venerdì 19 giugno 2015

UNA SECONDA POSSIBILITA'

UNA SECONDA POSSIBILITA'




Sono passati tre anni da quel giorno, era gennaio, e il suo ricordo è vivo nella mia mente come se fosse ieri.
La mia vita, nonostante i casini combinati da adolescente, aveva trovato il suo equilibrio, o almeno era quello che credevo.
Dopo il liceo mi sono laureato in marketing e comunicazione con il massimo dei voti, riuscendo così a essere assunto nella Volturi Brothers Inc., una delle più grosse agenzie pubblicitarie di New York; cominciai dal basso, ovviamente, ma in pochi anni riuscii ad affermarmi, aggiudicandomi le campagne pubblicitarie di numerose multinazionali. La mia carriera decollò in modo esponenziale, il mio nome, nel settore, era sinonimo di strategia di marketing vincente, si può dire che ero un guru della pubblicità.
Più di una volta, in quel periodo, Aro Volturi, amministratore delegato della società, mi aveva ventilato la sua idea di proporre ai fratelli la mia promozione a socio; ero la loro punta di diamante, con le mie idee avevano guadagnato miliardi, era palese che volessero tenermi stretto prima che la concorrenza mi facesse un'offerta migliore.
Aro stava solo aspettando il momento giusto per perorare la mia causa davanti al consiglio di amministrazione e, aggiudicarsi la campagna per il nuovo profumo di Armani sarebbe stato il mio biglietto d'ingresso servito su piatto d’argento.
Grazie ad una soffiata eravamo riusciti a proporci tra i candidati per la realizzazione della campagna, avevo passato gli ultimi due mesi a lavorare come un pazzo insieme a Jasper, il mio braccio destro e cognato, dopo molti ripensamenti e variazioni eravamo finalmente soddisfatti del nostro lavoro. Il lunedì successivo avremmo avuto la presentazione delle nostre idee ai delegati del nostro potenziale cliente, decidemmo, quindi, di prenderci un week end di meritato riposo. Quanto accadde però il giorno successivo, quello che avrebbe dovuto essere di svago e assoluto riposo, mise in discussione tutte le mie certezze, stravolgendo completamente la mia vita.


La luce del mattino filtrava da uno spiraglio delle spesse tende che oscuravano la vetrata della mia camera da letto, colpendomi dritto negli occhi e costringendomi a svegliarmi.
Allungai le braccia per stirarmi e mi accorsi che il letto era vuoto.
Bene.
Jessica, la donna, che era stata con me la notte precedente doveva essere di fretta, il letto freddo mi raccontava che se ne era andata già da qualche ora.
Meglio così.
Ci frequentavamo già da un paio di settimane e avevo avuto il sentore che la cosa stesse prendendo una piega un po' troppo appiccicosa, da parte sua ovviamente.
Con mia grande soddisfazione mi ero sbagliato.
Sebbene fossi stato, fin dal primo appuntamento, sempre chiaro con le donne che frequentavo, ogni tanto alcune di loro cedevano alla speranza che stesse nascendo una relazione a lungo termine. Quando accadeva, pregarle di uscire dalla mia vita, diventava spiacevole e noioso.
Avevo provato ad avere una relazione stabile e duratura, ma non faceva per me, il mio stile di vita, il mio lavoro, si facevano giorno dopo giorno più frenetici e pressanti e non erano ritmi adatti alle esigenze e ai doveri di un padre di famiglia. Moglie e figli mi avrebbero vincolato troppo, non ero ancora pronto per quel passo. A dirla tutta non ritenevo lo sarei mai stato.
Mi bastava ciò che già avevo: la mia famiglia, quella di origine intendo, mi adorava; nonostante tutto. Rimarcare i miei sbagli e tentare di farmi sentire un verme era ormai diventato il loro sport preferito, riportarmi sulla retta via il loro obiettivo primario. L'argomento dei nostri vecchi dissapori era tabù, se volevano ancora avere rapporti civili con il loro figlio/fratello, non volevo che venisse in alcun modo tirata fuori quella storia; loro avevano tacitamente accettato, anche se, ogni tanto, qualche frecciatina non mi era certo risparmiata. A modo loro facevano tenerezza, e se non eccedevano, lasciavo correre, imparando così a farmi scivolare addosso quegli sporadici commenti sgraditi.
Almeno questo era quello che credevo, fino a quel sabato mattina.
Ricordo che mi alzai, grato di poter far colazione da solo senza inutili chiacchiericci e gridolini nelle orecchie, ero appena uscito dalla doccia quando il campanello del mio appartamento suonò.
Il primo pensiero andò a Jessica. Aveva avuto un ripensamento? Sbuffai al solo pensiero della penosa schermaglia che ne sarebbe seguita e andai ad aprire.
«Alla buon ora! È più di mezz'ora che suono.» Esclamò la ragazzina che mi trovai davanti e, in quel momento realizzai che avevo addosso solo un asciugamano stretto in vita.
«Ma ... ma cosa diavolo ...»
«Mi fai entrare o devo prendere residenza sul pianerottolo?!» Mi scansò dalla soglia della porta d'ingresso e, senza aspettare una mia risposta, entrò in casa, scaraventando due sacconi giganteschi e un trolley sul divano bianco di pelle. Che razza d’incivile!
«Ehi! Ti sembra il modo di invadere la casa altrui? E che razza di linguaggio è questo!?!» Chiusi la porta con una spinta, ma il movimento veloce allentò l'asciugamano allacciato in vita che riuscii ad afferrare un secondo prima che cadesse e fossi denunciato per atti osceni davanti a minore.
«Ferma dove sei!» Esclamai puntandole il dito contro con la mano rimasta libera e arrancai verso la mia camera in cerca di qualcosa di decente da mettermi addosso. «Torno in un istante! »
«Puoi anche smettere di agitarti tanto, paparino, lì sotto non c'è niente che non abbia già visto!» Esclamò con aria di sfida e, colto alla sprovvista dalle sue parole, inciampai sui miei piedi finendo rovinosamente sul pavimento.
Tornai in piedi in un istante e dopo averla fulminata con gli occhi, volai in camera.
Agguantai boxer, jeans e una T-shirt e tornai nel salone deciso a ottenere più che esaurienti spiegazioni per quell’invasione inaspettata.
«Non usa più avvisare, quando si decide di piombare a casa di qualcuno?» Esclamai riemergendo dal corridoio.
«Non usa più ascoltare e rispondere ai messaggi che sono lasciati in segreteria? A cosa diavolo ti serve una segreteria se non la usi? Mamma avrà lasciato almeno una quindicina di messaggi! Il cellulare è sempre irraggiungibile, a casa non ci sei mai e comunque non ascolti la segreteria, in ufficio sei perennemente in riunione.» Replicò con quel tono saccente e irritante, identico a sua madre.
Forse avevo esagerato. Proprio in quell'istante la mia memoria si mise in moto e si ricordò che Lauren mi aveva cercato quasi un paio di mesi prima dicendomi che si sarebbe potuta presentare, nei mesi successivi, l'opportunità di un trasferimento a Parigi. Lo studio legale dove lavorava stava trattando per l'apertura di una sede in Francia e le era stato proposto di coordinarla e dirigerla. Lizzy era al quarto anno di liceo e sua madre preferiva potesse finire gli studi negli Stati Uniti, ergo l’avrebbe mandata a vivere a New York, con me.
Ovviamente come padre non potevo rifiutarmi.
Sì, avete capito bene: sono padre.
Lo sono diventato a soli vent'anni, ogni volta che ci pensavo, ero percorso da brividi e la cosa continuava a suonare strana pure a me, nonostante fossero ormai passati sedici anni.
Come ho già detto, la mia mente rifiutava gli obblighi e le responsabilità che la qualifica di genitore impone. Non vorrei essere frainteso, amavo mia figlia, era stato amore a prima vista, ma mollare tutto per diventare un perfetto padre di famiglia non era per me; in virtù di ciò archiviai subito la conversazione tra le cose cui avrei pensato più avanti, quando e se, si sarebbe manifestato concretamente il problema.
Purtroppo Il problema si era manifestato quel sabato mattina nel mio salotto. Se solo fossi stato meno coglione e avessi risposto a quelle chiamate ... ma erano stati due mesi di fuoco, la sera quando tornavo a casa l'ultima cosa che volevo fare era ascoltare la segreteria.
Sono stato irresponsabile?
Sì, probabile.
Sono sempre stato convinto che se ci fosse stata un'urgenza degna di tale nome, Lauren, che non è una stupida, avrebbe avvisato i miei.
Molto più reperibili, e responsabili di me.
Pertanto, se cercava me era soltanto per comunicazioni di routine: andamento scolastico, visite mediche, un saluto... quando torni a casa la sera dopo una giornata terrificante, magari anche in compagnia, ascoltare la segreteria dove una voce di donna ti racconta cosa ha fatto vostra figlia, sciupa l'atmosfera. È chiaro come il sole quindi che rispondere non era così indispensabile, certo per educazione avrei potuto richiamarla, ma come ho già detto quegli ultimi due mesi, erano stati un vero manicomio e il più delle volte mi passava di mente.
«Mamma ha provato più volte a chiamarti per ricordarti che sarei arrivata.» riprende lei mentre io ancora, frugavo nei miei pensieri «Ieri sera avevano l'aereo ...»
«Avevano?» Chiesi perplesso.
«Mamma e Mike.» chiarisce lei «Anche lui si è trasferito a Parigi, non l'avrebbe lasciata mai da sola» Ti pareva che perdesse l'occasione di rinfacciarmi quanto è splendido e amorevole il suo patrigno.
«Mi hanno lasciato dai nonni, che stamani mi hanno portato qua.».
«Potevano chiamarmi!» Esclamai cercando di non esplodere, non ci sarebbe stato da stupirsi se i miei e Lauren avessero studiato tutto a tavolino.
«Nonno ha provato ma il tuo cellulare era, come al solito, irraggiungibile, lui e nonna sono davvero furiosi.».
Sai che novità ... di sicuro non quanto me in quel momento.
«Mamma ha detto che mi lascia a New York solo perché ci sono loro.». Certo, continua a girare il coltello nella piaga piccola vipera «Sia chiaro che io preferirei, di gran lunga, andare a vivere con i nonni ma nonno ha detto che è ora che tu faccia il padre, ed eccomi qua, paparino.» Il sorrisetto satanico che le apparve sulle labbra mi riempì la schiena di brividi di puro terrore.
La feci sistemare nella stanza degli ospiti, m'infilai la prima tuta pulita che trovai a giro per casa e andai a correre; avevo un'impellente necessità di calmarmi e schiarirmi le idee, correre mi sembrò al momento la migliore soluzione per sbollire il nervosismo che avevo rapidamente accumulato.


