UNA
SECONDA POSSIBILITA'
Sono
passati tre anni da quel giorno, era gennaio, e il suo ricordo è
vivo nella mia mente come se fosse ieri.
La
mia vita, nonostante i casini combinati da adolescente, aveva trovato
il suo equilibrio, o almeno era quello che credevo.
Dopo
il liceo mi sono laureato in marketing e comunicazione con il massimo
dei voti, riuscendo così a essere assunto nella Volturi Brothers
Inc., una delle più grosse agenzie pubblicitarie di New York;
cominciai dal basso, ovviamente, ma in pochi anni riuscii ad
affermarmi, aggiudicandomi le campagne pubblicitarie di numerose
multinazionali. La mia carriera decollò in modo esponenziale, il mio
nome, nel settore, era sinonimo di strategia di marketing vincente,
si può dire che ero un guru della pubblicità.
Più
di una volta, in quel periodo, Aro Volturi, amministratore delegato
della società, mi aveva ventilato la sua idea di proporre ai
fratelli la mia promozione a socio; ero la loro punta di diamante,
con le mie idee avevano guadagnato miliardi, era palese che volessero
tenermi stretto prima che la concorrenza mi facesse un'offerta
migliore.
Aro
stava solo aspettando il momento giusto per perorare la mia causa
davanti al consiglio di amministrazione e, aggiudicarsi la campagna
per il nuovo profumo di Armani sarebbe stato il mio biglietto
d'ingresso servito su piatto d’argento.
Grazie
ad una soffiata eravamo riusciti a proporci tra i candidati per la
realizzazione della campagna, avevo passato gli ultimi due mesi a
lavorare come un pazzo insieme a Jasper, il mio braccio destro e
cognato, dopo molti ripensamenti e variazioni eravamo finalmente
soddisfatti del nostro lavoro. Il lunedì successivo avremmo avuto la
presentazione delle nostre idee ai delegati del nostro potenziale
cliente, decidemmo, quindi, di prenderci un week end di meritato
riposo. Quanto accadde però il giorno successivo, quello che avrebbe
dovuto essere di svago e assoluto riposo, mise in discussione tutte
le mie certezze, stravolgendo completamente la mia vita.
La
luce del mattino filtrava da uno spiraglio delle spesse tende che
oscuravano la vetrata della mia camera da letto, colpendomi dritto
negli occhi e costringendomi a svegliarmi.
Allungai
le braccia per stirarmi e mi accorsi che il letto era vuoto.
Bene.
Jessica,
la donna, che era stata con me la notte precedente doveva essere di
fretta, il letto freddo mi raccontava che se ne era andata già da
qualche ora.
Meglio
così.
Ci
frequentavamo già da un paio di settimane e avevo avuto il sentore
che la cosa stesse prendendo una piega un po' troppo appiccicosa, da
parte sua ovviamente.
Con
mia grande soddisfazione mi ero sbagliato.
Sebbene
fossi stato, fin dal primo appuntamento, sempre chiaro con le donne
che frequentavo, ogni tanto alcune di loro cedevano alla speranza che
stesse nascendo una relazione a lungo termine. Quando accadeva,
pregarle di uscire dalla mia vita, diventava spiacevole e noioso.
Avevo
provato ad avere una relazione stabile e duratura, ma non faceva per
me, il mio stile di vita, il mio lavoro, si facevano giorno dopo
giorno più frenetici e pressanti e non erano ritmi adatti alle
esigenze e ai doveri di un padre di famiglia. Moglie e figli mi
avrebbero vincolato troppo, non ero ancora pronto per quel passo. A
dirla tutta non ritenevo lo sarei mai stato.
Mi
bastava ciò che già avevo: la mia famiglia, quella di origine
intendo, mi adorava; nonostante tutto. Rimarcare i miei sbagli e
tentare di farmi sentire un verme era ormai diventato il loro sport
preferito, riportarmi sulla retta via il loro obiettivo primario.
L'argomento dei nostri vecchi dissapori era tabù, se volevano ancora
avere rapporti civili con il loro figlio/fratello, non volevo che
venisse in alcun modo tirata fuori quella storia; loro avevano
tacitamente accettato, anche se, ogni tanto, qualche frecciatina non
mi era certo risparmiata. A modo loro facevano tenerezza, e se non
eccedevano, lasciavo correre, imparando così a farmi scivolare
addosso quegli sporadici commenti sgraditi.
Almeno
questo era quello che credevo, fino a quel sabato mattina.
Ricordo
che mi alzai, grato di poter far colazione da solo senza inutili
chiacchiericci e gridolini nelle orecchie, ero appena uscito dalla
doccia quando il campanello del mio appartamento suonò.
Il
primo pensiero andò a Jessica. Aveva avuto un ripensamento? Sbuffai
al solo pensiero della penosa schermaglia che ne sarebbe seguita e
andai ad aprire.
«Alla
buon ora! È più di mezz'ora che suono.» Esclamò la ragazzina che
mi trovai davanti e, in quel momento realizzai che avevo addosso solo
un asciugamano stretto in vita.
«Ma
... ma cosa diavolo ...»
«Mi
fai entrare o devo prendere residenza sul pianerottolo?!» Mi scansò
dalla soglia della porta d'ingresso e, senza aspettare una mia
risposta, entrò in casa, scaraventando due sacconi giganteschi e un
trolley sul divano bianco di pelle. Che razza d’incivile!
«Ehi!
Ti sembra il modo di invadere la casa altrui? E che razza di
linguaggio è questo!?!» Chiusi la porta con una spinta, ma il
movimento veloce allentò l'asciugamano allacciato in vita che
riuscii ad afferrare un secondo prima che cadesse e fossi denunciato
per atti osceni davanti a minore.
«Ferma
dove sei!» Esclamai puntandole il dito contro con la mano rimasta
libera e arrancai verso la mia camera in cerca di qualcosa di decente
da mettermi addosso. «Torno in un istante! »
«Puoi
anche smettere di agitarti tanto, paparino, lì sotto non c'è niente
che non abbia già visto!» Esclamò con aria di sfida e, colto alla
sprovvista dalle sue parole, inciampai sui miei piedi finendo
rovinosamente sul pavimento.
Tornai
in piedi in un istante e dopo averla fulminata con gli occhi, volai
in camera.
Agguantai
boxer, jeans e una T-shirt e tornai nel salone deciso a ottenere più
che esaurienti spiegazioni per quell’invasione inaspettata.
«Non
usa più avvisare, quando si decide di piombare a casa di qualcuno?»
Esclamai riemergendo dal corridoio.
«Non
usa più ascoltare e rispondere ai messaggi che sono lasciati in
segreteria? A cosa diavolo ti serve una segreteria se non la usi?
Mamma avrà lasciato almeno una quindicina di messaggi! Il cellulare
è sempre irraggiungibile, a casa non ci sei mai e comunque non
ascolti la segreteria, in ufficio sei perennemente in riunione.»
Replicò con quel tono saccente e irritante, identico a sua madre.
Forse
avevo esagerato. Proprio in quell'istante la mia memoria si mise in
moto e si ricordò che Lauren mi aveva cercato quasi un paio di mesi
prima dicendomi che si sarebbe potuta presentare, nei mesi
successivi, l'opportunità di un trasferimento a Parigi. Lo studio
legale dove lavorava stava trattando per l'apertura di una sede in
Francia e le era stato proposto di coordinarla e dirigerla. Lizzy era
al quarto anno di liceo e sua madre preferiva potesse finire gli
studi negli Stati Uniti, ergo l’avrebbe mandata a vivere a New
York, con me.
Ovviamente
come padre non potevo rifiutarmi.
Sì,
avete capito bene: sono padre.
Lo
sono diventato a soli vent'anni, ogni volta che ci pensavo, ero
percorso da brividi e la cosa continuava a suonare strana pure a me,
nonostante fossero ormai passati sedici anni.
Come
ho già detto, la mia mente rifiutava gli obblighi e le
responsabilità che la qualifica di genitore impone. Non vorrei
essere frainteso, amavo mia figlia, era stato amore a prima vista, ma
mollare tutto per diventare un perfetto padre di famiglia non era per
me; in virtù di ciò archiviai subito la conversazione tra le cose
cui avrei pensato più avanti, quando e se, si sarebbe manifestato
concretamente il problema.
Purtroppo
Il problema si era manifestato quel sabato mattina nel mio salotto.
Se solo fossi stato meno coglione e avessi risposto a quelle chiamate
... ma erano stati due mesi di fuoco, la sera quando tornavo a casa
l'ultima cosa che volevo fare era ascoltare la segreteria.
Sono
stato irresponsabile?
Sì,
probabile.
Sono
sempre stato convinto che se ci fosse stata un'urgenza degna di tale
nome, Lauren, che non è una stupida, avrebbe avvisato i miei.
Molto
più reperibili, e responsabili di me.
Pertanto,
se cercava me era soltanto per comunicazioni di routine: andamento
scolastico, visite mediche, un saluto... quando torni a casa la sera
dopo una giornata terrificante, magari anche in compagnia, ascoltare
la segreteria dove una voce di donna ti racconta cosa ha fatto vostra
figlia, sciupa l'atmosfera. È chiaro come il sole quindi che
rispondere non era così indispensabile, certo per educazione avrei
potuto richiamarla, ma come ho già detto quegli ultimi due mesi,
erano stati un vero manicomio e il più delle volte mi passava di
mente.
«Mamma
ha provato più volte a chiamarti per ricordarti che sarei arrivata.»
riprende lei mentre io ancora, frugavo nei miei pensieri «Ieri sera
avevano l'aereo ...»
«Avevano?»
Chiesi perplesso.
«Mamma
e Mike.» chiarisce lei «Anche lui si è trasferito a Parigi, non
l'avrebbe lasciata mai da sola» Ti pareva che perdesse l'occasione
di rinfacciarmi quanto è splendido e amorevole il suo patrigno.
«Mi
hanno lasciato dai nonni, che stamani mi hanno portato qua.».
«Potevano
chiamarmi!» Esclamai cercando di non esplodere, non ci sarebbe stato
da stupirsi se i miei e Lauren avessero studiato tutto a tavolino.
«Nonno
ha provato ma il tuo cellulare era, come al solito, irraggiungibile,
lui e nonna sono davvero furiosi.».
Sai
che novità ... di sicuro non quanto me in quel momento.
«Mamma
ha detto che mi lascia a New York solo perché ci sono loro.».
Certo, continua a girare il coltello nella piaga piccola vipera «Sia
chiaro che io preferirei, di gran lunga, andare a vivere con i nonni
ma nonno ha detto che è ora che tu faccia il padre, ed eccomi qua,
paparino.» Il sorrisetto satanico che le apparve sulle labbra mi
riempì la schiena di brividi di puro terrore.
La
feci sistemare nella stanza degli ospiti, m'infilai la prima tuta
pulita che trovai a giro per casa e andai a correre; avevo
un'impellente necessità di calmarmi e schiarirmi le idee, correre mi
sembrò al momento la migliore soluzione per sbollire il nervosismo
che avevo rapidamente accumulato.
Due
ore e mezzo di corsa dopo, potei costatare la completa inutilità del
mio gesto; era bastato lasciarle due misere ore di libertà per
trasformare un normale e tutto sommato ordinato appartamento, nella
discarica generale dello stato di New York.
Il
volume della musica era talmente alto che mi stupii di non aver
trovato un sit-in dei vicini sul pianerottolo pronti a linciarmi.
Probabilmente erano morti sul colpo per lo spavento appena aveva
acceso lo stereo.
I
due sacchi e il trolley erano a cuore aperto, vuoti, sul divano e il
loro contenuto era sparpagliato per tutta l’area del salone,
trasformandolo un centro di raccolta e smistamento donazioni per
l'esercito della salvezza. Come diavolo era riuscita a cacciare tutta
quella roba in solo tre valige?
«ABBASSA
LO STEREO ELISABETH!!!» Gridai con tutto il fiato che avevo nei
polmoni. Non ottenni risposta, non che ci avessi realmente sperato.
Iniziai a scavalcare i vestiti, le scarpe e i sacchetti assortiti che
erano stati depositati lungo il percorso tra l’ingresso e la sua
stanza, determinato più che mai a porre fine a quel caos, quando, il
mio piede si appoggiò su qualcosa che al solo contatto con la mia
scarpa, iniziò immediatamente a rotolare facendomi perdere
l'equilibrio.
«LIZZYYYYYYYYYYY!!!!!!!!!!!»
Urlai ancora, mentre per la seconda volta nel giro di poche ore mi
trovavo lungo disteso sul pavimento, trascinando con me tutto quello
che la mia mano trovò sulla mobile al quale tentai inutilmente di
aggrapparmi.
La
musica cessò improvvisamente e una faccetta angelica, incorniciata
da una nuvola di onde ramate, si affacciò dalla prima porta del
corridoio.
«Tutto
bene papà? Alla tua età dovresti stare più attento, cadere in
questo modo può essere molto pericoloso.» E senza aggiungere altro
mi scavalcò e continuò la semina del suo guardaroba in ogni dove.
Passai
tutto il sabato e buona parte della domenica chiuso in camera,
sdraiato sul letto cercando di farmi passare il dolore che le due
cadute acrobatiche mi avevano procurato; avevo trentasei anni ero
sono certo decrepito, ma sfido chiunque a rialzarsi senza lividi e
contusioni assortite dopo due voli simili! Mi presi quel tempo per
riflettere ed elaborare una strategia, in modo da poter affrontare
quella convivenza forzata e rimanerne illeso.
Non
servì assolutamente a niente.
Il
problema fondamentale era che non ero in grado di fare il padre, non
l'avevo mai fatto, non avevo alcuna confidenza con questa ragazza, né
tantomeno lei voleva darmene.
Dopo
tredici anni che vivevamo ai capi opposti della nazione, era
pressoché impossibile instaurare un rapporto padre figlia degno
delle migliori sit-com americane. In buona sostanza sarebbe stato un
gioco al massacro, il mio per l’esattezza, a giudicare dai lividi
che mi ero già procurato in solo mezza giornata.
Non
conoscevo abbastanza bene il nemico e, se non lo conosci, non lo puoi
nemmeno sconfiggere, mi sarei preso del tempo per studiarla e capire
i suoi punti deboli. Avevo perso una battaglia, mi aveva colto
impreparato, la guerra l'avrei vinta io.
Nel
tardo pomeriggio di domenica sentii bussare alla porta della mia
camera, aprii gli occhi dal torpore in cui mi accorsi essere caduto
durante i miei infruttuosi ragionamenti e risposi.
Lizzy
si affacciò cauta, quasi impaurita, fingeva bene la ragazza! La
squadrai attentamente cercando di intuire le sue intenzioni, non era
certo venuta per sventolare bandiera bianca.
«Pizza
anche stasera?» Chiese, e imprecai con me stesso per essermi
scordato di fare la spesa.
«Non
che mi dispiaccia, ma se continuiamo così, dovrai pagarmi un
abbonamento in palestra.».
«Domani
passeremo al centro commerciale e risolviamo il problema.». Risposi
cercando di tirarmi su dal letto.
«Domani
sarò a scuola, te ne sei scordato?» Quel tono polemico era
oltremodo irritante.
