoglioso di essere il tuo accompagnatore stasera.”.
E io sono orgogliosa di te.”.
Piccola, volevo chiederti una cosa.”.
Mhmm, mi devo preoccupare? Hai un'aria così seria.”
No, almeno spero.”.
Cosa c'è papà?” si scansa di poco per guardarmi negli occhi e rallenta i passi.
Cosa ne pensi se aggiungiamo il mio nome sul tuo certificato di nascita?” si ferma completamente stupita.
Vuoi, vuoi riconoscermi ufficialmente come tua figlia?”.
Certo, lo sei e non mi vorrei fermare a questo.” il suo sguardo si assottiglia mentre il cervello sta sicuramente macchinando qualcosa. Sono un po teso, possibile che non voglia?
Che ne dici di sposare anche la mamma?” scuotendo la testa mi rilasso.
Infatti, stavo giusto per chiederti il permesso di sposare tua madre.” si porta le mani alla bocca e delle lacrime cominciano a rigargli le guance. Non faccio in tempo ad asciugarle che mi si getta al collo.
Oh papà, certo che puoi aggiungere il tuo nome sul mio certificato, non che sia essenziale per me ma la cosa mi rende immensamente felice e credimi la mamma non aspetta altro.”.
Quindi ho il tuo permesso?”.
Se ci aggiungi una bella casa da scegliere insieme e un paio di cani che corrono in giardino... sì, penso che si possa fare.”.
La casa era in programma, ai cani non avevo pensato... ”.
Mi dispiace ma l'offerta è all inclusive, prendere o lasciare!.”.
Non hai l'aria di una che scherza, lo stai dicendo sul serio!”.
Mettimi alla prova?” mia figlia è adorabile con quest'aria di sfida.
Mhm, no. Non ho voglia di perdere altro tempo. Ho voglia di vivermi la mia famiglia quotidianamente.”.
Quindi... è andata?”.
Andata, piccolo uragano.”.
Sorridendo riprendiamo a ballare, stringendoci tra le braccia, sicuri che da domani inizierà la nostra nuova vita insieme.
L'inizio della nostra famiglia, compresi i cani... chissà Bella che ne penserà.

FINE



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