Due ore e mezzo di corsa dopo, potei costatare la completa inutilità del mio gesto; era bastato lasciarle due misere ore di libertà per trasformare un normale e tutto sommato ordinato appartamento, nella discarica generale dello stato di New York.
Il volume della musica era talmente alto che mi stupii di non aver trovato un sit-in dei vicini sul pianerottolo pronti a linciarmi. Probabilmente erano morti sul colpo per lo spavento appena aveva acceso lo stereo.
I due sacchi e il trolley erano a cuore aperto, vuoti, sul divano e il loro contenuto era sparpagliato per tutta l’area del salone, trasformandolo un centro di raccolta e smistamento donazioni per l'esercito della salvezza. Come diavolo era riuscita a cacciare tutta quella roba in solo tre valige?
«ABBASSA LO STEREO ELISABETH!!!» Gridai con tutto il fiato che avevo nei polmoni. Non ottenni risposta, non che ci avessi realmente sperato. Iniziai a scavalcare i vestiti, le scarpe e i sacchetti assortiti che erano stati depositati lungo il percorso tra l’ingresso e la sua stanza, determinato più che mai a porre fine a quel caos, quando, il mio piede si appoggiò su qualcosa che al solo contatto con la mia scarpa, iniziò immediatamente a rotolare facendomi perdere l'equilibrio.
«LIZZYYYYYYYYYYY!!!!!!!!!!!» Urlai ancora, mentre per la seconda volta nel giro di poche ore mi trovavo lungo disteso sul pavimento, trascinando con me tutto quello che la mia mano trovò sulla mobile al quale tentai inutilmente di aggrapparmi.
La musica cessò improvvisamente e una faccetta angelica, incorniciata da una nuvola di onde ramate, si affacciò dalla prima porta del corridoio.
«Tutto bene papà? Alla tua età dovresti stare più attento, cadere in questo modo può essere molto pericoloso.» E senza aggiungere altro mi scavalcò e continuò la semina del suo guardaroba in ogni dove.


Passai tutto il sabato e buona parte della domenica chiuso in camera, sdraiato sul letto cercando di farmi passare il dolore che le due cadute acrobatiche mi avevano procurato; avevo trentasei anni ero sono certo decrepito, ma sfido chiunque a rialzarsi senza lividi e contusioni assortite dopo due voli simili! Mi presi quel tempo per riflettere ed elaborare una strategia, in modo da poter affrontare quella convivenza forzata e rimanerne illeso.
Non servì assolutamente a niente.
Il problema fondamentale era che non ero in grado di fare il padre, non l'avevo mai fatto, non avevo alcuna confidenza con questa ragazza, né tantomeno lei voleva darmene.
Dopo tredici anni che vivevamo ai capi opposti della nazione, era pressoché impossibile instaurare un rapporto padre figlia degno delle migliori sit-com americane. In buona sostanza sarebbe stato un gioco al massacro, il mio per l’esattezza, a giudicare dai lividi che mi ero già procurato in solo mezza giornata.
Non conoscevo abbastanza bene il nemico e, se non lo conosci, non lo puoi nemmeno sconfiggere, mi sarei preso del tempo per studiarla e capire i suoi punti deboli. Avevo perso una battaglia, mi aveva colto impreparato, la guerra l'avrei vinta io.
Nel tardo pomeriggio di domenica sentii bussare alla porta della mia camera, aprii gli occhi dal torpore in cui mi accorsi essere caduto durante i miei infruttuosi ragionamenti e risposi.
Lizzy si affacciò cauta, quasi impaurita, fingeva bene la ragazza! La squadrai attentamente cercando di intuire le sue intenzioni, non era certo venuta per sventolare bandiera bianca.
«Pizza anche stasera?» Chiese, e imprecai con me stesso per essermi scordato di fare la spesa.
«Non che mi dispiaccia, ma se continuiamo così, dovrai pagarmi un abbonamento in palestra.».
«Domani passeremo al centro commerciale e risolviamo il problema.». Risposi cercando di tirarmi su dal letto.
«Domani sarò a scuola, te ne sei scordato?» Quel tono polemico era oltremodo irritante.
«Mamma mi ha lasciato questa per te.» Disse porgendomi una busta «Ha detto di leggerla attentamente, possibilmente entro domani mattina, e seguire quanto c’è scritto alla lettera.» La guardai perplesso, mi stava consegnando le istruzioni per l’uso? Mi prendeva per scemo? «Io voglio una doppia pasta con tonno cipolle e patatine, non più tardi delle nove altrimenti non digerisco.» Girò tacchi e se ne andò.


Presi un profondo respiro, aprii la busta e iniziai a leggere.


Ciao Edward,
So perfettamente che in questo momento starai imprecando contro di me e le mie scelte lavorative, ma devi convenire che in questi tredici anni ti ho imposto raramente di fare il padre, lasciandoti libero di vivere la tua vita e farti una carriera, adesso è giunto, però mio momento e sai non posso perdere quest’ opportunità.
Mi conosci e sai che non sono totalmente sprovveduta e irresponsabile da affidarti nostra figlia senza precauzioni, a New York ci sono i tuoi genitori e che, al contrario di te, hanno sempre fatto parte della vita di Elisabeth sono sicura che per qualsiasi cosa saranno lì per lei.
Dato che non hai voluto rispondere alle mie chiamate, ho pensato di farti un piccolo promemoria per i tuoi primi frenetici giorni da genitore:
  1. Ho già provveduto a iscriverla al nuovo liceo, ho sempre parlato io con la scuola ma ritengo sia opportuno che tu vada a presentarti domani mattina, i prossimi rapporti li avranno con te, ed è bene che sappiano che esisti realmente e non sei solo un’entità astratta.
  2. Accertati che tutti i documenti della vecchia scuola siano arrivati in segreteria.
  3. Fatti dare le password per controllare presenze e voti.
  4. Ricordati di fare le pratiche per inserirla nella tua assicurazione sanitaria.
  5. Ogni giovedì sarà a cena dai tuoi, così potrai avere la tua serata libera.
  6. Ricordati che può tornare a casa dopo le 21 solo venerdì e sabato, ma sempre entro mezzanotte.
  7. Chiedi sempre il numero di telefono e nomi degli amici con cui esce.
  8. Non le è permesso salire in auto con amici non identificati.
  9. MAI fidarsi ciecamente.
Detto, questo dovresti riuscire a cavartela e, tranquillo, i pannolini ha smesso di usarli già da diversi anni, e le ho già fatto tutti i “discorsi” del caso.
Potrebbe essere una magnifica opportunità di riscatto per te, non perdere quest’ occasione.
In bocca al lupo.
Un abbraccio
Lauren


Leggere quella lettera mi fece salire il sangue al cervello; il giorno successivo dovevo essere in ufficio all'alba, avevamo la presentazione ai delegati di Armani, se ci aggiudicavamo la campagna, sarei stato ad un passo dalla promozione, NON.POTEVO.MANCARE.
Lauren si stava vendicando, non c’era il minimo dubbio in proposito il sotto testo di quella lettera era "te la farò pagare per avermi messa incinta", beh non era certo stata tutta colpa mia, eravamo ubriachi entrambi quella sera e, se i suoi avevano deciso di andare a vivere dall'altra parte della nazione non era certo dipeso da me. Il sarcasmo di alcune sue affermazioni era quasi offensivo: cosa intendeva per serata libera? Diamine aveva sedici anni, poteva anche stare una sera sola a casa! Il pensiero che mi stesse suggerendo di cambiare vita e abitudini mi sembrò una richiesta quasi surreale.
«Maledetto me e la pessima idea di non volerle parlare per telefono!» Imprecai appallottolando la lettera e lanciandola lontano dalla mia vista. C'era da immaginarselo che avrebbe fatto di tutto per farmela pagare.