«Mamma
mi ha lasciato questa per te.» Disse porgendomi una busta «Ha detto
di leggerla attentamente, possibilmente entro domani mattina, e
seguire quanto c’è scritto alla lettera.» La guardai perplesso,
mi stava consegnando le istruzioni per l’uso? Mi prendeva per
scemo? «Io voglio una doppia pasta con tonno cipolle e patatine, non
più tardi delle nove altrimenti non digerisco.» Girò tacchi e se
ne andò.
Presi
un profondo respiro, aprii la busta e iniziai a leggere.
Ciao
Edward,
So
perfettamente che in questo momento starai imprecando contro di me e
le mie scelte lavorative, ma devi convenire che in questi tredici
anni ti ho imposto raramente di fare il padre, lasciandoti libero di
vivere la tua vita e farti una carriera, adesso è giunto, però mio
momento e sai non posso perdere quest’ opportunità.
Mi
conosci e sai che non sono totalmente sprovveduta e irresponsabile da
affidarti nostra figlia senza precauzioni, a New York ci sono i tuoi
genitori e che, al contrario di te, hanno sempre fatto parte della
vita di Elisabeth sono sicura che per qualsiasi cosa saranno lì per
lei.
Dato
che non hai voluto rispondere alle mie chiamate, ho pensato di farti
un piccolo promemoria per i tuoi primi frenetici giorni da genitore:
- Ho già provveduto a iscriverla al nuovo liceo, ho sempre parlato io con la scuola ma ritengo sia opportuno che tu vada a presentarti domani mattina, i prossimi rapporti li avranno con te, ed è bene che sappiano che esisti realmente e non sei solo un’entità astratta.
- Accertati che tutti i documenti della vecchia scuola siano arrivati in segreteria.
- Fatti dare le password per controllare presenze e voti.
- Ricordati di fare le pratiche per inserirla nella tua assicurazione sanitaria.
- Ogni giovedì sarà a cena dai tuoi, così potrai avere la tua serata libera.
- Ricordati che può tornare a casa dopo le 21 solo venerdì e sabato, ma sempre entro mezzanotte.
- Chiedi sempre il numero di telefono e nomi degli amici con cui esce.
- Non le è permesso salire in auto con amici non identificati.
- MAI fidarsi ciecamente.
Detto,
questo dovresti riuscire a cavartela e, tranquillo, i pannolini ha
smesso di usarli già da diversi anni, e le ho già fatto tutti i
“discorsi” del caso.
Potrebbe
essere una magnifica opportunità di riscatto per te, non perdere
quest’ occasione.
In
bocca al lupo.
Un
abbraccio
Lauren
Leggere
quella lettera mi fece salire il sangue al cervello; il giorno
successivo dovevo essere in ufficio all'alba, avevamo la
presentazione ai delegati di Armani, se ci aggiudicavamo la campagna,
sarei stato ad un passo dalla promozione, NON.POTEVO.MANCARE.
Lauren
si stava vendicando, non c’era il minimo dubbio in proposito il
sotto testo di quella lettera era "te la farò pagare per avermi
messa incinta", beh non era certo stata tutta colpa mia, eravamo
ubriachi entrambi quella sera e, se i suoi avevano deciso di andare a
vivere dall'altra parte della nazione non era certo dipeso da me. Il
sarcasmo di alcune sue affermazioni era quasi offensivo: cosa
intendeva per serata libera? Diamine aveva sedici anni, poteva anche
stare una sera sola a casa! Il pensiero che mi stesse suggerendo di
cambiare vita e abitudini mi sembrò una richiesta quasi surreale.
«Maledetto
me e la pessima idea di non volerle parlare per telefono!» Imprecai
appallottolando la lettera e lanciandola lontano dalla mia vista.
C'era da immaginarselo che avrebbe fatto di tutto per farmela pagare.
Il
lunedì che seguì quel disastroso fine settimana fu la degna
conclusione delle giornate che lo avevano preceduto. Ci presentammo a
scuola ancor prima del personale di servizio, speravo di poter
salutare la preside e catapultarmi in ufficio in tempo per la
presentazione fissata per le 9:00; avevo calcolato tutto al millesimo
di secondo, potevo arrivare in tempo, era fattibile, ma per maggior
sicurezza avevo allertato anche Jasper di cominciare senza di me.
Purtroppo
non avevo fatto i conti con il vecchio macinino sul quale viaggiava
Mr. Cope, la preside, quella carriola del primo dopoguerra aveva
deciso di passare a miglior vita proprio quella mattina, obbligandola
a prendere i mezzi pubblici e facendola arrivare a lavoro con due ore
e mezza di ritardo.
Inutile
dire che la presentazione andò a puttane e con lei anche la mia
promozione. L'idea era piaciuta, ma avrebbero gradito la mia presenza
in qualità di ideatore della campagna. Si erano sentiti ignorati e
questo aveva pesato tremendamente sulla loro scelta.
La
scenata isterica di Jasper fu la ciliegina sulla torta.
Lizzy-Edward:1-0.
Un
ottimo inizio, nulla da dire.
I
giorni che seguirono furono un susseguirsi di schermaglie e ripicche.
Dall'oggi
al domani non fui più padrone della mia casa è della mia vita.
Il
caos regnava ovunque. Kaure, la donna che veniva a farmi le pulizie
due volte a settimana chiese un cospicuo aumento di stipendio. Non
potevo certo biasimarla il lavoro era triplicato ... dopo una lunga
trattativa arrivammo all'accordo che avrebbe raccolto le
cianfrusaglie di mia figlia e le avrebbe sbattute nella sua stanza e
lì sarebbero state abbandonate. Sarebbe stata responsabilità di
Elisabeth rimettere a posto e pulire la sua discarica. Se poi fosse
stata, o meno una brava massaia non era affar mio. A detta di sua
madre, era ordinata e precisa, quindi non avrebbe certo avuto
problemi a riordinare e pulire il suo ciarpame.
Nel
giro di un paio di settimane mi trovai la casa invasa ogni giorno da
un’orda di sedicenni schiamazzanti e in piena esplosione ormonale!
I genitori di quelle ragazzine si rendevano conto di come andavano
vestite le loro figlie? Avevano mai ascoltato i loro discorsi? Se
qualcuno le avesse violentate mentre rientravano a casa, non sarei
stato così sicuro che non fossero consenzienti ... improvvisamente
mi venne in mente che non tutti nel palazzo sapevano chi fosse
Elisabeth e vedendo quel via vai di ragazzine potevano iniziare a
pensare chissà cosa ... avrebbero potuto denunciarmi! Per evitare
di finire in galera per adescamento di minori e presunti festini,
provai a imporle alcune semplici regole base sulla convivenza: poteva
invitare amiche solo due volte a settimana, se avevo ospiti, era
gradito un comportamento educato e rispettoso. Non pretendevo certo
di fare sesso sfrenato con una figlia adolescente che dormiva nella
stanza accanto alla mia, ma non volevo nemmeno rinunciare a priori a
fare salire in casa chiunque! Sul momento sembrò aver capito e
compreso la situazione quando arrivammo al mettere in pratica le mie
richieste, mi trovai davanti ad un film dell’orrore aprii la porta
d'ingresso subito dopo aver decantato quanto fosse brava mia figlia e
ci trovammo catapultati in un qualche sconosciuto girone infernale
dove stereo, televisione, cellulari e cinque ragazzine schiamazzanti
e mezze nude producevano rumore contemporaneamente. Inutile dire che
una dopo l’altra le mie ospiti iniziarono a declinare ogni mio
invito, sia in casa che fuori ... alcune ci tennero a specificare che
sarebbe stato per l’eternità. Come biasimarle... nel
giro di poche settimane mi ero trasformato da scapolo impunito e
appetibile a disperato
padre di famiglia, portatore sano di problematiche assortite, e la
quantità sconsiderata di chiamate che mi faceva le rare volte che
riuscivo a mettere il piede fuori di casa avallavano questa teoria.
Ovviamente
se ero io a cercarla il suo cellulare era irraggiungibile.
Un
frate francescano aveva sicuramente una vita sociale più frenetica
della mia, che ormai era praticamente azzerata. Nel giro di un mese
compresi il significato delle parole di Lauren circa la "serata
libera". Iniziai
così a valutare la possibilità di poter uscire e/o riappropriarmi
del mio appartamento, e della mia vita, nell’unica giornata in cui
ero sicuro al cento per cento non potesse mettermi i bastoni tra le
ruote: il giovedì.
Era
inutile rodersi il fegato per ogni appuntamento mandato all’aria da
quella piccola strega, stavo solo cadendo nella sua trappola, dovevo
giocare di strategia. I
miei ovviamente non
approvarono questa decisione, ma dovendo scegliere tra la mia sanità
mentale ed essere per l’ennesima volta una delusione per mia madre,
optai per la prima. Per
un paio di settimane mi
sentii rinato, ero riuscito a portare fuori a cena Victoria e mi ero
persino concesso un “dopocena veloce” da me, la terza settimana
ero deciso a osare di più e convinsi mia sorella Alice ad aiutarmi,
non so se lo fece per pena o per effettivo cameratismo tra fratelli,
ma sapevo con certezza che mi avrebbe presentato il conto per quel
favore, prima o poi, ma me ne sarei preoccupato a tempo debito. Il
piano era semplice: invitare Elisabeth a dormire da lei, dopo la cena
con i miei, per una "serata tra donne", il giorno dopo
l’avrebbe accompagnata lei a scuola ed io avrei avuto piena
disponibilità del mio appartamento fino alle cinque del pomeriggio
seguente.
Era
un piano perfetto.
Non
poteva fallire.
Ma
fallì.
Non
avevo, fatto i conti con la mente perversa e calcolatrice della
sanguisuga che avevo contribuito a mettere al mondo. Ogni padre che
si rispetti dovrebbe essere orgoglioso dell'intelligenza della
propria figlia, io, quando la mattina dopo la trovai a fare colazione
come se nulla fosse al bancone della cucina maledissi il suo acume!
La
piccola carogna aveva capito i miei piani ed era rientrata giusto in
tempo in tempo per rovinarmi la giornata; afferrai il cellulare e
vidi un messaggio di Alice che mi avvertiva di non essere riuscita a
trattenerla, purtroppo quando l’aveva mandato, ero “estremamente
impegnato” e non l’avevo sentito. Trattenni a stento il mio
istinto di sbatacchiarla contro il muro.
Per
fortuna quando mi affacciai sulla porta, indossavo almeno i boxer ...
non potei dire lo stesso di Victoria che aveva passato la notte con
me, quando si affacciò al salone con solo un perizoma striminzito e
vide Elisabeth salutarla con la mano il colorito della sua pelle si
uniformò ai capelli rossi.
Non
passarono tre minuti che era già pronta per andarsene.
«È
stato un piacere conoscerti, e complimenti per il filo interdentale
che porti al posto degli slip» le gridò salutandola con la mano
mentre la vedevo varcare la soglia di casa più veloce della luce.
Anche se mi gridò “a presto!” ero perfettamente cosciente che
Victoria si era unita al gruppo di donne che non l’avrei rivisto
mai più.
Il
suo obiettivo mi fu improvvisamente chiaro: voleva farmi terra
bruciata intorno, e ci stava riuscendo alla grande. Era furiosa con
me perché l'avevo lasciata con sua madre? Non potevo darle torto, ma
cercare di minarmi la carriera oltre che la sfera di rapporti
interpersonali era inconcepibile.
Non potevo affrontarlo.
I
miei genitori, che la conoscevano indubbiamente meglio di me, erano
sconcertati dal suo comportamento, mai si sarebbero immaginati un
simile atteggiamento e mio padre mi fece notare, nemmeno poi così
velatamente, che forse me l'ero cercata.
C’ero
arrivato anche da me.
Avrei
dovuto essere più presente, avevo delegato e vissuto la mia vita
incurante di tutto, inviare soldi tutti i mesi e qualche telefonata
non potevano sopperire in alcun modo anni di assenza.
Quello
che era stato, però, non si poteva modificare, non potevo certo
tornare indietro e correggere il passato, quando chiesi loro una mano
per uscire da questo inferno, dissero semplicemente che dovevo
riuscire ad aiutarmi da solo.
Che
razza di risposta era?
Evidentemente
non avevano voglia di aiutarmi.
Provai
a suggerirle l'idea di organizzare le sue "giornate di studio"
non soltanto a casa nostra ma anche presso le sue amiche; fui
accusato di voler minare la sua integrazione nella nuova scuola.
Passai quindi alle minacce, se avessi trovato ancora una volta la
casa trasformata in un rave party, le avrei proibito di uscire per un
mese; chiamò sua madre che, incredula che la figlia avesse un simile
comportamento, mi disse che dovevo smettere di esagerare e iniziare a
comportarmi da adulto. Finita la telefonata arrivò un sms di Lauren
con scritto semplicemente: "In bocca al lupo."
Dalla
rabbia frantumai il cellulare nel muro.
Dopo
due mesi di furiose discussioni e ripicche arrivammo, non so dire
come, ad un accordo di tacita convivenza e sopportazione; le uniche
parole che ci scambiavamo erano mere comunicazioni di servizio, nulla
più. Io passavo il mio tempo chiuso nello studio, lei attaccata al
suo cellulare.
Lei
non infastidiva me ed io non stressavo lei.
Dovevamo
sopravvivere, e quello, al momento, sembrò il sistema migliore.
Dopo
quasi tre mesi di durissima convivenza pensavo che ormai avessimo
raggiunto il nostro equilibrio e mai mi sarei aspettato la telefonata
che interruppe la riunione settimanale di pianificazione.
«Mr.
Cullen buongiorno chiamo dalla Trinity High School.». Non era la
preside, ricordavo perfettamente la sua voce tremolante «Mi chiamo
Isabella Swan e sono il tutor di riferimento di sua figlia.». Dalla
voce sembrava molto più giovane, ma non per questo meno acida.
«Buongiorno
Mrs. Swan, al momento sono in riunione, se potessi richiamarla...».
«Mi
spiace, non le ruberò un minuto di più del suo preziosissimo
tempo.» M’interruppe lei «Devo parlarle di una situazione
piuttosto delicata e, sarebbe meglio, vedersi di persona. Può
passare dal mio ufficio oggi pomeriggio verso le quattro?» Ma cosa
avevano tutte queste donne contro di me? Alle cinque e mezzo avrei
avuto i provini di alcune modelle per uno spot, Jasper aveva
implorato la mia presenza, quasi un anno prima avevo curato
personalmente tutta la campagna Prada adesso dovevamo realizzare dei
nuovi scatti sempre per la stessa linea di accessori, dovevo esserci
in tutti i modi non potevo ripetere l'errore che avevo fatto con i
delegati di Armani.
«Veramente
io oggi avrei un appuntamento al qual...»
«Mr.
Cullen, sto parlando di sua figlia.» Puntualizzò risentita.
Cominciai a sospettare che le donne dovessero nascere con qualche
cromosoma strano nel DNA che permetteva loro di farti sentire sempre
e comunque un verme!
«Mr.
Cullen è ancora in linea?» Insistette non avendo sentito risposta.
«Farò
il possibile.» Risposi meccanicamente.
«Bene,
a dopo. Buona giornata».
«A
dopo.» mugolai e Jasper mi fulminò con lo sguardo, non potei far
altro che spallucce.