Il lunedì che seguì quel disastroso fine settimana fu la degna conclusione delle giornate che lo avevano preceduto. Ci presentammo a scuola ancor prima del personale di servizio, speravo di poter salutare la preside e catapultarmi in ufficio in tempo per la presentazione fissata per le 9:00; avevo calcolato tutto al millesimo di secondo, potevo arrivare in tempo, era fattibile, ma per maggior sicurezza avevo allertato anche Jasper di cominciare senza di me.
Purtroppo non avevo fatto i conti con il vecchio macinino sul quale viaggiava Mr. Cope, la preside, quella carriola del primo dopoguerra aveva deciso di passare a miglior vita proprio quella mattina, obbligandola a prendere i mezzi pubblici e facendola arrivare a lavoro con due ore e mezza di ritardo.
Inutile dire che la presentazione andò a puttane e con lei anche la mia promozione. L'idea era piaciuta, ma avrebbero gradito la mia presenza in qualità di ideatore della campagna. Si erano sentiti ignorati e questo aveva pesato tremendamente sulla loro scelta.
La scenata isterica di Jasper fu la ciliegina sulla torta.
Lizzy-Edward:1-0.
Un ottimo inizio, nulla da dire.


I giorni che seguirono furono un susseguirsi di schermaglie e ripicche.
Dall'oggi al domani non fui più padrone della mia casa è della mia vita.
Il caos regnava ovunque. Kaure, la donna che veniva a farmi le pulizie due volte a settimana chiese un cospicuo aumento di stipendio. Non potevo certo biasimarla il lavoro era triplicato ... dopo una lunga trattativa arrivammo all'accordo che avrebbe raccolto le cianfrusaglie di mia figlia e le avrebbe sbattute nella sua stanza e lì sarebbero state abbandonate. Sarebbe stata responsabilità di Elisabeth rimettere a posto e pulire la sua discarica. Se poi fosse stata, o meno una brava massaia non era affar mio. A detta di sua madre, era ordinata e precisa, quindi non avrebbe certo avuto problemi a riordinare e pulire il suo ciarpame.
Nel giro di un paio di settimane mi trovai la casa invasa ogni giorno da un’orda di sedicenni schiamazzanti e in piena esplosione ormonale! I genitori di quelle ragazzine si rendevano conto di come andavano vestite le loro figlie? Avevano mai ascoltato i loro discorsi? Se qualcuno le avesse violentate mentre rientravano a casa, non sarei stato così sicuro che non fossero consenzienti ... improvvisamente mi venne in mente che non tutti nel palazzo sapevano chi fosse Elisabeth e vedendo quel via vai di ragazzine potevano iniziare a pensare chissà cosa ... avrebbero potuto denunciarmi! Per evitare di finire in galera per adescamento di minori e presunti festini, provai a imporle alcune semplici regole base sulla convivenza: poteva invitare amiche solo due volte a settimana, se avevo ospiti, era gradito un comportamento educato e rispettoso. Non pretendevo certo di fare sesso sfrenato con una figlia adolescente che dormiva nella stanza accanto alla mia, ma non volevo nemmeno rinunciare a priori a fare salire in casa chiunque! Sul momento sembrò aver capito e compreso la situazione quando arrivammo al mettere in pratica le mie richieste, mi trovai davanti ad un film dell’orrore aprii la porta d'ingresso subito dopo aver decantato quanto fosse brava mia figlia e ci trovammo catapultati in un qualche sconosciuto girone infernale dove stereo, televisione, cellulari e cinque ragazzine schiamazzanti e mezze nude producevano rumore contemporaneamente. Inutile dire che una dopo l’altra le mie ospiti iniziarono a declinare ogni mio invito, sia in casa che fuori ... alcune ci tennero a specificare che sarebbe stato per l’eternità. Come biasimarle... nel giro di poche settimane mi ero trasformato da scapolo impunito e appetibile a disperato padre di famiglia, portatore sano di problematiche assortite, e la quantità sconsiderata di chiamate che mi faceva le rare volte che riuscivo a mettere il piede fuori di casa avallavano questa teoria.
Ovviamente se ero io a cercarla il suo cellulare era irraggiungibile.
Un frate francescano aveva sicuramente una vita sociale più frenetica della mia, che ormai era praticamente azzerata. Nel giro di un mese compresi il significato delle parole di Lauren circa la "serata libera". Iniziai così a valutare la possibilità di poter uscire e/o riappropriarmi del mio appartamento, e della mia vita, nell’unica giornata in cui ero sicuro al cento per cento non potesse mettermi i bastoni tra le ruote: il giovedì.
Era inutile rodersi il fegato per ogni appuntamento mandato all’aria da quella piccola strega, stavo solo cadendo nella sua trappola, dovevo giocare di strategia. I miei ovviamente non approvarono questa decisione, ma dovendo scegliere tra la mia sanità mentale ed essere per l’ennesima volta una delusione per mia madre, optai per la prima. Per un paio di settimane mi sentii rinato, ero riuscito a portare fuori a cena Victoria e mi ero persino concesso un “dopocena veloce” da me, la terza settimana ero deciso a osare di più e convinsi mia sorella Alice ad aiutarmi, non so se lo fece per pena o per effettivo cameratismo tra fratelli, ma sapevo con certezza che mi avrebbe presentato il conto per quel favore, prima o poi, ma me ne sarei preoccupato a tempo debito. Il piano era semplice: invitare Elisabeth a dormire da lei, dopo la cena con i miei, per una "serata tra donne", il giorno dopo l’avrebbe accompagnata lei a scuola ed io avrei avuto piena disponibilità del mio appartamento fino alle cinque del pomeriggio seguente.
Era un piano perfetto.
Non poteva fallire.
Ma fallì.
Non avevo, fatto i conti con la mente perversa e calcolatrice della sanguisuga che avevo contribuito a mettere al mondo. Ogni padre che si rispetti dovrebbe essere orgoglioso dell'intelligenza della propria figlia, io, quando la mattina dopo la trovai a fare colazione come se nulla fosse al bancone della cucina maledissi il suo acume!
La piccola carogna aveva capito i miei piani ed era rientrata giusto in tempo in tempo per rovinarmi la giornata; afferrai il cellulare e vidi un messaggio di Alice che mi avvertiva di non essere riuscita a trattenerla, purtroppo quando l’aveva mandato, ero “estremamente impegnato” e non l’avevo sentito. Trattenni a stento il mio istinto di sbatacchiarla contro il muro.
Per fortuna quando mi affacciai sulla porta, indossavo almeno i boxer ... non potei dire lo stesso di Victoria che aveva passato la notte con me, quando si affacciò al salone con solo un perizoma striminzito e vide Elisabeth salutarla con la mano il colorito della sua pelle si uniformò ai capelli rossi.
Non passarono tre minuti che era già pronta per andarsene.
«È stato un piacere conoscerti, e complimenti per il filo interdentale che porti al posto degli slip» le gridò salutandola con la mano mentre la vedevo varcare la soglia di casa più veloce della luce. Anche se mi gridò “a presto!” ero perfettamente cosciente che Victoria si era unita al gruppo di donne che non l’avrei rivisto mai più.
Il suo obiettivo mi fu improvvisamente chiaro: voleva farmi terra bruciata intorno, e ci stava riuscendo alla grande. Era furiosa con me perché l'avevo lasciata con sua madre? Non potevo darle torto, ma cercare di minarmi la carriera oltre che la sfera di rapporti interpersonali era inconcepibile. Non potevo affrontarlo.
I miei genitori, che la conoscevano indubbiamente meglio di me, erano sconcertati dal suo comportamento, mai si sarebbero immaginati un simile atteggiamento e mio padre mi fece notare, nemmeno poi così velatamente, che forse me l'ero cercata.
C’ero arrivato anche da me.
Avrei dovuto essere più presente, avevo delegato e vissuto la mia vita incurante di tutto, inviare soldi tutti i mesi e qualche telefonata non potevano sopperire in alcun modo anni di assenza.
Quello che era stato, però, non si poteva modificare, non potevo certo tornare indietro e correggere il passato, quando chiesi loro una mano per uscire da questo inferno, dissero semplicemente che dovevo riuscire ad aiutarmi da solo.
Che razza di risposta era?
Evidentemente non avevano voglia di aiutarmi.