Un
quarto d’ora prima dell’orario fissato ero alla Trinity School ad
aspettare che l'ennesima zitella inacidita arrivasse per farmi la
paternale. Nell’attesa mi misi a controllare le foto delle modelle
che Jasper mi stava inviando, nella speranza di riuscire ad arrivare
in tempo per la decisione finale.
Un
rumore di passi svelti risuonò nel corridoio, troppo svelti perché
fossero di una signora di mezza età, e forte di questa
considerazione e del fatto quindi che non fosse chi stavo aspettando,
non alzai lo sguardo dal mio cellulare. Un instante dopo una sagoma
femminile appare nel riflesso del mio iPhone.
«Mr.
Cullen suppongo.» Disse porgendomi la mano, una brunetta in tailleur
grigio non tanto alta, ma tutto sommato carina ferma davanti a me
«Sono Isabella Swan, il tutor di sua figlia Elisabeth.».
Piacevolmente
sorpreso che fosse completamente differente dall’idea che mi ero
fatto di lei dalla telefonata di quella mattina, fui colto alla
sprovvista; il cellulare mi schizzò dalle mani costringendomi a
improvvisare un fallimentare numero di giocoleria per riprenderne
possesso.
«Mi
scusi!» Esclamò vedendo il telefono piombare rovinosamente a terra,
«Non volevo spaventarla.». Lo raccolse prima che potessi farlo io
e, appena fu nelle sue mani, un BIIIIPPP prolungato segnalò l’arrivo
dell’ennesima foto da parte di Jasper.
Non
ricordavo di essermi mai vergognato, in vita mia, tanto come in quel
frangente.
Lei
guardò la foto, non commentò e mi porse il telefono. Lo sguardo con
cui mi squadrò valeva più di mille parole.
Rinunciai
a giustificarmi, qualsiasi parola che avessi detto in quel momento
sapevo già che sarebbe stata usata contro di me.
La
seguii nel suo ufficio e il mio sguardo indugiò sul suo fondoschiena
che ancheggia, senza nessun riguardo, davanti agli occhi.
Decisamente
un gran bel vedere.
Ci
accomodiamo alla scrivania e i trenta secondi che seguono credo siano
stati i più lunghi della mia esistenza. Il cellulare vibrava
impazzito nella tasca interna della mia giacca e sperai con tutto me
stesso che lei non se ne accorgesse. L’imbarazzo cresceva, non so
se dipendesse dalla foto che aveva visto poco prima (e di conseguenza
dell'idea che si era fatta di me... anche se a dire la verità, dopo
aver visto il suo lato B, ero piuttosto curioso di sapere che idea si
era fatta di me, così, giusto per avere uno scambio di opinioni...)
oppure era il dovermi rapportare per la prima volta in vita mia al
ruolo di genitore, fatto sta che finalmente parlò, e dentro di me
tirai un sospiro di sollievo.
«È
un piacere poterla conoscere, finalmente, Mr Cullen.» La guardai
perplesso, dovevo presentarmi anche a lei? Non era previsto nelle
note di Lauren e, a essere sinceri, non sapevo nemmeno della sua
esistenza «In quest’ultimo mese ho chiesto più volte a sua figlia
di farmi contattare da lei.» Come volevasi dimostrare mi mancava
qualche tassello.
«Mi
rincrescere ma, purtroppo, Elisabeth non mi ha mai detto niente.»
Risposi con una punta d'imbarazzo nella voce, appuntandomi
mentalmente di chiarire la questione quella sera stessa.
«Lo
immaginavo, per questo ho preso l'iniziativa senza consultarmi con la
preside.» Rispose pacata «Come saprà, sua figlia è stata ammessa
nel nostro Istituto unicamente perché Mr Newton ha chiesto questo
favore "personale" direttamente al consiglio di
amministrazione. È stato uno dei nostri migliori allievi, senza
contare le ingenti donazioni che elargisce ogni anno.». Non lo
sapevo, ovviamente, ma non mi stupì per niente sapere che Mike si
era prodigato anche in questo per MIA figlia, così poteva avere
qualche altro argomento di cui pavoneggiarsi «Normalmente non
ammettiamo studenti al penultimo anno, ma considerando il curriculum
scolastico, i voti eccellenti di Elisabeth e, "tutto il resto"
è stato chiuso un occhio. Purtroppo però ci troviamo in una brutta
posizione, il rendimento di sua figlia è molto sotto la media, è
distratta e totalmente disinteressata ha fatto numerose assenze.
Forse è solo un periodo, trasferirsi in un’altra città lasciare
amici e cambiare abitudini alla sua età non è semplice,
l'adolescenza non è sempre quel bellissimo periodo della vita in cui
uno vorrebbe tornare.» Nei suoi occhi scorsi un'ombra di malinconia
«Come tutor, e sua insegnante d'arte, mi sono sentita in dovere di
farle presente il disagio che, mi sembra di intuire, sua figlia stia
vivendo in questo momento. Credo in tutta onestà che sia qualcosa
che va ben oltre il semplice cambio di scuola e città; con questo mi
creda non è mia intenzione insegnare ad altri il loro mestiere,
tantomeno ad un genitore. Lei è il padre e saprà sicuramente come
affrontare il problema, molto meglio di quanto ci si possa
immaginare.» In quel momento esatto mi sarei voluto sotterrare dalla
vergogna «Molto probabilmente, se la situazione non dovesse
migliorare e tornare agli standard che ci aspettiamo da Elisabeth,
sarà contattato dalla preside per aver delle spiegazioni in merito e
per prendere provvedimenti, che temo, non saranno piacevoli. In
questi due mesi ho avuto modo di conoscere Elisabeth, e per l'idea
che mi sono fatta di lei, è una ragazza in gamba, molto intelligente
e anche particolarmente portata per la mia materia, sono convinta
possieda delle potenzialità ma che qualcosa la inibisca
dall’esprimerle al meglio. Vorrei evitarle altri inutili problemi o
fonti di stress» Lei parlava ed io non riuscivo a smettere di
guardarla attonito, sia per quelle labbra che sembrava mi stessero
chiamando sia per tutte quelle inaspettate informazioni che
iniziarono e rimbombarmi nel cervello producendo un frastuono
incredibile... così poco sapevo di mia figlia ... «… lei è un
uomo impegnato e non voglio disturbarla oltre, ma sappia che sono a
sua disposizione, se avesse bisogno di un aiuto. Non esiti a
chiamarmi, mi sono affezionata a Elisabeth e se posso fare qualcosa
per lei, ne sarò felice.» Disse alzandosi e porgendomi la mano per
congedarmi; la ringraziai per la sua cortesia e assicurandole che
avrei parlato quella sera stessa con mia figlia, la salutai.
Aspettai
più di mezz’ora l'arrivo di un taxi libero, finché mi arresi e
decisi di incamminarmi verso casa a piedi, forse due passi avrebbero
aiutato a schiarirmi le idee su come affrontare l'argomento con
Elisabeth.
Nei
quasi quattro mesi di convivenza forzata eravamo passati dalla fase
guerriglia attiva alla rassegnazione passiva di un dato di fatto:
avremmo dovuto frequentarci almeno fino al suo ingresso al college,
possibilmente senza spargimento di sangue.
Lei
non metteva i bastoni fra le ruote nel mio lavoro e nella mia vita
privata, mentre io le concedevo un'autonomia che con sua madre non si
sarebbe mai permessa nemmeno di sognare.
Quando
tacitamente arrivammo a questa comune soluzione, mi sentii un grande!
Credetti di aver vinto non solo la battaglia del momento ma tutta la
guerra.
In
buona sostanza ero stato un idiota.
Quella
ragazzina di appena sedici anni mi aveva raggirato e convinto a fare
esattamente come lei voleva; facendo passare il tutto per una mia
decisione.
Dovetti
ammettere con me stesso che per arrivare a tanto bisognava avere una
buona dose di bravura nell'arte della persuasione, m’inorgoglì non
poco pensare a quanto mi somigliasse sotto quel l'aspetto, il tutto
durò una manciata di secondi; mi aveva raggirato e fatto passare per
scemo. La mia autostima ne avrebbe risentito per molto tempo.
Io
ero suo padre, ero cosciente di avere delle responsabilità, anche se
me le ero sempre buttate dietro le spalle; lei non viveva con me, ci
vedevamo sì e no tre volte l'anno e le nostre conversazioni non
andavano oltre il saluto e i meri convenevoli di rito. Lauren era
stata per lei, contemporaneamente, la madre e il padre che non avevo
voluto essere. Incolpavo il mio lavoro, con il senno di poi dovetti
riconoscere che erano tutte scuse, avevo una fottuta paura
dell’enormità della cosa. Mio padre era stato una persona
eccezionale, primario al New York City Hospital non aveva mai
trascurato né il lavoro né tantomeno la famiglia, il confronto con
lui mi schiacciava. Adesso però non potevo più procrastinare, forse
non mi avrebbe mai considerato suo padre ma non le avrei certo
permesso di continuare a considerarmi uno stupido.
Né
potevo obbligare Lauren a rinunciare all’offerta che le avevano
fatto, se lo meritava, era in gamba nel suo lavoro e avrebbe fatto
una brillante carriera se il prendersi cura di nostra figlia non
l’avesse frenata per tutti questi anni, quindi adesso dovevo
rimboccarmi le maniche e risolvere i miei problemi da me, come aveva
sempre fatto lei.
Davanti
a Mrs. Swan mi ero sentito un perfetto idiota, mi aveva parlato come
a un genitore normale, uno che conosce sua figlia, la capisce e sa
come aiutarla; io a mala pena sapevo dove andava a scuola. La sua
fiducia nelle mie capacità di padre mi aveva fatto vergognare di me
stesso; il peso di quella responsabilità, mi schiacciò come se
duecento tonnellate mi fossero atterrate in un solo colpo sulle
spalle, forse
era quella la sensazione che si provava quando da noi, dalle nostre
decisioni e dal nostro comportamento dipendevano la vita, il futuro e
l'educazione di un’altra persona.
Alzai
gli occhi e vidi che ero a pochi passi dal palazzo dove abitavo.
Entrai, salutai il portiere e con l’ascensore salii fino al mio
piano, le porte scorrevoli si aprirono automaticamente e come un
automa uscii trovandomi davanti alla porta d'ingresso del mio
appartamento.
Era
giunta l’ora di diventare grandi.
Presi
un profondo respiro ed entrai.
Pensai
che affrontare il problema con un approccio più soft potesse
produrre risultati migliori.
Mi
sbagliavo.
Mi
sbagliavo parecchio.
«Ciao!»
La salutai appoggiandomi allo stipite della porta. Sdraiata sul
letto, cuffie dell'iPod negli orecchi, sguardo fisso sul cellulare,
non mosse un muscolo.
«Ehi!
Ho detto: ciao! Mi hai sentito?» Insistetti alzando la voce.
Svogliatamente spostò lo sguardo su di me e mosse una mano in segno
di saluto.
Dovetti
farmi violenza per non strapparle il cellulare di mano e imparentarlo
con violenza contro il muro.
«Sono
tornato prima oggi, pensavo potessimo fare due chiacchiere.»
«Da
quando ti va di fare due chiacchiere con me? Non dirmi che
t’interessa cosa faccio?» Rispose sbuffando mentre si accomodava
meglio nel letto.
Quella
risposta pronta e acida mi disturbò più del previsto, forse perché
tutti i torti non li aveva. Non le avevo mai chiesto niente, nel mio
appartamento non era mai stata nemmeno prevista una camera tutta per
lei, la stanza degli ospiti era stato tutto quello che avevo da
offrirle. No, non era stata proprio una bella accoglienza quella che
le avevo riservato.
«Ti
sbagli se pensi che quello che fai non m’interessi.»
«Hai
un modo curioso per dimostrare il contrario. Cosa Vuoi?» Replicò.
«Pensavo
che ... che ormai sono quasi quattro mesi che sei a New York, come ti
trovi?».
«Tutto
bene, grazie» E tornò a giocare con il cellulare.
«La
scuola come va? Ti trovi bene?» Insistetti.
A
quel punto qualcosa cambiò: scattò seduta sul letto e, fulminandomi
con uno sguardo che avrebbe incenerito in un colpo solo l’intera
foresta amazzonica, mi vomitò addosso tutta la sua rabbia.
«Che
cazzo ti è preso oggi? Stai cercando di vincere il premio “padre
dell'anno”? Non credere che farmi un paio di domande sulla mia vita
o sulla scuola solo perché non sai come riempire mezz'ora di vuoto
prima di uscire con qualche oca giuliva, possa colmare il vuoto di
sedici anni! Tu non sei mio padre! Non sei nessuno! Non hai alcun
diritto di impicciarti della mia vita!» Gridò venendomi quasi
addosso «Non cercare di essere migliore degli altri, uniformati! Se
non importa niente a loro che mi hanno cresciuta, tu non sei certo
tenuto a sforzarti.». E senza aggiungere altro, uscì dalla stanza e
si chiuse in bagno.
Rimasi
impietrito a fissare la porta che si era chiusa alle sue spalle. Ero
completamente impreparato ad una simile reazione, le sue parole mi
avevano ferito, il semplice disturbo che avevo provato solo pochi
attimi prima adesso era un dolore lancinante, come se il peso dei
miei sbagli mi premesse sul petto levandomi completamente il respiro.
Davanti
ai miei occhi passarono come un film a rallentatore le immagini di
quei sedici anni, quello che avevo fatto per lei e di conseguenza
tutto ciò che non avevo fatto, la bilancia pendeva pesantemente
sotto il peso delle mie mancanze. Il senso di colpa arrivò come
un’onda e riuscì a sopraffarmi, mi feci rabbia da solo e scagliai
un pugno contro il muro; la mano si bloccò dal dolore e la rabbia
rimase.
L'istinto
mi suggerì di uscire ma m’imposi di non considerarlo, era una vita
che scappavo, dovevo essere superiore, non dovevo farle capire che mi
aveva ferito. Il silenzio che era sceso in casa dopo quella sfuriata
infastidiva più del frastuono, provai a concentrarmi sulle mail per
vedere come se l’era cavata Jasper, ma il portatile aveva deciso di
non voler collaborare; pure lui... come se non ci fossero state
abbastanza persone a detestarmi. Nel tentativo di rianimarlo pensai
all’ultima frase che aveva detto, evidentemente anche il rapporto
con sua madre non era tutto rose e fiori come Lauren voleva far
credere... chissà se un giorno sarei mai riuscito a scoprirne il
motivo ... Nel frattempo la posta elettronica aveva fatto partire la
scansione antivirus, prima di un paio d’ore il computer sarebbe
stato inagibile; mi arresi e preparai la cena. Giusto un'insalata, le
mie poche conoscenze culinarie non mi permettevano certo chissà che
piatti, la chiamai ma, ovviamente, non rispose, le lasciai la cena
sul tavolo e me ne andai a letto.
Diedi
un’occhiata al cellulare, solo per scrupolo e vidi trentadue avvisi
di messaggi e chiamate da parte di Jasper.
Merda!
Aro
per la prima volta aveva deciso di assistere alla sessione di scatti
in programma per quel pomeriggio.
Non
aveva gradito la mia assenza, né vedere Jasper nel pallone in preda
all’ansia.
Provai
a chiamarlo ma chiuse la chiamata ancora prima che potessi parlare.
Non
insistetti i miei nervi non avrebbero sopportato anche la sua scenata
isterica. Anche se, me la sarei meritata.