Provai a suggerirle l'idea di organizzare le sue "giornate di studio" non soltanto a casa nostra ma anche presso le sue amiche; fui accusato di voler minare la sua integrazione nella nuova scuola. Passai quindi alle minacce, se avessi trovato ancora una volta la casa trasformata in un rave party, le avrei proibito di uscire per un mese; chiamò sua madre che, incredula che la figlia avesse un simile comportamento, mi disse che dovevo smettere di esagerare e iniziare a comportarmi da adulto. Finita la telefonata arrivò un sms di Lauren con scritto semplicemente: "In bocca al lupo."
Dalla rabbia frantumai il cellulare nel muro.
Dopo due mesi di furiose discussioni e ripicche arrivammo, non so dire come, ad un accordo di tacita convivenza e sopportazione; le uniche parole che ci scambiavamo erano mere comunicazioni di servizio, nulla più. Io passavo il mio tempo chiuso nello studio, lei attaccata al suo cellulare.
Lei non infastidiva me ed io non stressavo lei.
Dovevamo sopravvivere, e quello, al momento, sembrò il sistema migliore.


Dopo quasi tre mesi di durissima convivenza pensavo che ormai avessimo raggiunto il nostro equilibrio e mai mi sarei aspettato la telefonata che interruppe la riunione settimanale di pianificazione.
«Mr. Cullen buongiorno chiamo dalla Trinity High School.». Non era la preside, ricordavo perfettamente la sua voce tremolante «Mi chiamo Isabella Swan e sono il tutor di riferimento di sua figlia.». Dalla voce sembrava molto più giovane, ma non per questo meno acida.
«Buongiorno Mrs. Swan, al momento sono in riunione, se potessi richiamarla...».
«Mi spiace, non le ruberò un minuto di più del suo preziosissimo tempo.» M’interruppe lei «Devo parlarle di una situazione piuttosto delicata e, sarebbe meglio, vedersi di persona. Può passare dal mio ufficio oggi pomeriggio verso le quattro?» Ma cosa avevano tutte queste donne contro di me? Alle cinque e mezzo avrei avuto i provini di alcune modelle per uno spot, Jasper aveva implorato la mia presenza, quasi un anno prima avevo curato personalmente tutta la campagna Prada adesso dovevamo realizzare dei nuovi scatti sempre per la stessa linea di accessori, dovevo esserci in tutti i modi non potevo ripetere l'errore che avevo fatto con i delegati di Armani.
«Veramente io oggi avrei un appuntamento al qual...»
«Mr. Cullen, sto parlando di sua figlia.» Puntualizzò risentita. Cominciai a sospettare che le donne dovessero nascere con qualche cromosoma strano nel DNA che permetteva loro di farti sentire sempre e comunque un verme!
«Mr. Cullen è ancora in linea?» Insistette non avendo sentito risposta.
«Farò il possibile.» Risposi meccanicamente.
«Bene, a dopo. Buona giornata».
«A dopo.» mugolai e Jasper mi fulminò con lo sguardo, non potei far altro che spallucce.


Un quarto d’ora prima dell’orario fissato ero alla Trinity School ad aspettare che l'ennesima zitella inacidita arrivasse per farmi la paternale. Nell’attesa mi misi a controllare le foto delle modelle che Jasper mi stava inviando, nella speranza di riuscire ad arrivare in tempo per la decisione finale.
Un rumore di passi svelti risuonò nel corridoio, troppo svelti perché fossero di una signora di mezza età, e forte di questa considerazione e del fatto quindi che non fosse chi stavo aspettando, non alzai lo sguardo dal mio cellulare. Un instante dopo una sagoma femminile appare nel riflesso del mio iPhone.
«Mr. Cullen suppongo.» Disse porgendomi la mano, una brunetta in tailleur grigio non tanto alta, ma tutto sommato carina ferma davanti a me «Sono Isabella Swan, il tutor di sua figlia Elisabeth.».
Piacevolmente sorpreso che fosse completamente differente dall’idea che mi ero fatto di lei dalla telefonata di quella mattina, fui colto alla sprovvista; il cellulare mi schizzò dalle mani costringendomi a improvvisare un fallimentare numero di giocoleria per riprenderne possesso.
«Mi scusi!» Esclamò vedendo il telefono piombare rovinosamente a terra, «Non volevo spaventarla.». Lo raccolse prima che potessi farlo io e, appena fu nelle sue mani, un BIIIIPPP prolungato segnalò l’arrivo dell’ennesima foto da parte di Jasper.
Non ricordavo di essermi mai vergognato, in vita mia, tanto come in quel frangente.
Lei guardò la foto, non commentò e mi porse il telefono. Lo sguardo con cui mi squadrò valeva più di mille parole.
Rinunciai a giustificarmi, qualsiasi parola che avessi detto in quel momento sapevo già che sarebbe stata usata contro di me.


La seguii nel suo ufficio e il mio sguardo indugiò sul suo fondoschiena che ancheggia, senza nessun riguardo, davanti agli occhi.
Decisamente un gran bel vedere.
Ci accomodiamo alla scrivania e i trenta secondi che seguono credo siano stati i più lunghi della mia esistenza. Il cellulare vibrava impazzito nella tasca interna della mia giacca e sperai con tutto me stesso che lei non se ne accorgesse. L’imbarazzo cresceva, non so se dipendesse dalla foto che aveva visto poco prima (e di conseguenza dell'idea che si era fatta di me... anche se a dire la verità, dopo aver visto il suo lato B, ero piuttosto curioso di sapere che idea si era fatta di me, così, giusto per avere uno scambio di opinioni...) oppure era il dovermi rapportare per la prima volta in vita mia al ruolo di genitore, fatto sta che finalmente parlò, e dentro di me tirai un sospiro di sollievo.
«È un piacere poterla conoscere, finalmente, Mr Cullen.» La guardai perplesso, dovevo presentarmi anche a lei? Non era previsto nelle note di Lauren e, a essere sinceri, non sapevo nemmeno della sua esistenza «In quest’ultimo mese ho chiesto più volte a sua figlia di farmi contattare da lei.» Come volevasi dimostrare mi mancava qualche tassello.
«Mi rincrescere ma, purtroppo, Elisabeth non mi ha mai detto niente.» Risposi con una punta d'imbarazzo nella voce, appuntandomi mentalmente di chiarire la questione quella sera stessa.
«Lo immaginavo, per questo ho preso l'iniziativa senza consultarmi con la preside.» Rispose pacata «Come saprà, sua figlia è stata ammessa nel nostro Istituto unicamente perché Mr Newton ha chiesto questo favore "personale" direttamente al consiglio di amministrazione. È stato uno dei nostri migliori allievi, senza contare le ingenti donazioni che elargisce ogni anno.». Non lo sapevo, ovviamente, ma non mi stupì per niente sapere che Mike si era prodigato anche in questo per MIA figlia, così poteva avere qualche altro argomento di cui pavoneggiarsi «Normalmente non ammettiamo studenti al penultimo anno, ma considerando il curriculum scolastico, i voti eccellenti di Elisabeth e, "tutto il resto" è stato chiuso un occhio. Purtroppo però ci troviamo in una brutta posizione, il rendimento di sua figlia è molto sotto la media, è distratta e totalmente disinteressata ha fatto numerose assenze. Forse è solo un periodo, trasferirsi in un’altra città lasciare amici e cambiare abitudini alla sua età non è semplice, l'adolescenza non è sempre quel bellissimo periodo della vita in cui uno vorrebbe tornare.» Nei suoi occhi scorsi un'ombra di malinconia «Come tutor, e sua insegnante d'arte, mi sono sentita in dovere di farle presente il disagio che, mi sembra di intuire, sua figlia stia vivendo in questo momento. Credo in tutta onestà che sia qualcosa che va ben oltre il semplice cambio di scuola e città; con questo mi creda non è mia intenzione insegnare ad altri il loro mestiere, tantomeno ad un genitore. Lei è il padre e saprà sicuramente come affrontare il problema, molto meglio di quanto ci si possa immaginare.» In quel momento esatto mi sarei voluto sotterrare dalla vergogna «Molto probabilmente, se la situazione non dovesse migliorare e tornare agli standard che ci aspettiamo da Elisabeth, sarà contattato dalla preside per aver delle spiegazioni in merito e per prendere provvedimenti, che temo, non saranno piacevoli. In questi due mesi ho avuto modo di conoscere Elisabeth, e per l'idea che mi sono fatta di lei, è una ragazza in gamba, molto intelligente e anche particolarmente portata per la mia materia, sono convinta possieda delle potenzialità ma che qualcosa la inibisca dall’esprimerle al meglio. Vorrei evitarle altri inutili problemi o fonti di stress» Lei parlava ed io non riuscivo a smettere di guardarla attonito, sia per quelle labbra che sembrava mi stessero chiamando sia per tutte quelle inaspettate informazioni che iniziarono e rimbombarmi nel cervello producendo un frastuono incredibile... così poco sapevo di mia figlia ... «… lei è un uomo impegnato e non voglio disturbarla oltre, ma sappia che sono a sua disposizione, se avesse bisogno di un aiuto. Non esiti a chiamarmi, mi sono affezionata a Elisabeth e se posso fare qualcosa per lei, ne sarò felice.» Disse alzandosi e porgendomi la mano per congedarmi; la ringraziai per la sua cortesia e assicurandole che avrei parlato quella sera stessa con mia figlia, la salutai.