La
mattina seguente trovai la tavola apparecchiata esattamente come
l'avevo lasciata.
Testarda.
Tutta
sua madre.
Pensai
che il luogo comune " lasciagliela sbollire" potesse
ottenere i suoi frutti.
Ennesimo
grosso errore.
Mi
tolse il saluto, e ogni altra forma di comunicazione passò
attraverso foglietti attaccati allo specchio del bagno.
Mi
consolò che almeno con i miei parlasse. Avevo provato a chiedere
consiglio a mio padre ma tutto quello che mi seppe dire fu un
semplice «Ci siamo passati tutti figliolo, solo che tu non ci sei
arrivato per gradi negli anni, ma è stata una tua scelta giusto? Non
ci sono ricette infallibili per una soluzione sicura e duratura del
problema, dovete trovare soltanto quella più adatta a voi. Solo
quella è quella giusta -
Le
sue perle di saggezza se le poteva anche risparmiare.
Nel
completo mutismo passarono altre due settimane, fino a quando, per
caso, sentii la fine di una telefonata con sua madre «... mi mancate
anche voi. Vi chiamo presto. Dai un bacio a papà.»
Papà?
Chiamava
Mike: papà?!?
Fu
la goccia che fece traboccare il vaso. Lui NON era suo padre. Certo
era stato più presente di me nella sua vita, ma questo non voleva
dire che io non l'amassi ... forse questo era il problema ... non
credeva che m’interessasse di lei, ma cosa potevo mai fare per
farle cambiare idea se nemmeno mi salutava!
Pensai
a Mrs. Swan, se in così poco tempo era riuscita a fare una diagnosi
del disagio di Lizzy, voleva dire che l’aveva capita, forse aveva
qualche asso nella manica per poterla e potermi, aiutare. Mi sarei
cosparso il capo di cenere e avrei implorato il suo aiuto; quella
donna era, al momento, la mia unica speranza di salvezza.
La
contattai il giorno seguente e fissammo di vederci nel tardo
pomeriggio per un caffè in un locale a un isolato dal mio ufficio.
Una sorta di euforia s’impossessò di me al pensiero di
quell’appuntamento, era come se mi accingessi a fare qualcosa di
proibito, tipo un appuntamento clandestino o comunque qualcosa da
dover tenere per forza nascosto, quando in realtà eravamo solo due
persone che si vedevano per fare due chiacchiere ... Ok, dovevo
essere onesto almeno con me stesso Mrs. Swan era notevolmente
attraente, non esattamente il mio tipo, ma attraente; e non mi
dispiaceva affatto poterla rivedere, solo che l’euforia che stavo
provando mi sembrò eccessiva, e insolita per i miei standard; di
solito l’avrei invitata per un aperitivo, poi a cena e via così,
insomma qualcosa di un po' più tradizionale, e indubbiamente avrei
portato la conversazione su altri argomenti invece che sul
comportamento di mia figlia, ma data la desolazione della mia vita
sociale mi sarei dovuto accontentare.
Cercai
di recuperare il punteggio che avevo irrimediabilmente perso con la
figuraccia del cellulare il giorno del nostro incontro a scuola,
arrivando all’appuntamento con una decina di minuti di anticipo,
gli insegnati sono sempre molto puntuali e non avrebbe di sicuro
apprezzato il mio solito quarto d'ora accademico di comporto.
Lei,
come volevasi dimostrare, era già seduta ad aspettarmi.
Brutta
figura evitata, almeno per questa volta.
«Buonasera!»
La salutai porgendole la mano «È tanto che aspetta?».
«Solo
un paio di minuti.» Rispose sorridendo.
Mi
accomodai e ordinai per entrambi.
«La
ringrazio di aver preferito un caffè, al mio ufficio per la nostra
chiacchierata.». Esordì guardandomi dritto negli occhi «Per questo
tipo di chiacchierate “ufficiose” è preferibile essere al di
fuori della sede scolastica, la preside potrebbe sentirsi scavalcata
della sua autorità e questo non gioverebbe a nessuno. Mrs. Cope non
sa del nostro precedente colloquio, ho evitato di informarla per
evitare di attirare l’attenzione sulla situazione di Elisabeth.
Come le ho già detto ho avuto modo di apprezzare sua figlia e
rendermi conto sia delle sue reali potenzialità quanto del suo
disagio, non dovrei fare favoritismi e, mi creda, non ne faccio, ma
tra noi si è creata subito una naturale affinità, e se ho deciso di
andare oltre le mie competenze è perché credo che se lo meriti, e
perché ... Perché nei suoi occhi mi sono rivista adolescente. Ho
riconosciuto la stessa sensazione di smarrimento che provai io; è
come un silenzioso grido di aiuto che non mi sono sentita di
ignorare.»
La
mia autostima raggiunse i minimi storici. Aveva capito più lei in
due mesi che io in sedici anni ... non che l'avessi frequentata molto
di più ... ma ero pur sempre suo padre, avrei dovuto per lo meno
cercare di osservarla un po' più attentamente almeno adesso che
vivevamo insieme. A quel punto non mi restò che mettere tutte le
carte in tavola e raccontarle tutta la verità, era perfettamente
inutile cercare di vendersi per quello che in realtà non si era.
«Complimenti
Mrs. Swan, ha fatto un quadro perfetto della situazione...» Un
cameriere si avvicinò lasciando sul tavolo le nostre ordinazioni,
lei strinse il suo caffé tra le mani e mi guardò.
«Mi
creda, non volevo essere invadente, né immischiarmi in cose che non
sono di mia competenza, ma lei ha chiesto il mio aiuto ed io ...»
«Ha
fatto benissimo! Il mio non è un rimprovero. Io non ne ero stato
capace, mi ha aperto gli occhi. Sapere che
ha colto la base del
problema è un gran sollievo per me ... non avrei proprio saputo come
iniziare il discorso. »
«Mi
dica solo quello che vuole condividere. Io la ascolto.» Quella donna
m'ispirava fiducia e senza pensarci troppo vuotai il sacco.
«Io
e la madre di Elisabeth, Lauren, ci siamo conosciuti al College.
Abbiamo avuto una storia di un annetto ed è arrivata Lizzy.
Ovviamente non era assolutamente programmata, avevamo vent'anni,
nessuno di noi era in grado di poter crescere un figlio. Nonostante
tutto Lauren decise di non interrompere la gravidanza. I nostri
genitori non fecero certo i salti di gioia quando appresero ciò che
era accaduto, ma ci aiutarono in ogni modo possibile. Non avendo di
che mantenerci sia io che Lauren continuammo a vivere con le proprie
famiglie, riuscendo così a laurearsi. Elisabeth aveva due anni e
mezzo quando finimmo gli studi, per qualche mese provammo anche a
convivere, cercando di far ripartire la nostra storia, ma ormai era
finita da un pezzo e la convivenza si trasformò in un inferno, per
noi è per la piccola. Dopo quel misero tentativo ognuno di noi prese
la sua strada, il padre di Lauren è avvocato e lo studio legale per
cui lavorava lo trasferì a Los Angeles per seguire alcuni clienti di
massima importanza. Inutile dire che la famiglia lo seguì; Purtroppo
non potei in alcun modo oppormi a questa decisione, non avevo un
lavoro e non eravamo nemmeno una coppia. Rimanemmo sempre in
contatto, mi creda, non mi sono mai dimenticato di avere una figlia.
Più volte con i miei siamo andati a trovarla, dopo il master in
marketing iniziai, però, a lavorare a pieno ritmo e riuscendo anche
a mandarle dei soldi tutti i mesi, ma ammetto che da parte mia le
visite si diradarono parecchio. Il mio lavoro mi portava a girare per
tutta la nazione e far coincidere il tutto anche con le loro esigenze
era praticamente impossibile. Fino a cinque anni fa trascorrevamo
insieme quindici giorni l'anno per le vacanze estive è una settimana
durante le feste natalizie, poi non è più voluta venire a New York
e negli ultimi anni i nostri incontri si sono limitati a qualche ora.
Nel mio appartamento non esisteva nemmeno una sua stanza, si è
sistemata in una delle stanze per gli ospiti. Mi vergogno ad
ammetterlo ma non mi sono mai sentito in grado di rivestire il ruolo
di padre, tuttora ho seri dubbi sulle mie capacità. In quel momento
poi avevo paura, e la situazione che si era via via creata mi calzava
a pennello, riconosco le mie colpe e la mia indolenza, non ero pronto
per avere un figlio e non sarei stato in grado di gestirlo ... ho
combinato un disastro anche facendo il padre al contagocce,
figuriamoci se lo fossi stato a tempo pieno. Posso dirle, però, che
quando ho sentito in una telefonata chiamare il suo patrigno: papà,
mi ha dato fastidio, anzi mi correggo, mi ha fatto veramente male,
come se mi fosse arrivata una pugnalata in pieno petto. Riconosco che
lui meriti il titolo molto più di me, la vista crescere per dodici
anni, ma la cosa mi ha fatto ugualmente un gran male, sicuramente non
sono in grado di manifestare apertamente i miei sentimenti e tutto
gioca contro di me, ma adoro quella ragazza, da primo istante in cui
l’ho vista. Quando però mi è piombata in casa e ha stravolto la
mia vita, il mio mondo, non l’ho presa bene. Mi sono sentito in
gabbia, abbiamo avuto un paio di mesi di liti furiose e ripicche
infantili, da parte di entrambi lo devo ammettere.»
A
quel punto ero nelle sue mani e rassegnato la guardai riflettere
mentre sorseggiava il suo caffè. Mi osservava, chiudeva gli occhi,
rifletteva, poi mi studiava ancora un po’; e poi di nuovo; furono
una manciata di minuti eterni. Mi sentii come un imputato in attesa
del verdetto della giuria dal quale sarebbe dipesa la mia stessa
vita.
«Non
sono una psicologa, sono semplicemente un’insegnante d'arte, non ho
competenze per poterla aiutare, solo la mia esperienza personale di
figlia di separati. Elisabeth non la conosce. O meglio, sa chi è lei
ma non sa nulla sul suo conto. Non sa che le vuole bene. Ciò che ha
appreso di suo padre arriva direttamente dal filtro della madre, che,
sebbene mi sembri di capire siate in buoni rapporti, non può sapere
con esattezza come si è espressa nei suoi confronti, anche
involontariamente può aver fatto commenti con l’attuale marito, o
ricordato fatti secondo la sua visione personale. In tutti i tipi di
racconti si dovrebbe poter ascoltare tutte le parti in causa.»
Riflettei
un istante e convenni che il suo ragionamento non faceva una piega,
solo che ero allo stesso punto di prima, non avevo idea di come
comportarmi.
«Che
cosa dovrei fare secondo lei?» Mi azzardai a domandare temendo
l’ormai classico: "Arrangiati sei abbastanza grande da poterti
gestire da solo".
«Non
so ...» Disse tra sé «sono dinamiche che dovete scoprire da voi.
Certo è che siete due estranei che per la prima volta si trovano a
dover convivere; delle frizioni tra voi mi sembrano normali. Provi a
farle capire che per lei è importante, non la faccia sentire
un’ospite, un'intrusa nella sua vita, come, se mi permette la
franchezza, mi pare sia accaduto. Sono
solo idee, sono sicura
che ha già provato, non è una scienza esatta. Quando andai a vivere
con mio padre mi sentivo un pesce fuor d'acqua, non ero cresciuta in
quel posto e non lo sentivo mio, eppure ero nata là; senza contare
che il carattere chiuso di mio padre non aiutava alla causa ...
cerchi di non far capire che è tutto calcolato, prima di
riconquistare la sua fiducia ci vorrà ben altro che qualche regalo,
ma credo lei abbia le carte giuste per potersi inventare qualcosa di
creativo.» Disse facendomi l'occhiolino e il mio cervello fece tilt
per i cinque minuti successivi. Stava flirtando con me? Dovessi dire
con esattezza di cosa parlammo dopo avrei dei seri problemi a
raccontarlo.
Ricordo
solo che iniziammo a darci del tu.
Ci
salutammo e quando prese la sua strada, avvertii un vuoto. Che
sciocchezza, era la seconda volta che la vedevo e, ci terrei a
ripeterlo, non era il mio tipo. Era un tipo, però ... un tipo
interessante, e poi era simpatica, e a suo modo attraente ... avevo
già detto attraente?
M’imposi
un minimo di razionalità e tornai a casa cercando di riflettere su
quanto Isabella, mi aveva suggerito, senza pensare troppo ai suoi
occhi... a quel sedere perfettamente fasciato dai jeans ... e a
quelle labbra ... e porca miseria dovevo darmi una calmata. SUBITO.
Per
quasi una settimana pensai ad un pretesto per rivedere Isabella,
chiedere a Elisabeth era tempo perso, ultimamente grugniva e basta;
anche le idee su cosa fare con lei languivano in un angolo della mia
mente. Per fortuna mi consideravo un creativo, se fossi stato un
normale ragioniere, mi sarei già buttato dalla finestra.
In
effetti, anche sul lavoro stavo perdendo il mio smalto. Il restyling
per la campagna di Prada era finito in mano a James, Aro sosteneva
che avessi bisogno di un periodo di ferie ... Un modo gentile per
dirmi che non si fidava di me. Jasper era furioso, e minacciava
cercarsi un altro collaboratore. Mi confortava l'idea che Alice non
glielo avrebbe mai permesso, ma non avrei potuto certo dargli torto,
non riuscivo a concentrarmi su niente; quando ero a casa, pensavo a
qualche buona idea per il nuovo progetto cui stavamo lavorando, e
Bella prendeva vita in ogni immagine che il mio cervello producesse,
alcune delle quali perfette per una nuova linea d’intimo, non certo
per la linea
di abbigliamento sportivo che dovevamo pubblicizzare; se ero a lavoro
andavo in paranoia per la situazione con Elisabeth e controllavo il
cellulare nel caso Bella mi chiamasse per suggerirmi qualcosa ... A
conti fatti Bella era l'unica costante dei miei pensieri, peccato che
dal nostro ultimo incontro non si fosse fatta più viva.
Alcuni
giorni dopo, come un fulmine a ciel sereno, ci fu la svolta.
Elisabeth mi chiamò a
metà mattina; si era scordata una cartella con degli schizzi che le
sarebbero serviti per la lezione d'arte che aveva nel pomeriggio.
Lezione
d’arte equivaleva a poter incontrare la sua professoressa d’arte:
Mrs. Swan.
Una
delle migliori notizie degli ultimi giorni.
Mi
alzai di scatto, raccolsi le mie cose e feci per uscire, Jasper, al
telefono con mia sorella, m'incenerì con lo sguardo, potrei giurare
senza ombra di dubbio che gli stesse uscendo realmente il fumo dalle
orecchie: dovevamo consegnare i bozzetti per la nuova campagna entro
quarantotto ore e non eravamo ancora a nulla. In questo ambiente ci
vuole poco a essere tagliati fuori, la nostra squadra era la migliore
sul mercato, ma ultimamente avevo fallito un po' troppo spesso, se
continuavamo a perdere colpi, ci saremmo presto ritrovati a studiare
pubblicità per detersivi. Gli feci cenno che era una questione
urgente, lui mi salutò alzando il dito medio.
Volai
a casa e mi misi a cercare la cartellina verde, così l'aveva
descritta, in quella che un tempo era una stanza, e che adesso
somigliava ogni giorno di più a un cento smistamento di aiuti
umanitari. Rovistai per circa un'ora in tutto ciò che scorgevo
essere di color verde. Finalmente trovai gli schizzi in una
cartellina ARANCIONE sotto il letto.
Sorvolando
sul fatto che questa dimenticanza non era stata così involontaria;
rimasi stupito dei suoi disegni, non credevo fosse così brava. A
dire il vero mai avevo immaginato potesse saper disegnare. Erano
tutte immagini di vita quotidiana, scorci della città e dei suoi
abitanti. Sua madre aveva sempre detto che vedeva per lei una
brillante carriera legale, al suo fianco ovviamente, e che non era
assolutamente portata per tutto ciò che fosse manuale o artistico.
Iniziai a sospettare che il giudizio di Lauren fosse vagamente di
parte, e in quell'istante arrivò l'idea, quella che aspettavo da
quasi un mese ormai, quella che, se tutto andava in porto, avrebbe
salvato capra e cavoli.
Raccolsi
i disegni e volai verso il liceo di Elisabeth, ormai era ora di
pranzo e la trovai in caffetteria. Dalla faccia che fece quando le
consegnai la cartellina ARANCIONE, dedussi che non si aspettava
riuscissi a trovarla, feci finta di niente e le chiesi di presentarsi
nel mio studio dopo la fine delle lezioni.
Uscendo
passai "casualmente" davanti all'ufficio di Bella, sentii
silenzio e dopo aver bussato, velocemente, mi affacciai.
Il
sorriso che mi regalo quando mi vide, mi mandò talmente su di giri
che preferii non trattenermi troppo, o avrebbe intuito tutta la mia
agitazione.
«Forse
ho trovato una soluzione!» Le dissi strizzandole l'occhio.
«Non
avevo dubbi che ci saresti riuscito. Sarà un successo ne sono
sicura! Tienimi informata.» Bene! Favoloso! Ero autorizzato a
chiamarla. Che splendida giornata!
«Non
mancherò, spero di farmi vivo prestissimo!» Poteva scommetterci che
l’avrei fatto! E con un gesto della mano la salutai.
Tornai
di volata nel mio ufficio, Jasper mi guardò stralunato.
«Forse
ho la soluzione! Non voglio essere disturbato fino a quando non
arriva Lizzy!».
«Elisabeth
viene qua?»
«Sì!
E me ne sarai grato!»
«Ne
dubito ... Aro ha detto che ci dà una settimana. Non un minuto di
più.»
«C'è
la faremo!» Rispondo fiducioso e mi chiusi nella mia stanza.
Seduto
alla scrivania, rimuginai sul da farsi, c'erano buone possibilità di
riuscita, come anche d’insuccesso; avrei dovuto dosare bene le
parole. Avevo visto i disegni di Lizzy, erano belli, riusciva a
cogliere dettagli della quotidianità e riportarli il foglio, aveva
un buon colpo d'occhio, se l'avessi convinta a collaborare forse
saremmo stati in grado di non presentarci a mani vuote davanti ad Aro
e, nella migliore delle ipotesi, chissà, sarebbe potuto iniziare
anche un dialogo tra noi due.
Da
qualche parte dovevo pur cominciare a provare.
Arrivò
nel mio ufficio puntuale ma l’espressione scocciata che aveva
quando si sedette davanti a me non prometteva certo nulla di buono.
Eppure, mentre era in sala d'attesa, l'avevo sentita scherzare con
Jasper, era evidente che ero solo io quello che non sopportava.
«Prego
accomodati.» Le dissi indicandole una delle poltroncine davanti alla
mia scrivania «Immagino ti starai chiedendo perché ti ho fatto
venire qua...»
«Per
favore fammi la paternale per avermi dovuto portare la cartellina
questa mattina, velocemente. Così almeno posso tornare a casa e
finisco di studiare biologia per domani.»
Ecco,
due parole sul fatto che la cartellina non era quella che doveva
essere, che fosse praticamente introvabile e che ero sicuro al
duecento per cento che fosse tutto calcolato per irritarmi ci
sarebbero state bene, ma non era il momento.
Presi
un profondo respiro e iniziai a esporre la mia idea.
«Sì,
potremmo parlare anche di quello, ma le mie intenzioni sono altre,
vorrei offrirti un lavoro. O forse è meglio definirla una
collaborazione.»
La
sua postura sulla poltroncina davanti a me cambiò,
impercettibilmente, ma me ne accorsi, come mi accorsi anche che il
suo sguardo ebbe un guizzo di attenzione e perplessità.
Per
mia fortuna ero un ottimo osservatore.
«Puoi
rilassarti, nessuna fregatura in vista ...» non apparentemente
almeno «... questa mattina ho dato uno sguardo ai tuoi schizzi,
dovevo capire se erano quelli giusti, non volevo certo frugare tra i
tuoi effetti personali. Posso dire che sono davvero belli,
complimenti. »
«Quindi?»
M'interruppe lei.
«Ci
sto arrivando, tu ed io non abbiamo un gran dialogo, quindi
sicuramente non sai che, insieme a tuo zio, stiamo cercando di
proporci per la campagna pubblicitaria della linea sportiva della
Denali Fashion Wear. Purtroppo non è tra le marche sportive più
note al mondo, primeggia in una linea più classica, ciò non toglie
che sono anni che è sul mercato anche con l'abbigliamento sportivo,
che adesso, la nuova amministratrice delegata ha deciso di
rilanciare, iniziando dal mercato nazionale e poi se si vedesse
margini di profitto anche in quello internazionale.».
«Grazie
per le preziose informazioni.»
«Per
favore non interrompermi. Una serie di "circostanze"…»
calcai intenzionalmente su quest'ultima parola «… hanno impedito
che mi concentrassi a dovere e siamo a corto d’idee, dobbiamo
consegnare la proposta tra una settimana altrimenti siamo fuori.
Questa mattina guardando i tuoi disegni mi si è finalmente accesa la
lampadina giusta. Volevo il tuo permesso per usarli, quelli o
eventualmente altri, bisogna studiarci un po' su, ma credo veramente
possa uscire una gran cosa. Che ne pensi?»
Silenzio.
Giuro
era la prima volta che non la sentivo ribattere.
Dopo
trenta secondi d’immobilità temetti le fosse preso un colpo.
«Vorresti
dire che ciò che ho disegnato vale qualcosa?»
«Non
sei certo Picasso, ma sei davvero in gamba. Ci saresti di grande
aiuto.»
Ancora
silenzio.
Forse
era il caso di portarle qualcosa da bere. Qualcosa di forte.
«Ok,
accetto.» Disse all'improvviso
A
quel punto ero io senza parole.
Tutto
qua? Tutte le mie angosce dissolte in un istante? Dove stava la
fregatura?
«Si
... sicura? Nella prossima settimana ci sarà da farsi un bel mazzo,
e la scuola non ne deve risentire.».
«Conta
su di me. C'è la posso fare!» La determinazione del suo sguardo mi
fece quasi paura. Sperai non stesse meditando qualche suo scherzetto,
perché questa volta sarebbe stato davvero un grosso, grossissimo
problema. «Ora però torno a casa, devo ripassare per domani.»
«Bene,
ne parliamo più tardi a cena, se ti va.» Le dissi salutandola, era
già sulla porta quando si girò nuovamente verso di me.
«Non
mi serviva quella cartellina oggi ...»
«Lo
sospettavo... volevi divertirti a farmi impazzire o cosa?».
«È
da più di una settimana che Mrs. Swan mi chiede se per caso saresti
passato a prendermi alla fine delle lezioni ... non so il motivo ...
ma con me è sempre così gentile, che ho pensato di farle un
favore.»
Per
fortuna che ero ancora seduto.
Le
ultime parole di quel lunghissimo discorso mi arrivarono
completamente ovattate: Isabella aveva chiesto di me? Non le ero
stato indifferente quindi! Non vedeva l'ora di rivedermi!
Avevo
delle speranze, delle concrete e bellissime speranze.
Improvvisamente
quella giornata diventò di diritto la migliore della mia vita.
Quella
sera a cena riuscimmo ad avere la nostra prima civile e umana
conversazione. L'idea era che lei riuscisse a cogliere scorci della
vita quotidiana di gente comune, di ogni fascia di età con addosso
abbigliamento sportivo di ogni genere, noi avremmo poi pensato a
ritoccarle con gli indumenti corretti e montarle insieme, dando vita
alle nostre idee con i vari software in nostro possesso.
Sicuramente
non era l'idea geniale che aspettavamo, ma era sempre meglio che
presentarsi completamente a mani vuote, nessun modello e costo zero
per servizi fotografici provini e tutto il resto. Mi ascoltò
attentamente, senza perdere nemmeno una parola, e alla fine sorrise.
MI SORRISE!!! Non avevo ricordo di averla mai vista sorridermi
volontariamente.
Esaminammo
i disegni di quella mattina le corressi alcune cose e lei non batté
ciglio, ascolto e assimilò ogni parola, domandando e facendo
osservazioni.
Ovviamente
tutto questo non avrebbe dovuto rubare tempo ai suoi studi, anche se,
la scadenza pressante non permetteva certo di prendercela comoda.
Fissammo di fare il punto dopo un paio di giorni, e le consigliai di
utilizzare fin dal giorno successivo una macchina fotografica per
fermare le immagini che pensava di trasportare su carta, almeno così
avremmo potuto valutare prima se valeva la pena usare quello scatto
oppure no; eravamo stretti con i tempi dovevamo ottimizzare.
Le
diedi gli ultimi chiarimenti su che genere d’immagini cercassi, mi
ascoltò attentamente poi si alzò e mi diede la buonanotte.
Non
l'aveva mai fatto.
Il
giorno seguente sentii l'urgenza di confrontarmi con Isabella.
«Ciao!»
Esclamò dopo il primo squillo «Stavo proprio aspettando notizie.»
Sì, certo. Bella mentiva davvero male, ma forse ero un po' fuorviato
da quanto mi aveva rivelato Lizzy.
«Potremo
parlarne questa sera a cena?»
«A
... cena ... »
«Sì,
sai quella cosa che si fa la sera dopo aver finito di lavorare, a
casa oppure al ristorante. Nel nostro caso forse è meglio la seconda
opzione.»
«Sì
sì certo!» Si affrettò a dire.
«Certo,
cosa?»
«O
... ecco ... sì ... parliamone a cena».
«Bene,
splendido. Passo a prenderti alle venti a ...»
«128,
Barrow Street, al Village.»
«Ok,
ci vediamo più tardi.»
Posso
dire soltanto che fu un colpo al cuore, bellissima era riduttivo, non
avevo mai visto niente di più affascinante, e dire che ne avevo
frequentate parecchie.
Avevo
già notato che era una bellezza particolare, ma in quel momento con
un semplice paio di jeans, una camicetta blu che le illuminava il
viso e una semplice giacchetta chiara era indescrivibile. La vidi
uscire dal palazzo e avvicinarsi al ciglio della strada, non mi aveva
visto, cercai di darmi un contegno giusto per non sembrare un
pervertito, uscii dall’auto e le andai incontro.
Io
non avevo ricordi di una serata così piacevole, spesso le donne che
frequentavo erano oche o estremamente petulanti, nel tentativo di non
sembrare oche. Parlammo di Elisabeth e le spiegai i miei piani,
inutile dire che ne rimase entusiasta, confermando che era sicura che
avrei trovato una soluzione adatta a noi, poi l'argomento si spostò
su altri livelli, con l'occasione cercai di giustificare la pessima
figura che avevo fatto il giorno del nostro incontro a scuola. Lei
iniziò a ridere e il dubbio che avesse capito, invece di credermi un
pervertito, non me lo sono ancora levato. Mi raccontò della sua
famiglia: figlia di divorziati aveva sempre vissuto con sua madre a
Jacksonville vedendo il padre, un tipo estremamente chiuso e
solitario, solo una volta l’anno. Quando sua madre si risposò con
un giocatore di baseball senza fissa dimora, decise di trasferirsi da
suo padre a Forks, convivenza che duro pochi anni, finì il liceo e
si trasferì a New York per frequentare il college e laurearsi in
storia dell'arte. Si considerava una persona noiosa e monotona e non
c'era niente di più falso. Guardammo l'orologio ed era l'una di
notte, schizzò in piedi neanche fosse Cenerentola al ballo,
farfugliò che il giorno dopo sarebbe crollata di sonno a scuola se
non tornava subito a casa, che non era abituata a simili orari.
Curioso che una simile ragazza non avesse schiere di amici e
pretendenti. Passeggiammo per un paio d’isolati, prima di
raggiungere la macchina, senza smettere mai di parlare e raccontarci.
Davanti al suo portone del suo palazzo il dubbio amletico: la bacio o
non la bacio, ci fece traccheggiare un altro po'. Forse la delusi, ma
per una volta preferii comportai da gentiluomo salutandola con un
bacetto sulla guancia. Riuscii, però, ad ottenere un altro
appuntamento Inutile dire che una volta tornato a casa, una doccia
fredda non bastò a calmare la mia agitazione.
La
settimana successiva fu infuocata. Elisabeth diede il meglio di sé,
fui veramente fiero di lei e dell’impegno che mise in tutto il
progetto numerose scene da lei ritratte furono utilizzate per lo
spot, e i responsabili della Denali Fashion Wear ne furono ampiamente
soddisfatti. Il povero Jasper stette sulle spine tutto il tempo, già
vedeva la lettera di licenziamento appoggiata sulla scrivania, ci fu
uno scambio intenso di messaggi con Bella, dopo la nostra serata mi
aveva chiesto di chiamarla, voleva essere aggiornata sui progressi
che facevo con Elisabeth sia come datore di lavoro e come padre, o
meglio, quella era la scusa ufficiale, dopo i primi tre o quattro
botta e risposta, chiacchieravamo di tutt'altro...
Lizzy
era cambiata, non avrei mai creduto potesse essere possibile così
velocemente, sorrideva, salutava, mi aveva chiamato anche papà senza
quel tono dispregiativo che le usciva sempre dalla bocca.
Una
sera in particolare fu quella che cambiò definitivamente i nostri
rapporti: era chiusa in camera al telefono con sua madre, quando ad
un certo punto sentii che la discussione iniziava ad animarsi, ero
sotto la doccia e non capii esattamente quale fosse l’argomento del
contendere, ma mi sembrò strano; in questi mesi non l'avevo mai
sentita discutere con sua madre, pertanto ero giunto alla conclusione
che il loro fosse un rapporto perfetto, per questo mi sembrò strano.
Finii di sciacquarmi e quando uscii, sentii dei singhiozzi dalla
camera, e mi affacciai.
«Che
succede Lizzy?» Chiesi cauto
«Niente.»
Mugolò
«Non
mi pare, stai piangendo. Non voglio insistere, se hai voglia di
parlarne sono in salotto.».
Detto
tra noi non ci speravo che decidesse di venire a parlare con me, così
quando la vidi entrare in sala e sedersi sul divano accanto a me,
trattenni il respiro dall’emozione. Si stava fidando. Fu una
sensazione strana e bellissima, e non volevo sciuparla con qualcuna
delle mie cazzate.
Non
dissi niente e dopo un paio di minuti di silenzio fu la prima a
parlare.