Aspettai più di mezz’ora l'arrivo di un taxi libero, finché mi arresi e decisi di incamminarmi verso casa a piedi, forse due passi avrebbero aiutato a schiarirmi le idee su come affrontare l'argomento con Elisabeth.
Nei quasi quattro mesi di convivenza forzata eravamo passati dalla fase guerriglia attiva alla rassegnazione passiva di un dato di fatto: avremmo dovuto frequentarci almeno fino al suo ingresso al college, possibilmente senza spargimento di sangue.
Lei non metteva i bastoni fra le ruote nel mio lavoro e nella mia vita privata, mentre io le concedevo un'autonomia che con sua madre non si sarebbe mai permessa nemmeno di sognare.
Quando tacitamente arrivammo a questa comune soluzione, mi sentii un grande! Credetti di aver vinto non solo la battaglia del momento ma tutta la guerra.
In buona sostanza ero stato un idiota.
Quella ragazzina di appena sedici anni mi aveva raggirato e convinto a fare esattamente come lei voleva; facendo passare il tutto per una mia decisione.
Dovetti ammettere con me stesso che per arrivare a tanto bisognava avere una buona dose di bravura nell'arte della persuasione, m’inorgoglì non poco pensare a quanto mi somigliasse sotto quel l'aspetto, il tutto durò una manciata di secondi; mi aveva raggirato e fatto passare per scemo. La mia autostima ne avrebbe risentito per molto tempo.
Io ero suo padre, ero cosciente di avere delle responsabilità, anche se me le ero sempre buttate dietro le spalle; lei non viveva con me, ci vedevamo sì e no tre volte l'anno e le nostre conversazioni non andavano oltre il saluto e i meri convenevoli di rito. Lauren era stata per lei, contemporaneamente, la madre e il padre che non avevo voluto essere. Incolpavo il mio lavoro, con il senno di poi dovetti riconoscere che erano tutte scuse, avevo una fottuta paura dell’enormità della cosa. Mio padre era stato una persona eccezionale, primario al New York City Hospital non aveva mai trascurato né il lavoro né tantomeno la famiglia, il confronto con lui mi schiacciava. Adesso però non potevo più procrastinare, forse non mi avrebbe mai considerato suo padre ma non le avrei certo permesso di continuare a considerarmi uno stupido.
Né potevo obbligare Lauren a rinunciare all’offerta che le avevano fatto, se lo meritava, era in gamba nel suo lavoro e avrebbe fatto una brillante carriera se il prendersi cura di nostra figlia non l’avesse frenata per tutti questi anni, quindi adesso dovevo rimboccarmi le maniche e risolvere i miei problemi da me, come aveva sempre fatto lei.
Davanti a Mrs. Swan mi ero sentito un perfetto idiota, mi aveva parlato come a un genitore normale, uno che conosce sua figlia, la capisce e sa come aiutarla; io a mala pena sapevo dove andava a scuola. La sua fiducia nelle mie capacità di padre mi aveva fatto vergognare di me stesso; il peso di quella responsabilità, mi schiacciò come se duecento tonnellate mi fossero atterrate in un solo colpo sulle spalle, forse era quella la sensazione che si provava quando da noi, dalle nostre decisioni e dal nostro comportamento dipendevano la vita, il futuro e l'educazione di un’altra persona.
Alzai gli occhi e vidi che ero a pochi passi dal palazzo dove abitavo. Entrai, salutai il portiere e con l’ascensore salii fino al mio piano, le porte scorrevoli si aprirono automaticamente e come un automa uscii trovandomi davanti alla porta d'ingresso del mio appartamento.
Era giunta l’ora di diventare grandi.
Presi un profondo respiro ed entrai.