«Le
ho raccontato del lavoro che ho fatto per te e zio Jasper. Ha detto
che non devo stare dietro a tutte le pazzie che ti passano per il
cervello. Che devo concentrarmi sugli studi, tenere la media alta in
vista del diploma perché sennò sarò in difficoltà per i test
d’ingresso alla facoltà di legge a Harvard. Le ho detto che volevo
pensarci meglio prima di prendere quella strada, e lei ha dato di
matto. Dice che è tutta colpa tua che mi stai rovinando il cervello
con le tue idee e che avrebbe parlato con i nonni affinché ti
rimettessero al tuo posto.».
Rimasi
basito.
Io
nemmeno sapevo che avrebbe fatto domanda a Harvard o che avesse
scelto la facoltà di legge come diavolo avrei potuto farle cambiare
idea
«Lizzy,
il fatto che tu mi abbia aiutato non significa nulla, se avevi scelto
legge non sarò certo io a farti cambiare idea, ognuno deve seguire
la sua strada, sono stato contento che tu mi abbia aiutato e spero
possa accadere ancora, ma devi fare ciò che ti piace.»
«Appunto.
A me legge non piace. Mamma e Mike hanno deciso che dovevo seguire le
loro orme. Fine della discussione.»
«Capisco.
E tu? Che cosa vorresti fare?»
«Mi
piace l'arte, adoro disegnare, mamma non ha mai dato peso a certe
cose, le ritiene poco importanti, per me ha sognato altro.».
«Ehi!!
Qui non si sta parlando di Lauren ma di te. Devi scegliere quello che
realmente ti piace studiare. È il tuo futuro non dimenticarlo mai.»
Smise
di singhiozzare e iniziò a osservarmi, iniziai a credere mi fosse
spuntato il terzo occhio sulla fronte.
«Comunque
dubito fortemente che anche se ne parlasse con i tuoi nonni,
otterrebbe il loro appoggio.». Continuai «Tuo nonno è medico, se
glielo chiedi, non negherà mai che avrebbe avuto piacere se io o zia
Alice avessimo scelto di seguire le sue orme, ma mai e poi mai si
sarebbe sognato di imporci la sua volontà. Io mi rendo conto di non
essermi comportato bene con te, per quello che vale, ti chiedo scusa
del mio comportamento egoista e infantile. Purtroppo non posso
tornare indietro, non ci sono seconde possibilità, posso però
cercare di aiutarti e appoggiarti d’ora in poi, anche se decidessi
di frequentare un corso di campana tibetana. Ragiona con la tua
testa, fai le tue scelte, se poi ti sembrerà di aver sbagliato
qualcosa, siamo sempre in tempo per aggiustare il tiro.»
Mi
guardò per un attimo e sorrise.
«Buonanotte
papà.» E dandomi un bacio tornò in camera sua.
Da
quella sera iniziò a comportarsi esattamente come mi era sempre
stata descritta, anche il suo profitto a scuola subì il
miglioramento sperato. Bella ne fu soddisfatta e, devo dire anch'io
mi complimentai con me sesso parecchie volte per aver raggiunto quel
traguardo inaspettato.
La
vita prese una piega abbastanza piacevole, mi sentivo con Bella
quotidianamente... parecchio quotidianamente ed eravamo usciti
insieme svariate volte, quando provai a fare due conti mi accorsi che
stavamo uscendo da quasi un mese. Un record per me, ma ciò che mi
stupì di più era il bisogno che avevo di stare con lei, cosa
insolita per me. Con Lizzy non ne avevo parlato, ma avevo il sospetto
che avesse intuito qualcosa, specialmente dopo che Isabella aveva
chiesto il trasferimento presso l’altra sede della scuola. La
situazione era piuttosto imbarazzante, Bella era pur sempre il suo
tutor e se questa storia fosse diventata di dominio pubblico, avrebbe
compromesso il suo posto di lavoro. Lizzy non gradì quel
trasferimento, quando però Bella diventò un frequentatore assiduo
del nostro appartamento ne fu più che entusista.
In
merito allo screzio avuto con sua madre non tornò più
sull'argomento ed io mi guardai bene di rammentarglielo, la vedevo
tranquilla e mi bastava, le proposi di darci un altro piccolo aiutino
con un nuovo progetto e accettò volentieri, questo mi fece ben
sperare che stesse valutando da sola con coscienza cosa fare del suo
futuro.
Ed
io cosa volevo fare del mio?
Che
razza di domande mi stavo ponendo a nemmeno un’ora
dall’appuntamento con Bella, però era qualche giorno che questa
cosa si riproponeva ciclicamente nella mia mente.
Improvvisamente
il cellulare squillò, lo sentivo basso, lontano chissà dove l'avevo
lasciato, nella spasmodica ricerca di quel diabolico marchingegno,
vidi apparire Elisabeth sulla porta del mio studio con l’oggetto
delle mie ricerche in mano.
«È
la professoressa Swan.» Disse porgendomelo e, in quell'istante,
credo di aver raggiunto la più sfavillante delle sfumature di rosso.
«Chi?»
Bluffai penosamente.
«Il
mio ex tutor e insegnante d’arte, papà.» Rispose alzando gli
occhi al cielo.
«Ah
già sì ...»
«Ti
prego papà non fare il finto tonto, so che uscite insieme e che devo
farmi i fatti miei; altrimenti perché avrebbe chiesto il
trasferimento di sede. Ma adesso vuoi rispondere o no? Se preferisci
lasciarlo suonare cambia suoneria perché questa è tremenda.»
«No
ecco io ... passami quel telefono.» In una scala di voti da uno a
dieci una simile figura di merda con la propria figlia valeva venti
con lode.
«papà
...» mi chiamò prima che rispondessi «Mrs. Swan è un tipa in
gamba, non fare cazzate.»
Ottimo,
a questo punto potevo anche andarmi a sotterrare, le raccomandazioni
da parte di mia figlia erano l’ultima cosa che mi sarei mai
immaginato di ricevere.
Bella
mi avvisava che la sua coinquilina aveva ospiti e che non ci saremmo
potuti fermare a casa sua, dopo la figuraccia appena fatta, quello fu
l'ultimo dei miei pensieri. Uscimmo a cena, facemmo una passeggiata
e, quando guardai l'orologio erano quasi le dieci avevo ancora un
paio d'ore di margine Elisabeth era a cena dai miei e di solito per
mezzanotte la riportavano a casa, il dubbio quindi era: potevo osare
e invitare Bella da me o era meglio lasciar perdere?
Nel
mio tumulto interiore vinsero i sostenitori dell’osare, quindi
osai.
La
feci accomodare e andai a prepararle qualcosa da bere, appena aprii
lo sportello del bar, vidi uno strano biglietto appoggiato sulle
bottiglie in prima fila, ne rimasi talmente stupito che lo rilessi
cinque volte:
"Stasera
resto a dormire, con zia Alice abbiamo organizzato una serata tra
donne.
Divertitevi.
E."
Ero
sconcertato, non le si poteva veramente nascondere niente; ma non era
quello il momento per pensare alle doti da 007 di mia figlia e, senza
perdere tempo, accettai il consiglio.
Posso
solo aggiungere che fu una BELLISSIMA serata, al di sopra di quanto
avessi immaginato, e sì che d’immaginazione ne avevo tanta.
Ciò
che mi meravigliava di più era che non riuscivo a far a meno di
Bella l’avrei voluta con me ogni singolo secondo libero del mio
tempo e non mi sarei mai annoiato, era unica, una donna fantastica
che riusciva a completarmi e arricchirmi.
Alla
tenera età di trentasei anni suonati, però, avrei dovuto imparare
che l'eccesso a quiete annuncia tempesta, sembrava tutto troppo
perfetto, la mia relazione con Bella andava a gonfie vele, ero il
primo a esserne stupito è soddisfatto, il rapporto con Elisabeth
stava ingranando, certo aveva ancora i suoi momenti di paranoia ma
credo fosse tipico dell'età. Specialmente quando si chiudevano nella
sua stanza in otto e sentivo solo schiamazzi isterici o quando
spippolava sul cellulare alla velocità della luce per poi
sghignazzare ad ogni messaggio di risposta che le arrivava.
Fu
in uno di quei momenti che scoppiò la bomba.
Dopo
il centoventicinquesimo messaggio/sghignazzata consecutivo,
improvvisamente la vidi incupirsi, s’infilò il telefono in tasca,
si alzò da tavola salutandoci e si chiuse in camera sua.
Guardai
Bella interrogativo, lei ridacchiò.
Ok,
doveva esserci stato qualche messaggio subliminale che non avevo
colto.
«Non
farci caso, credo sia solo una questione di vita o di morte.» E
continuò a ridacchiare tra sé.
«Ed
essendo una questione di "vita o di morte" non pensi sia il
caso che ne sia reso partecipe, così giusto per preoccuparmi un
po'?» Replicai alterato. Si stava prendendo gioco di me e non lo
sopportavo.
«Tranquillo,
alla sua età è tutta una questione di vita o di morte, tra due
settimane ci sarà il ballo di fine anno, è scattata l'operazione
"trova l'accompagnatore", Elisabeth è molto carina, ci
sono un sacco di ragazzi che le girano intorno, bisogna vedere se
quello che interessa a lei si farà avanti ... È tutta questione di
strategie, degne del miglior torneo di Risiko!» Ridacchiò.
La
guardai basito quasi cinque minuti. Non riuscivo a capire quale
passaggio della sua risposta fosse così divertente.
«Edward
ci sei? ... Sei su questa terra?» Sentii la sua voce ma avevo serie
difficoltà a mettere a fuoco la sua immagine.
«Solo
ieri ha imparato a camminare e oggi cerca un accompagnatore per il
ballo di fine anno?» Farfugliai tra me.
«Edward,
sono passati sedici anni. Purtroppo ti sei perso parecchie tappe
della sia vita...»
Aveva
ragione, lo sapevo anche da me, era stata tutta colpa mia, e adesso
dovevo scontare i miei errori; sentirselo dire, però, faceva un male
cane.
«Dato
che mi sembri informata, chi sarebbe il fortunato prescelto su cui
Lizzy ha messo gli occhi? »
«Ti
sbagli non so niente, vado a intuito e origliavo incuriosita le
chiacchiere di corridoio, il mio ufficio era accanto al distributore
di caffè...»
«Quindi?»
La interruppi con insistenza.
«Bene
credo che lo studente più ambito sia Jacob Black.» L’espressione
del suo viso si rabbuiò per una frazione di secondo. Bella era come
un libro aperto, quando una persona le piaceva il suo viso
s’illuminava soltanto a nominarla; questo individuo però non era
entrato nelle sue grazie, cosa c'era che non andava? Dov'era il
problema? E poi: Jacob Black ... che razza di nome.
«Qualche
notizia in più su questo soggetto? Non fare la riservata, so che sai
tutto!»
«A
dire il vero dovrei mantenere la privacy sui miei allievi ...»
«Parla!»
«Solo
perché sei te ...» disse con un sorrisetto «Jacob ... frequenta
l'ultimo anno, è uno dei nostri migliori studenti, è capitano della
squadra di football ... e la sua è un'ottima famiglia...».
«Sì,
ok e poi?» La incalzai
«Niente
di che, uno studente come gli altri: alto, moro, fisico da atleta...»
«Eeee?
»
Bella
esitava.
«Ascolta,
non pensare di fregarmi, so perfettamente che se non entri nei
dettagli la persona non ti soddisfa pienamente. Che tipo è questo
Jacob? »
«Sei
insopportabile quando ti picchi e fai il terzo grado.» Sbuffò «Per
come lo conosco io, è uno spaccone, gli piace esserlo perché ha le
spalle protette, suo padre è senatore, e poi è un donnaiolo... ha
importunato anche delle insegnanti. »
Il
dubbio s’insinuò all’istante «Ti ha fatto qualcosa?»
Silenzio.
Bella
si alzò e iniziò a sparecchiare.
«Ho
indovinato?» Chiesi solo per conferma, la sua reazione era stata più
che esauriente.
Con
un lievissimo cenno di assenso fugò ogni mio dubbio.
«È
accaduto l'anno scorso, si era fissato con me. Lo trovavo ovunque e
le sue battutine diventavano di giorno in giorno sempre più pesanti
e volgari, cercai di sopportare per un paio di mesi nella speranza
gli passasse, ma lui non intendeva cedere e feci rapporto alla
preside. L'unica cosa che ottenni fu di cambiare sezione per non
dovermelo più trovare davanti. Come ti ho detto ha le spalle
coperte, la faccenda fu insabbiata. »
Una
lacrima scese dai suoi occhi, non indagai oltre ma intuii che Black
doveva esserci andato parecchio peso, la strinsi nel mio abbraccio e
restai ad aspettare che il momento di tristezza le fosse passato.
Era
un bel problema, l'unica speranza era che avesse puntato un'altra
ragazza per il ballo, ma se ricordavo bene i meccanismi del cervello
di un adolescente maschio, la ragazza nuova arrivata da poco nella
scuola era la preda più ambita.
Si
prospettavano giorni durissimi.
Come
volevasi dimostrare l'umore altalenante di Elisabeth andava di pari
passo con i risultati della strategia d'attacco che aveva adottato
per farsi portare al ballo da Black. Cercai di mantenermi tranquillo
e fingere indifferenza, anche se facevo di tutto per captare notizie
fresche sulla riuscita o meno del piano di conquista. Giusto per non
farmi fuorviare da giudizi altrui, cercai di vedere con i miei occhi
com’era fatto quest'individuo, "casualmente" capitai nei
pressi della scuola all'ora di uscita per una settimana intera e,
posso ammettere che i giudizi nei confronti di Black erano tutti
veri!
Non
solo lo riconobbi subito, grazie alla stazza e ai modi non
propriamente educati che spiccavano nella massa di adolescenti che si
riversava in strada a quell'ora, ma ebbi modo anche di averci anche
un diverbio dopo che mi aveva tagliato la strada con la moto mentre
attraversavo. Non ero stato attentissimo nell’immettermi ma ero
troppo preso dal nascondermi da Elisabeth mi vedesse, per badare ad
uno stupido ragazzetto in contromano.
Ovviamente
fui colto in flagrante da mia figlia, che non credo si bevve la
storia che stessi passando casualmente di là.
L'unica
cosa che mi risollevò il morale dopo la pessima figura che avevo
appena fatto furono gli apprezzamenti di un gruppetto di ragazze
quando insieme con Elisabeth passai loro accanto. Mi stavano
scambiando per il ragazzo, forse non ero così vecchio come mi stavo
sentendo ultimamente.
Appurato
che Jacob Black era sicuramente un bastardo di prima categoria,
dovetti ingoiare la pillola più amara del mondo e mantenere il mio,
scarsissimo, autocontrollo per non dare in escandescenze quando seppi
che sarebbe sto lui ad accompagnarla al ballo.
Era
proprio vero, se c’era una sola possibilità che tutto andasse
storto, si sarebbe verificata.
Si
poneva, quindi, il problema del vestito.
Io
non ero in grado.
Non
ero ASSOLUTAMENTE in grado di sopportare intere sessioni di shopping
inconcludente per trovare uno straccetto che l'avrebbe a mala pena
coperta e che sicuramente avrebbe dato il colpo di grazia al mio
sistema nervoso.
Le
proposi di andare con sua zia Alice, quella pazza scatenata maniaca
dello shopping selvaggio mai e poi mai si sarebbe persa un simile
evento, se non fosse arrivato Jasper con la brillante idea di
organizzare un week end romantico non so dove, per mandare a rotoli
tutti i miei piani.
Si
stava vendicando ne ero più che certo.
Mi
ritrovai così seduto sul divanetto davanti ai salottini prova di una
delle boutique più quotate del momento. Giurai a me stesso che Alice
avrebbe rimpianto la sua scelta di accettare l'invito di Jasper. Dopo
due giorni di esplorazione ricognitiva e quasi quattro ore di prove,
riprove dubbi incertezze variazioni pressoché invisibili di tonalità
e stoffe, la scelta cadde su un abito blu notte, che su di lei
toglieva il fiato, con corpetto ricamato e gonna in tulle lunga, per
fortuna, dovevamo solo trovare qualcosa che coprisse un po' di più
anche sopra. Fu in quell’occasione che presi atto della dura
realtà: ero geloso. Geloso marcio di mia figlia. Jacob non mi
piaceva ma a quel punto avrei odiato anche San Francesco d’Assisi
se avesse avuto la fortuna di accompagnarla al ballo.
Arrivati
alla sera fatidica, mi guardai allo specchio e vidi quel che restava
di me, erano quattro notti che non riuscivo a dormire e di
conseguenza pensavo.
Pensare
non mi faceva bene.
Dovevo,
però, rimuovere occhiaie e barba incolta, Isabella mi aveva imposto
di uscire, si era data malata per non presenziare al ballo come
docente in modo che potessimo prenderci la serata tutta per noi, era
convinta che uscendo non mi sarei accorto del tempo che passava e
avrei superato meglio la serata.
Illusa.
Dovevo
darle, però, almeno il beneficio del dubbio.
Alle
venti in punto suonarono alla porta e s’iniziano ad avvertire una
serie di gridolini isterici dalla stanza di Elisabeth. Bella era con
lei, la stava aiutando a prepararsi. Quando le aveva proposto il suo
aiuto Lizzy, accettò all'istante, dopo l'esperienza dello shopping
con papà non voleva provare anche il brivido di testare le mie
capacità di acconciatore.
Aprii
la porta e mi trovai davanti al mio incubo ricorrente, chissà se di
notte gli fischiavano le orecchie...
Con
un sorriso smagliante mi porse la mano per salutarmi. Cosa cavolo
aveva da ridere lo sapeva altro che lui. Cercai di essere educato e
lo feci accomodare.
Nell'attesa
di Elisabeth avrei forse dovuto intrattenerlo un po', ma francamente
non ne avevo voglia. Non m’interessava niente di lui, mi bastava
aver saputo quei due o tre dettagli che Bella mi aveva riferito per
farmi un'idea abbastanza precisa dell'individuo, tutto il resto era
inutile.
Quando
Lizzy uscì, ci trovò seduti sul divano a guardare il nulla davanti
a noi, Bella aveva preferito rimanere nascosta, appena sentii i suoi
passi mi girai e rimasi senza fiato, era un sogno, il blu le stava
d’incanto e anche l'acconciatura che le aveva fatto Bella, uno
chignon alto con alcune ciocche di capelli che ricadendo ribelli le
incorniciavano il viso, la rendevano eterea, una visione.
Il
tipo accanto a me rimase inebetito a fissarla.
Troppo,
decisamente troppo a lungo.
Perché
è illegale togliere di mezzo i pretendenti non graditi di tua
figlia? Infondo avrei reso un servizio alla comunità.
Quando
l'espressione ebete di Jacob superò il minuto e mezzo, mi schiarii
la voce e finalmente tornò tra noi. Le offrì l'orchidea la baciò,
per fortuna sulla guancia, mi salutarono e uscirono di casa.
Bella
apparve alle mie spalle un istante dopo.
«Non
ci pensare, sicuramente passeranno una bella serata, i locali della
scuola dove si tiene il ballo sono circoscritti e ci sono professori
che sorvegliano che nessuno ecceda, in ogni senso. »
«Quel
ragazzo non mi piace...»
«Nemmeno
a me, ma Elisabeth è una ragazza con la testa sulle spalle, vedrai
che non ci saranno problemi, e ora dai cambiamoci e usciamo anche
noi.» Disse lasciandomi un bacio leggero sulle labbra.
«Potremmo
distrarci anche restando a casa...».
«Smettila
pelandrone! Vuoi che Lizzy quando rientra, ti trovi a casa ad
aspettarla sul divano come farebbero i suoi nonni?»
«No,
a dirla tutta vorrei che quando Elisabeth sarà accompagnata a casa,
non la trovi libera per concludere in bellezza la serata. »
«Edward
Cullen! Non ti facevo così bacchettone!» mi riprese, guardandomi
maliziosa.
«Infatti,
non lo sono, lo sai perfettamente.» replicai con la stessa malizia
«È quel tipo che tira fuori il peggio di me.» E sconsolato andai a
cambiarmi.
Cenammo
in un ristorante italiano vicino a casa, dopo un’estenuante
trattativa, ero riuscito a strapparle il giuramento che saremmo
rientrati prima di Elisabeth, non so come avrei reagito se, aprendo
la porta di casa, li avessi trovati tutti e due a sbaciucchiarsi sul
divano … o altrove, quindi, era meglio fare in modo che non si
creasse questo tipo di possibilità.
Mentre
passeggiavamo per tornare verso casa, il cellulare vibrò nei miei
pantaloni.
Il
sangue mi si gelò nelle vene quando lessi il suo nome sul display.
«Ehi
piccola! Che cosa succede?» chiesi accelerando subito il passo.
«Sono
a casa.» Singhiozzò «Puoi tornare per favore? »
Non
finì nemmeno la frase che stavo già correndo, in pochissimi minuti
fui da lei.
La
trovammo seduta sul divano, sprofondata nel tulle del vestito, con
gli occhi gonfi dalle lacrime e neri dal trucco che queste avevano
portato con sé.
«Stai
bene?» Chiesi concitato cercando di scorgere eventuali segni di
percosse «Giuro, che se ti ha fatto…».
«No...
non è successo niente...» farfugliò singhiozzando «… me ne sono
andata ... avevi ragione ... Jacob è un maiale...» Come volevasi
dimostrare, pensai, cercando di rimanere impassibile.
«Raccontami...»
le chiesi sedendole accanto mentre Bella le porgeva una tazza di
caffè.
«Dopo
che siamo usciti, siamo andati a prendere un aperitivo in un locale
sulla Broadway dove Jacob aveva fissato con gli altri ragazzi della
squadra di football e le loro ragazze. Dopo circa un'ora siamo usciti
e abbiamo ripreso le auto, credevo saremmo andati al ballo ma lungo
la strada ho visto che ci stavamo allontanando da Manhattan. Jacob
continuava a dirmi che era una sorpresa, le altre coppie ci seguivano
con le loro auto e ho pensato che avessero organizzato qualche cosa
di carino. Quando siamo arrivati... ti giuro non credevo ai miei
occhi... Era un motel. Ognuno di loro aveva prenotato una camera. »
Schifoso
bastardo.
Il
sangue iniziò ad affluirmi furiosamente al cervello l'avessi avuto
tra le mani l’avrei massacrato al punto che sua madre l'avrebbe
riconosciuto per il colore dei calzini.
«Elisabeth,
cosa...» iniziai a chiedere con cautela. «Non avrà per caso...»
«Non
sono entrata nella stanza.» e ringraziai all’istante ogni tipo di
divinità conosciuta.
«Mi
sono rifiutata di entrare. Abbiamo discusso furiosamente nel
parcheggio, gli ho detto che volevo andare via da quel posto
immediatamente, e lui ha iniziato a offendere. Mi ha urlato che mi
sarei dovuta arrangiare se volevo tornarmene a casa perché lui non
intendeva muoversi da là. Ha cercato di trascinarmi dentro
afferrandomi per un braccio, ma gli ho tirato un calcio nelle palle.
Mentre era in terra, sono corsa alla reception e ho chiamato un taxi
e mi sono fatta riportare subito a casa ... io ... io... ho paura
papà...» Disse infine scoppiando in un pianto disperato e
gettandosi tra le mie braccia.
La
strinsi forte e rimasi in silenzio, la rabbia che stavo provando nei
confronti di quel bastardo faceva fremere ogni singola cellula del
mio corpo e allo stesso tempo ero scioccato e immobilizzato
dall'abbraccio di mia figlia, era una situazione stranissima,
piacevole e dolorosa in egual misura; e maledissi il giorno in cui
avevo deciso di occuparmi solo di me senza lottare e oppormi in alcun
modo verso le decisioni altrui.
«Scusate.»
sussurrò Bella alle mie spalle «Credo che se vi sbrigate potreste
ancora partecipare al ballo.»
Elisabeth
sciolse l'abbraccio che la teneva legata a me e guardò Bella
stralunata.
«Bella
io non credo...» iniziò a farfugliare «Come potrei andarci... Sola
mi vergogno troppo.»
«Vuoi
che Jacob racconti indisturbato la sua versione dei fatti? Sono
sicura che lui sia già là. Non merita di passarla liscia. Se ti
presenti al ballo, stai pur sicura che non aprirà bocca. È solo un
vigliacco ricordatelo.»
«Non
ho accompagnatore, non posso presentarmi là e dare spettacolo.»
«Vengo
io.» Dissi senza nemmeno riflettere sulle mie parole, cosa credevo
di fare, quale sedicenne sana di mente sarebbe mai voluta andare al
ballo di fine anno con suo padre.
«Mi
sembra una splendida idea!» Mi spalleggiò Bella.
«Ma
la vostra serata...»
«Ce
ne saranno tantissime altre non preoccuparti…» Le disse sedendosi
accanto a lei asciugandole le lacrime con la mano «…di balli di
fine anno no e, specialmente se potresti avere la tua rivincita su
Jacob. In pochi conoscono Edward come tuo padre...» aggiunse
strizzandole l'occhio «… moriranno d'invidia!» sghignazzò
infine, trascinando con sé anche il sorriso di mia figlia.
Guardai
Bella con ammirazione, sospettavo avesse qualcosa di speciale, adesso
ne ero certo al cento per cento.
L’espressione
di Elisabeth cambiò radicalmente passando da un viso impaurito e
preoccupato a un volto illuminato da uno splendido sorriso.
«Sì,»
disse infine. «Accompagnami te, papà.»
Giuro
non me lo feci ripetere due volte, Bella la aiutò a risistemare
trucco e acconciatura ed io in cinque minuti esatti ero già pronto
per uscire da casa.
«Permette
signorina.» Dissi porgendole il braccio.
«Con
piacere.» Rispose appoggiandosi a me, baciai Bella sulle labbra e
uscimmo.
Inutile
negare che fummo al centro dell'attenzione generale, vuoi perché non
si vedeva tutti i giorni un padre accompagnare la figlia al ballo di
fine anno, vuoi perché Jacob lasciò la sala della festa trenta
secondi esatti dopo il nostro ingresso e poi, inutile dirlo, perché
eravamo proprio una bella coppia.
«Ti
voglio bene papà.» Mi sussurrò quando finalmente riuscimmo a
ballare un lento.
«Ti
voglio bene anch'io tesoro, grazie per avermi dato una seconda
possibilità di far parte della tua vita.» e abbracciandola stretta
continuai a godermi quel momento irripetibile.
OGGI
C'è
chi sostiene che gli errori di gioventù si pagano tutta la vita, che
se perdi un treno difficilmente te ne passerà un altro altrettanto
fortunato. Oggi posso tranquillamente rispondere a queste persone che
se siamo pronti ad ammettere i nostri sbagli; gli errori fatti in
passato possono solamente aiutarci a vivere meglio il nostro
presente; di treni fortunati ne passano a centinaia, dobbiamo solo
aprire gli occhi, fermarsi un momento dal caos che è diventata la
nostra vita e guardare oltre le apparenze, ciò che in quel momento
sembra una sciagura può rivelarsi la più grossa fortuna è dalla
tua vita.
Quando
Elisabeth piombò in casa mia tre anni fa, mai mi sarei aspettato che
la mia vita, per essere perfetta, dovesse essere stravolta
completamente.
In
primis mi ero riappropriato del ruolo di padre che era mio di
diritto, l'avevo rifiutato a suo tempo non ritenendomi adatto a
rivestirlo, avevo accampato scuse assurde incolpando il mio lavoro.
Niente di più falso: avevo paura, un'enorme paura di non essere
all'altezza.
In
secondo luogo grazie a mia figlia avevo conosciuto la donna della mia
vita, Isabella.
Elisabeth
finì il liceo alla Trinity High School e, nell'estate che segui il
suo diploma Bella ed io, liberi da ogni problematica etica connessa
al suo lavoro, ci sposammo.
Lizzy
non si iscrisse alla facoltà di legge a Harvard, bensì a quella di
storia dell’arte alla New York University, restando a vivere con
noi e scatenando l'ira di sua madre che mi accusò di averla plagiata
facendola collaborare occasionalmente con me. Nella nostra
collaborazione non c’era niente di premeditato ma, devo ammettere,
sono fui più che fiero della sua scelta.
La
promozione sul lavoro non arrivò, o meglio, arrivò ma ormai era
troppo tardi, anche in conseguenza della scelta di Elisabeth, mi
dimisi dalla Volturi Brothers Inc. e Jasper con me; e insieme abbiamo
aperto la nostra agenzia di pubblicità.
Avevamo
abbastanza capacità, conoscenze ed esperienza per muoverci da soli
senza che nessuno ci stesse col fiato sul collo ogni minuto della
nostra esistenza. Se poi Elisabeth vorrà unirsi a noi, ne saremmo
più che orgogliosi, intanto ci accontentiamo dei suoi piccoli e
occasionali aiutini, da cosa nasce cosa, non si sa mai cosa ci
proporrà il futuro. Specialmente adesso che devo correre a prendere
Elisabeth al campus e volare all'ospedale dove Bella ci sta
aspettando con la piccola Marie. Ci sarà da fare nei prossimi mesi,
e non vedo l'ora di poter sfruttare anche questa seconda bellissima
possibilità.
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Potete votare nei commenti, dando un voto da 1 a 5, in ogni storia, per le seguenti categorie:
MIGLIOR EDWARD-
MIGLIOR BELLA -
MIGLIOR FIGLIO -
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -
STORIA PIU' HOT -
STORIA PIU' DIVERTENTE -
STORIA PIU' ROMANTICA -
STORIA PIU' DRAMMATICA -
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -
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MIGLIOR EDWARD-
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STORIA PIU' ROMANTICA -
STORIA PIU' DRAMMATICA -
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -
Wow! Senza ombra di dubbio posso nominarla la one shot più lunga nella storia delle one shot!
RispondiEliminaE' una storia completa, direi. Completa nel senso che c'è tutta la vita di Edward qui, nei dettagli anche.
Ho avuto sensazioni particolari leggendola, ma quella più evidente è che tu sia davvero giovane, quindi complimenti per il grandissimo impegno e per la fantasia. Per quanto riguarda i personaggi, Edward è giustamente quello più ricco, data la notevole quantità di informazioni che tu elargisci senza parsimonia, quindi è quello dal carattere più definito. E' molto tenero, nonostante i suoi sbagli evidenti. Elisabeth mi è piaciuta tanto, è la cosa che mi è piaciuta di più in tutta la storia perchè l'ho trovata molto realistica.