Pensai che affrontare il problema con un approccio più soft potesse produrre risultati migliori.
Mi sbagliavo.
Mi sbagliavo parecchio.
«Ciao!» La salutai appoggiandomi allo stipite della porta. Sdraiata sul letto, cuffie dell'iPod negli orecchi, sguardo fisso sul cellulare, non mosse un muscolo.
«Ehi! Ho detto: ciao! Mi hai sentito?» Insistetti alzando la voce. Svogliatamente spostò lo sguardo su di me e mosse una mano in segno di saluto.
Dovetti farmi violenza per non strapparle il cellulare di mano e imparentarlo con violenza contro il muro.
«Sono tornato prima oggi, pensavo potessimo fare due chiacchiere.»
«Da quando ti va di fare due chiacchiere con me? Non dirmi che t’interessa cosa faccio?» Rispose sbuffando mentre si accomodava meglio nel letto.
Quella risposta pronta e acida mi disturbò più del previsto, forse perché tutti i torti non li aveva. Non le avevo mai chiesto niente, nel mio appartamento non era mai stata nemmeno prevista una camera tutta per lei, la stanza degli ospiti era stato tutto quello che avevo da offrirle. No, non era stata proprio una bella accoglienza quella che le avevo riservato.
«Ti sbagli se pensi che quello che fai non m’interessi.»
«Hai un modo curioso per dimostrare il contrario. Cosa Vuoi?» Replicò.
«Pensavo che ... che ormai sono quasi quattro mesi che sei a New York, come ti trovi?».
«Tutto bene, grazie» E tornò a giocare con il cellulare.
«La scuola come va? Ti trovi bene?» Insistetti.
A quel punto qualcosa cambiò: scattò seduta sul letto e, fulminandomi con uno sguardo che avrebbe incenerito in un colpo solo l’intera foresta amazzonica, mi vomitò addosso tutta la sua rabbia.
«Che cazzo ti è preso oggi? Stai cercando di vincere il premio “padre dell'anno”? Non credere che farmi un paio di domande sulla mia vita o sulla scuola solo perché non sai come riempire mezz'ora di vuoto prima di uscire con qualche oca giuliva, possa colmare il vuoto di sedici anni! Tu non sei mio padre! Non sei nessuno! Non hai alcun diritto di impicciarti della mia vita!» Gridò venendomi quasi addosso «Non cercare di essere migliore degli altri, uniformati! Se non importa niente a loro che mi hanno cresciuta, tu non sei certo tenuto a sforzarti.». E senza aggiungere altro, uscì dalla stanza e si chiuse in bagno.
Rimasi impietrito a fissare la porta che si era chiusa alle sue spalle. Ero completamente impreparato ad una simile reazione, le sue parole mi avevano ferito, il semplice disturbo che avevo provato solo pochi attimi prima adesso era un dolore lancinante, come se il peso dei miei sbagli mi premesse sul petto levandomi completamente il respiro.
Davanti ai miei occhi passarono come un film a rallentatore le immagini di quei sedici anni, quello che avevo fatto per lei e di conseguenza tutto ciò che non avevo fatto, la bilancia pendeva pesantemente sotto il peso delle mie mancanze. Il senso di colpa arrivò come un’onda e riuscì a sopraffarmi, mi feci rabbia da solo e scagliai un pugno contro il muro; la mano si bloccò dal dolore e la rabbia rimase.
L'istinto mi suggerì di uscire ma m’imposi di non considerarlo, era una vita che scappavo, dovevo essere superiore, non dovevo farle capire che mi aveva ferito. Il silenzio che era sceso in casa dopo quella sfuriata infastidiva più del frastuono, provai a concentrarmi sulle mail per vedere come se l’era cavata Jasper, ma il portatile aveva deciso di non voler collaborare; pure lui... come se non ci fossero state abbastanza persone a detestarmi. Nel tentativo di rianimarlo pensai all’ultima frase che aveva detto, evidentemente anche il rapporto con sua madre non era tutto rose e fiori come Lauren voleva far credere... chissà se un giorno sarei mai riuscito a scoprirne il motivo ... Nel frattempo la posta elettronica aveva fatto partire la scansione antivirus, prima di un paio d’ore il computer sarebbe stato inagibile; mi arresi e preparai la cena. Giusto un'insalata, le mie poche conoscenze culinarie non mi permettevano certo chissà che piatti, la chiamai ma, ovviamente, non rispose, le lasciai la cena sul tavolo e me ne andai a letto.
Diedi un’occhiata al cellulare, solo per scrupolo e vidi trentadue avvisi di messaggi e chiamate da parte di Jasper.
Merda!
Aro per la prima volta aveva deciso di assistere alla sessione di scatti in programma per quel pomeriggio.
Non aveva gradito la mia assenza, né vedere Jasper nel pallone in preda all’ansia.
Provai a chiamarlo ma chiuse la chiamata ancora prima che potessi parlare.
Non insistetti i miei nervi non avrebbero sopportato anche la sua scenata isterica. Anche se, me la sarei meritata.
La mattina seguente trovai la tavola apparecchiata esattamente come l'avevo lasciata.
Testarda.
Tutta sua madre.
Pensai che il luogo comune " lasciagliela sbollire" potesse ottenere i suoi frutti.
Ennesimo grosso errore.
Mi tolse il saluto, e ogni altra forma di comunicazione passò attraverso foglietti attaccati allo specchio del bagno.
Mi consolò che almeno con i miei parlasse. Avevo provato a chiedere consiglio a mio padre ma tutto quello che mi seppe dire fu un semplice «Ci siamo passati tutti figliolo, solo che tu non ci sei arrivato per gradi negli anni, ma è stata una tua scelta giusto? Non ci sono ricette infallibili per una soluzione sicura e duratura del problema, dovete trovare soltanto quella più adatta a voi. Solo quella è quella giusta -
Le sue perle di saggezza se le poteva anche risparmiare.
Nel completo mutismo passarono altre due settimane, fino a quando, per caso, sentii la fine di una telefonata con sua madre «... mi mancate anche voi. Vi chiamo presto. Dai un bacio a papà.»
Papà?
Chiamava Mike: papà?!?
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Lui NON era suo padre. Certo era stato più presente di me nella sua vita, ma questo non voleva dire che io non l'amassi ... forse questo era il problema ... non credeva che m’interessasse di lei, ma cosa potevo mai fare per farle cambiare idea se nemmeno mi salutava!
Pensai a Mrs. Swan, se in così poco tempo era riuscita a fare una diagnosi del disagio di Lizzy, voleva dire che l’aveva capita, forse aveva qualche asso nella manica per poterla e potermi, aiutare. Mi sarei cosparso il capo di cenere e avrei implorato il suo aiuto; quella donna era, al momento, la mia unica speranza di salvezza.
La contattai il giorno seguente e fissammo di vederci nel tardo pomeriggio per un caffè in un locale a un isolato dal mio ufficio. Una sorta di euforia s’impossessò di me al pensiero di quell’appuntamento, era come se mi accingessi a fare qualcosa di proibito, tipo un appuntamento clandestino o comunque qualcosa da dover tenere per forza nascosto, quando in realtà eravamo solo due persone che si vedevano per fare due chiacchiere ... Ok, dovevo essere onesto almeno con me stesso Mrs. Swan era notevolmente attraente, non esattamente il mio tipo, ma attraente; e non mi dispiaceva affatto poterla rivedere, solo che l’euforia che stavo provando mi sembrò eccessiva, e insolita per i miei standard; di solito l’avrei invitata per un aperitivo, poi a cena e via così, insomma qualcosa di un po' più tradizionale, e indubbiamente avrei portato la conversazione su altri argomenti invece che sul comportamento di mia figlia, ma data la desolazione della mia vita sociale mi sarei dovuto accontentare.
Cercai di recuperare il punteggio che avevo irrimediabilmente perso con la figuraccia del cellulare il giorno del nostro incontro a scuola, arrivando all’appuntamento con una decina di minuti di anticipo, gli insegnati sono sempre molto puntuali e non avrebbe di sicuro apprezzato il mio solito quarto d'ora accademico di comporto.
Lei, come volevasi dimostrare, era già seduta ad aspettarmi.
Brutta figura evitata, almeno per questa volta.
«Buonasera!» La salutai porgendole la mano «È tanto che aspetta?».
«Solo un paio di minuti.» Rispose sorridendo.
Mi accomodai e ordinai per entrambi.
«La ringrazio di aver preferito un caffè, al mio ufficio per la nostra chiacchierata.». Esordì guardandomi dritto negli occhi «Per questo tipo di chiacchierate “ufficiose” è preferibile essere al di fuori della sede scolastica, la preside potrebbe sentirsi scavalcata della sua autorità e questo non gioverebbe a nessuno. Mrs. Cope non sa del nostro precedente colloquio, ho evitato di informarla per evitare di attirare l’attenzione sulla situazione di Elisabeth. Come le ho già detto ho avuto modo di apprezzare sua figlia e rendermi conto sia delle sue reali potenzialità quanto del suo disagio, non dovrei fare favoritismi e, mi creda, non ne faccio, ma tra noi si è creata subito una naturale affinità, e se ho deciso di andare oltre le mie competenze è perché credo che se lo meriti, e perché ... Perché nei suoi occhi mi sono rivista adolescente. Ho riconosciuto la stessa sensazione di smarrimento che provai io; è come un silenzioso grido di aiuto che non mi sono sentita di ignorare.»
La mia autostima raggiunse i minimi storici. Aveva capito più lei in due mesi che io in sedici anni ... non che l'avessi frequentata molto di più ... ma ero pur sempre suo padre, avrei dovuto per lo meno cercare di osservarla un po' più attentamente almeno adesso che vivevamo insieme. A quel punto non mi restò che mettere tutte le carte in tavola e raccontarle tutta la verità, era perfettamente inutile cercare di vendersi per quello che in realtà non si era.
«Complimenti Mrs. Swan, ha fatto un quadro perfetto della situazione...» Un cameriere si avvicinò lasciando sul tavolo le nostre ordinazioni, lei strinse il suo caffé tra le mani e mi guardò.
«Mi creda, non volevo essere invadente, né immischiarmi in cose che non sono di mia competenza, ma lei ha chiesto il mio aiuto ed io ...»
«Ha fatto benissimo! Il mio non è un rimprovero. Io non ne ero stato capace, mi ha aperto gli occhi. Sapere che ha colto la base del problema è un gran sollievo per me ... non avrei proprio saputo come iniziare il discorso. »
«Mi dica solo quello che vuole condividere. Io la ascolto.» Quella donna m'ispirava fiducia e senza pensarci troppo vuotai il sacco.
«Io e la madre di Elisabeth, Lauren, ci siamo conosciuti al College. Abbiamo avuto una storia di un annetto ed è arrivata Lizzy. Ovviamente non era assolutamente programmata, avevamo vent'anni, nessuno di noi era in grado di poter crescere un figlio. Nonostante tutto Lauren decise di non interrompere la gravidanza. I nostri genitori non fecero certo i salti di gioia quando appresero ciò che era accaduto, ma ci aiutarono in ogni modo possibile. Non avendo di che mantenerci sia io che Lauren continuammo a vivere con le proprie famiglie, riuscendo così a laurearsi. Elisabeth aveva due anni e mezzo quando finimmo gli studi, per qualche mese provammo anche a convivere, cercando di far ripartire la nostra storia, ma ormai era finita da un pezzo e la convivenza si trasformò in un inferno, per noi è per la piccola. Dopo quel misero tentativo ognuno di noi prese la sua strada, il padre di Lauren è avvocato e lo studio legale per cui lavorava lo trasferì a Los Angeles per seguire alcuni clienti di massima importanza. Inutile dire che la famiglia lo seguì; Purtroppo non potei in alcun modo oppormi a questa decisione, non avevo un lavoro e non eravamo nemmeno una coppia. Rimanemmo sempre in contatto, mi creda, non mi sono mai dimenticato di avere una figlia. Più volte con i miei siamo andati a trovarla, dopo il master in marketing iniziai, però, a lavorare a pieno ritmo e riuscendo anche a mandarle dei soldi tutti i mesi, ma ammetto che da parte mia le visite si diradarono parecchio. Il mio lavoro mi portava a girare per tutta la nazione e far coincidere il tutto anche con le loro esigenze era praticamente impossibile. Fino a cinque anni fa trascorrevamo insieme quindici giorni l'anno per le vacanze estive è una settimana durante le feste natalizie, poi non è più voluta venire a New York e negli ultimi anni i nostri incontri si sono limitati a qualche ora. Nel mio appartamento non esisteva nemmeno una sua stanza, si è sistemata in una delle stanze per gli ospiti. Mi vergogno ad ammetterlo ma non mi sono mai sentito in grado di rivestire il ruolo di padre, tuttora ho seri dubbi sulle mie capacità. In quel momento poi avevo paura, e la situazione che si era via via creata mi calzava a pennello, riconosco le mie colpe e la mia indolenza, non ero pronto per avere un figlio e non sarei stato in grado di gestirlo ... ho combinato un disastro anche facendo il padre al contagocce, figuriamoci se lo fossi stato a tempo pieno. Posso dirle, però, che quando ho sentito in una telefonata chiamare il suo patrigno: papà, mi ha dato fastidio, anzi mi correggo, mi ha fatto veramente male, come se mi fosse arrivata una pugnalata in pieno petto. Riconosco che lui meriti il titolo molto più di me, la vista crescere per dodici anni, ma la cosa mi ha fatto ugualmente un gran male, sicuramente non sono in grado di manifestare apertamente i miei sentimenti e tutto gioca contro di me, ma adoro quella ragazza, da primo istante in cui l’ho vista. Quando però mi è piombata in casa e ha stravolto la mia vita, il mio mondo, non l’ho presa bene. Mi sono sentito in gabbia, abbiamo avuto un paio di mesi di liti furiose e ripicche infantili, da parte di entrambi lo devo ammettere.»
A quel punto ero nelle sue mani e rassegnato la guardai riflettere mentre sorseggiava il suo caffè. Mi osservava, chiudeva gli occhi, rifletteva, poi mi studiava ancora un po’; e poi di nuovo; furono una manciata di minuti eterni. Mi sentii come un imputato in attesa del verdetto della giuria dal quale sarebbe dipesa la mia stessa vita.
«Non sono una psicologa, sono semplicemente un’insegnante d'arte, non ho competenze per poterla aiutare, solo la mia esperienza personale di figlia di separati. Elisabeth non la conosce. O meglio, sa chi è lei ma non sa nulla sul suo conto. Non sa che le vuole bene. Ciò che ha appreso di suo padre arriva direttamente dal filtro della madre, che, sebbene mi sembri di capire siate in buoni rapporti, non può sapere con esattezza come si è espressa nei suoi confronti, anche involontariamente può aver fatto commenti con l’attuale marito, o ricordato fatti secondo la sua visione personale. In tutti i tipi di racconti si dovrebbe poter ascoltare tutte le parti in causa.»
Riflettei un istante e convenni che il suo ragionamento non faceva una piega, solo che ero allo stesso punto di prima, non avevo idea di come comportarmi.
«Che cosa dovrei fare secondo lei?» Mi azzardai a domandare temendo l’ormai classico: "Arrangiati sei abbastanza grande da poterti gestire da solo".
«Non so ...» Disse tra sé «sono dinamiche che dovete scoprire da voi. Certo è che siete due estranei che per la prima volta si trovano a dover convivere; delle frizioni tra voi mi sembrano normali. Provi a farle capire che per lei è importante, non la faccia sentire un’ospite, un'intrusa nella sua vita, come, se mi permette la franchezza, mi pare sia accaduto. Sono solo idee, sono sicura che ha già provato, non è una scienza esatta. Quando andai a vivere con mio padre mi sentivo un pesce fuor d'acqua, non ero cresciuta in quel posto e non lo sentivo mio, eppure ero nata là; senza contare che il carattere chiuso di mio padre non aiutava alla causa ... cerchi di non far capire che è tutto calcolato, prima di riconquistare la sua fiducia ci vorrà ben altro che qualche regalo, ma credo lei abbia le carte giuste per potersi inventare qualcosa di creativo.» Disse facendomi l'occhiolino e il mio cervello fece tilt per i cinque minuti successivi. Stava flirtando con me? Dovessi dire con esattezza di cosa parlammo dopo avrei dei seri problemi a raccontarlo.
Ricordo solo che iniziammo a darci del tu.
Ci salutammo e quando prese la sua strada, avvertii un vuoto. Che sciocchezza, era la seconda volta che la vedevo e, ci terrei a ripeterlo, non era il mio tipo. Era un tipo, però ... un tipo interessante, e poi era simpatica, e a suo modo attraente ... avevo già detto attraente?
M’imposi un minimo di razionalità e tornai a casa cercando di riflettere su quanto Isabella, mi aveva suggerito, senza pensare troppo ai suoi occhi... a quel sedere perfettamente fasciato dai jeans ... e a quelle labbra ... e porca miseria dovevo darmi una calmata. SUBITO.