L'unica cosa che mi sento di dirti per la storia in sè, è che ci sono tantissime sviste tipiche della non-rilettura, ma sono cose facilmente corregibili :)
Brava!
-Sparv-
Complimenti anche a te per questa storia. Mi è piaciuto il suo doversi confrontare con una figlia già adolescente, con le ovvie lotte e problemi che porta con se questa situazione. E ho trovato molto bella la scena quasi finale in cui lui la porta al ballo, veramente tenera. Bravissima!
RispondiEliminaBrava, complimenti. E' bello sapere che le persone che amiamo sono disposte a concedere e concedersi una seconda possibilità. Questo Edward ha recuperato il suo rapporto con una bellissima Elisabeth in maniera semplice e naturale. E tutto grazie all'amore di una terza persona, completamente al di fuori della situazione ma che ha saputo leggere tra le righe di un'adolescente problematica.
RispondiEliminaStoria completa e scorrevole, a parte qualche svista grammaticale.
Veramente, veramente deliziosa.
RispondiEliminaMi è piaciuta tantissimo con i giusti colpi di scena senza esagerare.
Elisabeth fighissima.
Edward bravissimo a recuperareo per meglio dire creare, il rapporto con lei... è stato perfetto.
Si ci sono degli errorini ma i miei complimenti sono tutti tuoi.
Un Bacio
JB
Bellissima!!! Una storia molto attuale.. Rientra tra le mie preferite
RispondiEliminaQuesta storia mi ricorda irresistibilmente uno spot della TIM, quello con la mamma di Garibaldi che parlando al telefono con un'amica dice "Scusa, ma Giuseppe sta in un'età difficile. Risponde."
RispondiEliminaIl ritratto dell'adolescente Elisabeth è delineato con credibilità: sentitasi rifiutata dalla madre e dal padrigno (lasciata indietro come un bagaglio che si può abbandonare in deposito), estranea al mondo del padre/adolescente incapace di instaurare con lei un rapporto significativo, disorientata dalla perdita di amicizie e punti di riferimento, decide scientemente di fare la guerra ad Edward, pianificando con accuratezza le proprie strategie per attaccare e affondare il nemico. Essendo solo una ragazzina, però, questo modus operandi può garantirle solo una soddisfazione limitata visto che continuano a mancarle affetto ed attenzione e quindi manifesta il disagio come può, con la ribellione, il rifiuto delle regole e anche la negazione del suo modo di vivere precedente al trasferimento: da studentessa modello, educata e con la testa sulle spalle si trasforma in una piccola teppista senza interessi e senza obiettivi.
Edward, nella sua totale inettitudine, nel suo egocentrismo, nella sua immaturità, è adorabile, uno di quei bimbetti viziati e capricciosi a cui tireresti volentieri uno scappellotto in testa dicendo "ma smettila di fare il bamba!". E' così sprovveduto che non si può fare a meno di provare per lui almeno un po' di simpatia. Per fortuna arriva Bella a fornirgli le chiavi di lettura di quanto sta accadendo attorno a lui, offrirgli consulenza operativa e a tenerlo al guinzaglio quando rischia di trasformarsi in un cavernicolo pronto ad aggredire il cattivissimo Jacob.
Uncico neo: a mio avviso c'è scarso equilibrio fra il desiderio di dare profondità psicologica ai personaggi (viene raccontata nel dettaglio la loro storia personale) e la scelta di mantenere un tono leggero e scanzonato (tutta la vicenda è filtrata attraverso i pensieri di Edward, che però risulta un narratore inaffidabile perchè mente a se stesso e agli altri). In questo modo, secondo me, certe decisioni dei personaggi, certi cambiamenti risultano repentini e poco motivati.
Lunghissima e in alcuni casi un po' logorroica, forse non tutte le informazioni che dai sono utili ai fini della storia, che in sè è carina ma potevano essere caratterizzati meglio i personaggi.
RispondiEliminaBrava comunque per l'impegno
Ila Cullen
MIGLIOR BELLA -2
MIGLIOR EDWARD- 2
MIGLIOR FIGLIO -4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -1
STORIA PIU' HOT -1
STORIA PIU' DIVERTENTE -3
STORIA PIU' ROMANTICA -2
STORIA PIU' DRAMMATICA -1
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -2
Anche a me questa storia è piaciuta, i personaggi sono stati caratterizzati bene e risultano molto simpatici. Questo giovane uomo immaturo che pensa solo al lavoro, che si ritrova a fare il papà da un giorno all'altro della classica ragazzina adolescente rompiscatole, disillusa per un papà assente e menefreghista di cui, comunque, cerca di attirare l'attenzione e l'amore in più modi, uno più dispettoso e adorabile dell'altro.
RispondiEliminaBella storia!
Complimenti. Complimenti. Complimenti.
RispondiEliminaLa storia è lunga ma scorrevole, la leggi facilmente e senza accorgerti del tempo che passa. E questa è una delle caratteristiche fondamentali per una storia. Se è noiosa, risulta pesante e non hai più voglia di continuarla, anche se è solo una OS lunga. Questa invece è ricca di particolari, un rapporto padre-figlia descritto bene e con delle problematiche più che attuali. Trovo che sia molto difficile avere a che fare con un adolescente (Sono piccola, lo so, ma forse ora noto il rapporto e le preoccupazioni che hanno i miei genitori verso mia sorella), quindi è assolutamente geniale ciò che hai scritto. Il modo per avvicinarsi a sua figlia, per farle capire che lui ci sarebbe sempre stato etc etc.
Mi è piaciuto molto anche il rapporto di Bella con Lizzy e la storia d'amore nata nel testo.
Complimenti.
Aly
MIGLIOR EDWARD-5 (Se ci fosse il sei, avrei votato quello. Questo Edward è perfetto, proprio perchè non è perfetto. Ma ammette di aver sbagliato e recupera.)
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA -5
MIGLIOR FIGLIO -5
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -4
STORIA PIU' HOT -2
STORIA PIU' DIVERTENTE -2
STORIA PIU' ROMANTICA -5
STORIA PIU' DRAMMATICA -2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -5
Sono riuscita a leggere anche la tua storia, anonima scrittrice. In effetti molto lunga e dettagliata, ma per me molto interessante e piacevole. Una storia credibile, dei giorni nostri. l'adolescenza tratteggiata bene, tanto che mi sono fatta la fantasia che tu sia madre di un'adolescente e anche il profilo di Edward è uno tra i più approfonditi del contest.Mi è piaciuto anche il messaggio positivo che questa storia porta con sè. Non è facile cambiare, ma se ne vale la pena è giusto darsi una possibilità. Brava!
RispondiEliminaMIGLIOR EDWARD-4
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA -3
MIGLIOR FIGLIO -4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -2
STORIA PIU' HOT -2
STORIA PIU' DIVERTENTE -2
STORIA PIU' ROMANTICA -4
STORIA PIU' DRAMMATICA -2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -3
Lunghissima, l'ho dovuta leggere a pezzi. Non amo le shot troppo lunghe, eppure nonostante sia infinita l'ho trovata bella, con caratteri molto attuali e verosimili. L'adolescente ribelle, il padre che non sa dove sbattere la testa, l'assist della professoressa, equamente diviso tra dedizione al suo compito di formatrice ed estrema attrazione verso il genitore in crisi.
RispondiEliminaCome per tante altre, 7 su 10, ho redatto delle mie note a piè di pagina, con una descrizione di banali errori che, con un po' di buona volontà, potrebbero essere evitati a tutto vantaggio di una lettura più piacevole. Se li vorrete, sono a disposizione.
Il tuo Edward è a pari merito con un altro paio, mi è piaciuta la sua caparbietà, il suo non arrendersi dopo anni di latitanza.
Mi è piaciuta parecchio, dopotutto. Complimenti.
Posso solo immaginare, da alcuni termini gergali definiti, che tu sia di origini toscane. Ci ho preso?
JO
MIGLIOR EDWARD- 5
MIGLIOR BELLA - 4
MIGLIOR FIGLIO - 4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
STORIA PIU' HOT - 2
STORIA PIU' DIVERTENTE - 3
STORIA PIU' ROMANTICA - 4
STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4
MIGLIOR EDWARD- 4
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA - 3
MIGLIOR FIGLIO - 3
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 2
STORIA PIU' HOT - 2
STORIA PIU' DIVERTENTE - 3
STORIA PIU' ROMANTICA - 4
STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4
MIGLIOR EDWARD- 4
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA - 3
MIGLIOR FIGLIO - 5
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 2
STORIA PIU' HOT - 2
STORIA PIU' DIVERTENTE - 5
STORIA PIU' ROMANTICA - 3
STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA 5
per me è: migliore sceneggiatura
Luisa
MIGLIOR EDWARD - 5
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA - 5
MIGLIOR FIGLIO - 4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
STORIA PIU' HOT - 2
STORIA PIU' DIVERTENTE - 2
STORIA PIU' ROMANTICA - 3
STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4
Ho fatto una fatica enorme a leggerla, troppo, davvero troppo lunga.
RispondiEliminaMIGLIOR EDWARD-4
MIGLIOR BELLA -4
MIGLIOR FIGLIO -2
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -3
STORIA PIU' HOT -1
STORIA PIU' DIVERTENTE -1
STORIA PIU' ROMANTICA -3
STORIA PIU' DRAMMATICA -1
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -3
Ecco i miei voti:
RispondiEliminaMIGLIOR EDWARD - 5
MIGLIOR BELLA - 2
MIGLIOR FIGLIO - 5
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 5
STORIA PIU' HOT - 3
STORIA PIU' DIVERTENTE - 5
STORIA PIU' ROMANTICA - 3
STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4
JB
I Miei Voti:
RispondiEliminaMIGLIOR EDWARD 3
MIGLIOR BELLA 2
MIGLIOR FIGLIO 4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) 1
STORIA PIU' HOT 1
STORIA PIU' DIVERTENTE 3
STORIA PIU' ROMANTICA 3
STORIA PIU' DRAMMATICA 1
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA 2
MIGLIOR EDWARD - 4
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA - 3
MIGLIOR FIGLIO - 5
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
STORIA PIU' HOT - 1
STORIA PIU' DIVERTENTE - 2
STORIA PIU' ROMANTICA - 2
STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 5
Bella, mi è piaciuto molto il modo davvero non scontato in cui Edward trova la chiave del cuore adolescente della figlia. In un certo senso, lui che non c'era mai stato per lei, entra in scena proprio quando conta davvero. Anche la storia con Bella è descritta in modo dolce e delicato. È una visione molto positiva della vita e delle persone, tu sostieni che se si lascia aperto il proprio cuore, senza pregiudizi né eccessive recriminazioni, il futuro può riservare magnifiche soluzioni. Mi piace!
RispondiEliminaDavvero molto lunga questa storia ma bella e coinvolgente.
RispondiEliminaMi è piaciuto il tuo Edward ma ancora di più Lizzie, anche Bella ha avuto un ruolo importante in tutta la vicenda e naturalmente l'amore che è nato tra Edward e Bella ha dato un tocco in più a tutta la storia.
Bella, complimenti.
MIGLIOR EDWARD- 4
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA - 4
MIGLIOR FIGLIO - 4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
STORIA PIU' HOT - 3
STORIA PIU' DIVERTENTE - 2
STORIA PIU' ROMANTICA - 3
STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 3
Molto bella anche questa storia. Mi sono piaciuti tantissimo Edward e la sua storia, la deliziosa Elizabeth piena di vitalità come tutti gli adolescenti.... La seconda possibilità cocessa dal destino e la conseguente redenzione...
RispondiEliminaBrava davvero anche tu!
MIGLIOR EDWARD-4
MIGLIOR BELLA -4
MIGLIOR FIGLIO -4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -3
STORIA PIU' HOT -2
STORIA PIU' DIVERTENTE -2
STORIA PIU' ROMANTICA -2
STORIA PIU' DRAMMATICA -2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -3
Il commento alla storia lo metterò con più calma oggi metto solo i voti:
RispondiEliminaMIGLIOR EDWARD-4
MIGLIOR BELLA -4
MIGLIOR FIGLIO -4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -3
STORIA PIU' HOT -2
STORIA PIU' DIVERTENTE -2
STORIA PIU' ROMANTICA -3
STORIA PIU' DRAMMATICA -2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -3
Molto lunga, ma anche molto bella e completa.
RispondiEliminaForse troppo lunga per essere un'os ma hai fatto un lavoro magistrale :)!!
La storia d'amore tra Edward e Bella è dolcissima e il rapporto di Edward con sua figlia è davvero commuovente!!
MIGLIOR EDWARD - 5 (Questo Edward è uno degli Edward più completi che abbia mai letto... passa da essere un dongiovanni che pensa solo alla carriera ad un padre amorevole :3)
MIGLIOR BELLA - 5 (Come per Edward, questa Bella è una delle più complete. Oltre ad essere presente praticamente per tutta la durata della storia, ha un ruolo chiave e fa da tramite tra Edward e la figlia. La love story tra lei e Edward è da sogno!)
MIGLIOR FIGLIO - 5 (Lizzy è una forza :)!!)
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
STORIA PIU' HOT - 2
STORIA PIU' DIVERTENTE - 4
STORIA PIU' ROMANTICA - 3
STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 5
RispondiEliminaMIGLIOR EDWARD- 5
MIGLIOR BELLA - 4
MIGLIOR FIGLIO - 4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
STORIA PIU' HOT - 2
STORIA PIU' DIVERTENTE - 3
STORIA PIU' ROMANTICA - 4
STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4
RispondiEliminaMIGLIOR EDWARD- 4
MIGLIOR BELLA - 3
MIGLIOR FIGLIO - 4
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
STORIA PIU' HOT - 1
STORIA PIU' DIVERTENTE - 3
STORIA PIU' ROMANTICA - 2
STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 3
MIGLIOR EDWARD - 4
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA - 2
MIGLIOR FIGLIO - 5
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 2
STORIA PIU' HOT - 2
STORIA PIU' DIVERTENTE - 1
STORIA PIU' ROMANTICA - 3
STORIA PIU' DRAMMATICA - 4
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 3
-Sparv-
MIGLIOR EDWARD- 3
RispondiEliminaMIGLIOR BELLA - 4
MIGLIOR FIGLIO - 3
PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
STORIA PIU' HOT - 3
STORIA PIU' DIVERTENTE - 4
STORIA PIU' ROMANTICA - 3
STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 3
Bella storia anche la tua!!! Brava!!!
Aleuname.
Miglior Edward - 4
RispondiEliminaMiglior Bella - 4
Miglior figlio – 4
Papà più sexy (DILF) - 4
Storia più hot - 2
Storia più divertente - 3
Storia più romantica - 4
Storia più drammatica - 2
Storia Daddyward preferita - 3
Anche qui per me manca una categoria: quella del miglior rapporto padre-figlio. Avrei dato 5!
Non mi sarei mai stancata di leggere questa storia! Padre e figlia sono personaggi fantastici in tutti i loro difetti, in tutti i loro pregi e nella loro maturazione. Fantastico anche come si evolve il loro rapporto. Complimenti!
RispondiElimina