Per quasi una settimana pensai ad un pretesto per rivedere Isabella, chiedere a Elisabeth era tempo perso, ultimamente grugniva e basta; anche le idee su cosa fare con lei languivano in un angolo della mia mente. Per fortuna mi consideravo un creativo, se fossi stato un normale ragioniere, mi sarei già buttato dalla finestra.
In effetti, anche sul lavoro stavo perdendo il mio smalto. Il restyling per la campagna di Prada era finito in mano a James, Aro sosteneva che avessi bisogno di un periodo di ferie ... Un modo gentile per dirmi che non si fidava di me. Jasper era furioso, e minacciava cercarsi un altro collaboratore. Mi confortava l'idea che Alice non glielo avrebbe mai permesso, ma non avrei potuto certo dargli torto, non riuscivo a concentrarmi su niente; quando ero a casa, pensavo a qualche buona idea per il nuovo progetto cui stavamo lavorando, e Bella prendeva vita in ogni immagine che il mio cervello producesse, alcune delle quali perfette per una nuova linea d’intimo, non certo per la linea di abbigliamento sportivo che dovevamo pubblicizzare; se ero a lavoro andavo in paranoia per la situazione con Elisabeth e controllavo il cellulare nel caso Bella mi chiamasse per suggerirmi qualcosa ... A conti fatti Bella era l'unica costante dei miei pensieri, peccato che dal nostro ultimo incontro non si fosse fatta più viva.
Alcuni giorni dopo, come un fulmine a ciel sereno, ci fu la svolta. Elisabeth mi chiamò a metà mattina; si era scordata una cartella con degli schizzi che le sarebbero serviti per la lezione d'arte che aveva nel pomeriggio.
Lezione d’arte equivaleva a poter incontrare la sua professoressa d’arte: Mrs. Swan.
Una delle migliori notizie degli ultimi giorni.
Mi alzai di scatto, raccolsi le mie cose e feci per uscire, Jasper, al telefono con mia sorella, m'incenerì con lo sguardo, potrei giurare senza ombra di dubbio che gli stesse uscendo realmente il fumo dalle orecchie: dovevamo consegnare i bozzetti per la nuova campagna entro quarantotto ore e non eravamo ancora a nulla. In questo ambiente ci vuole poco a essere tagliati fuori, la nostra squadra era la migliore sul mercato, ma ultimamente avevo fallito un po' troppo spesso, se continuavamo a perdere colpi, ci saremmo presto ritrovati a studiare pubblicità per detersivi. Gli feci cenno che era una questione urgente, lui mi salutò alzando il dito medio.
Volai a casa e mi misi a cercare la cartellina verde, così l'aveva descritta, in quella che un tempo era una stanza, e che adesso somigliava ogni giorno di più a un cento smistamento di aiuti umanitari. Rovistai per circa un'ora in tutto ciò che scorgevo essere di color verde. Finalmente trovai gli schizzi in una cartellina ARANCIONE sotto il letto.
Sorvolando sul fatto che questa dimenticanza non era stata così involontaria; rimasi stupito dei suoi disegni, non credevo fosse così brava. A dire il vero mai avevo immaginato potesse saper disegnare. Erano tutte immagini di vita quotidiana, scorci della città e dei suoi abitanti. Sua madre aveva sempre detto che vedeva per lei una brillante carriera legale, al suo fianco ovviamente, e che non era assolutamente portata per tutto ciò che fosse manuale o artistico. Iniziai a sospettare che il giudizio di Lauren fosse vagamente di parte, e in quell'istante arrivò l'idea, quella che aspettavo da quasi un mese ormai, quella che, se tutto andava in porto, avrebbe salvato capra e cavoli.
Raccolsi i disegni e volai verso il liceo di Elisabeth, ormai era ora di pranzo e la trovai in caffetteria. Dalla faccia che fece quando le consegnai la cartellina ARANCIONE, dedussi che non si aspettava riuscissi a trovarla, feci finta di niente e le chiesi di presentarsi nel mio studio dopo la fine delle lezioni.
Uscendo passai "casualmente" davanti all'ufficio di Bella, sentii silenzio e dopo aver bussato, velocemente, mi affacciai.
Il sorriso che mi regalo quando mi vide, mi mandò talmente su di giri che preferii non trattenermi troppo, o avrebbe intuito tutta la mia agitazione.
«Forse ho trovato una soluzione!» Le dissi strizzandole l'occhio.
«Non avevo dubbi che ci saresti riuscito. Sarà un successo ne sono sicura! Tienimi informata.» Bene! Favoloso! Ero autorizzato a chiamarla. Che splendida giornata!
«Non mancherò, spero di farmi vivo prestissimo!» Poteva scommetterci che l’avrei fatto! E con un gesto della mano la salutai.


Tornai di volata nel mio ufficio, Jasper mi guardò stralunato.
«Forse ho la soluzione! Non voglio essere disturbato fino a quando non arriva Lizzy!».
«Elisabeth viene qua?»
«Sì! E me ne sarai grato!»
«Ne dubito ... Aro ha detto che ci dà una settimana. Non un minuto di più.»
«C'è la faremo!» Rispondo fiducioso e mi chiusi nella mia stanza.
Seduto alla scrivania, rimuginai sul da farsi, c'erano buone possibilità di riuscita, come anche d’insuccesso; avrei dovuto dosare bene le parole. Avevo visto i disegni di Lizzy, erano belli, riusciva a cogliere dettagli della quotidianità e riportarli il foglio, aveva un buon colpo d'occhio, se l'avessi convinta a collaborare forse saremmo stati in grado di non presentarci a mani vuote davanti ad Aro e, nella migliore delle ipotesi, chissà, sarebbe potuto iniziare anche un dialogo tra noi due.
Da qualche parte dovevo pur cominciare a provare.


Arrivò nel mio ufficio puntuale ma l’espressione scocciata che aveva quando si sedette davanti a me non prometteva certo nulla di buono. Eppure, mentre era in sala d'attesa, l'avevo sentita scherzare con Jasper, era evidente che ero solo io quello che non sopportava.
«Prego accomodati.» Le dissi indicandole una delle poltroncine davanti alla mia scrivania «Immagino ti starai chiedendo perché ti ho fatto venire qua...»
«Per favore fammi la paternale per avermi dovuto portare la cartellina questa mattina, velocemente. Così almeno posso tornare a casa e finisco di studiare biologia per domani.»
Ecco, due parole sul fatto che la cartellina non era quella che doveva essere, che fosse praticamente introvabile e che ero sicuro al duecento per cento che fosse tutto calcolato per irritarmi ci sarebbero state bene, ma non era il momento.
Presi un profondo respiro e iniziai a esporre la mia idea.
«Sì, potremmo parlare anche di quello, ma le mie intenzioni sono altre, vorrei offrirti un lavoro. O forse è meglio definirla una collaborazione.»
La sua postura sulla poltroncina davanti a me cambiò, impercettibilmente, ma me ne accorsi, come mi accorsi anche che il suo sguardo ebbe un guizzo di attenzione e perplessità.
Per mia fortuna ero un ottimo osservatore.
«Puoi rilassarti, nessuna fregatura in vista ...» non apparentemente almeno «... questa mattina ho dato uno sguardo ai tuoi schizzi, dovevo capire se erano quelli giusti, non volevo certo frugare tra i tuoi effetti personali. Posso dire che sono davvero belli, complimenti. »
«Quindi?» M'interruppe lei.
«Ci sto arrivando, tu ed io non abbiamo un gran dialogo, quindi sicuramente non sai che, insieme a tuo zio, stiamo cercando di proporci per la campagna pubblicitaria della linea sportiva della Denali Fashion Wear. Purtroppo non è tra le marche sportive più note al mondo, primeggia in una linea più classica, ciò non toglie che sono anni che è sul mercato anche con l'abbigliamento sportivo, che adesso, la nuova amministratrice delegata ha deciso di rilanciare, iniziando dal mercato nazionale e poi se si vedesse margini di profitto anche in quello internazionale.».
«Grazie per le preziose informazioni.»
«Per favore non interrompermi. Una serie di "circostanze"…» calcai intenzionalmente su quest'ultima parola «… hanno impedito che mi concentrassi a dovere e siamo a corto d’idee, dobbiamo consegnare la proposta tra una settimana altrimenti siamo fuori. Questa mattina guardando i tuoi disegni mi si è finalmente accesa la lampadina giusta. Volevo il tuo permesso per usarli, quelli o eventualmente altri, bisogna studiarci un po' su, ma credo veramente possa uscire una gran cosa. Che ne pensi?»
Silenzio.
Giuro era la prima volta che non la sentivo ribattere.
Dopo trenta secondi d’immobilità temetti le fosse preso un colpo.
«Vorresti dire che ciò che ho disegnato vale qualcosa?»
«Non sei certo Picasso, ma sei davvero in gamba. Ci saresti di grande aiuto.»
Ancora silenzio.
Forse era il caso di portarle qualcosa da bere. Qualcosa di forte.
«Ok, accetto.» Disse all'improvviso
A quel punto ero io senza parole.
Tutto qua? Tutte le mie angosce dissolte in un istante? Dove stava la fregatura?
«Si ... sicura? Nella prossima settimana ci sarà da farsi un bel mazzo, e la scuola non ne deve risentire.».
«Conta su di me. C'è la posso fare!» La determinazione del suo sguardo mi fece quasi paura. Sperai non stesse meditando qualche suo scherzetto, perché questa volta sarebbe stato davvero un grosso, grossissimo problema. «Ora però torno a casa, devo ripassare per domani.»
«Bene, ne parliamo più tardi a cena, se ti va.» Le dissi salutandola, era già sulla porta quando si girò nuovamente verso di me.
«Non mi serviva quella cartellina oggi ...»
«Lo sospettavo... volevi divertirti a farmi impazzire o cosa?».
«È da più di una settimana che Mrs. Swan mi chiede se per caso saresti passato a prendermi alla fine delle lezioni ... non so il motivo ... ma con me è sempre così gentile, che ho pensato di farle un favore.»
Per fortuna che ero ancora seduto.
Le ultime parole di quel lunghissimo discorso mi arrivarono completamente ovattate: Isabella aveva chiesto di me? Non le ero stato indifferente quindi! Non vedeva l'ora di rivedermi!
Avevo delle speranze, delle concrete e bellissime speranze.
Improvvisamente quella giornata diventò di diritto la migliore della mia vita.


Quella sera a cena riuscimmo ad avere la nostra prima civile e umana conversazione. L'idea era che lei riuscisse a cogliere scorci della vita quotidiana di gente comune, di ogni fascia di età con addosso abbigliamento sportivo di ogni genere, noi avremmo poi pensato a ritoccarle con gli indumenti corretti e montarle insieme, dando vita alle nostre idee con i vari software in nostro possesso.
Sicuramente non era l'idea geniale che aspettavamo, ma era sempre meglio che presentarsi completamente a mani vuote, nessun modello e costo zero per servizi fotografici provini e tutto il resto. Mi ascoltò attentamente, senza perdere nemmeno una parola, e alla fine sorrise. MI SORRISE!!! Non avevo ricordo di averla mai vista sorridermi volontariamente.
Esaminammo i disegni di quella mattina le corressi alcune cose e lei non batté ciglio, ascolto e assimilò ogni parola, domandando e facendo osservazioni.
Ovviamente tutto questo non avrebbe dovuto rubare tempo ai suoi studi, anche se, la scadenza pressante non permetteva certo di prendercela comoda. Fissammo di fare il punto dopo un paio di giorni, e le consigliai di utilizzare fin dal giorno successivo una macchina fotografica per fermare le immagini che pensava di trasportare su carta, almeno così avremmo potuto valutare prima se valeva la pena usare quello scatto oppure no; eravamo stretti con i tempi dovevamo ottimizzare.
Le diedi gli ultimi chiarimenti su che genere d’immagini cercassi, mi ascoltò attentamente poi si alzò e mi diede la buonanotte.
Non l'aveva mai fatto.


Il giorno seguente sentii l'urgenza di confrontarmi con Isabella.
«Ciao!» Esclamò dopo il primo squillo «Stavo proprio aspettando notizie.» Sì, certo. Bella mentiva davvero male, ma forse ero un po' fuorviato da quanto mi aveva rivelato Lizzy.
«Potremo parlarne questa sera a cena?»
«A ... cena ... »
«Sì, sai quella cosa che si fa la sera dopo aver finito di lavorare, a casa oppure al ristorante. Nel nostro caso forse è meglio la seconda opzione.»
«Sì sì certo!» Si affrettò a dire.
«Certo, cosa?»
«O ... ecco ... sì ... parliamone a cena».
«Bene, splendido. Passo a prenderti alle venti a ...»
«128, Barrow Street, al Village.»
«Ok, ci vediamo più tardi.»


Posso dire soltanto che fu un colpo al cuore, bellissima era riduttivo, non avevo mai visto niente di più affascinante, e dire che ne avevo frequentate parecchie.
Avevo già notato che era una bellezza particolare, ma in quel momento con un semplice paio di jeans, una camicetta blu che le illuminava il viso e una semplice giacchetta chiara era indescrivibile. La vidi uscire dal palazzo e avvicinarsi al ciglio della strada, non mi aveva visto, cercai di darmi un contegno giusto per non sembrare un pervertito, uscii dall’auto e le andai incontro.
Io non avevo ricordi di una serata così piacevole, spesso le donne che frequentavo erano oche o estremamente petulanti, nel tentativo di non sembrare oche. Parlammo di Elisabeth e le spiegai i miei piani, inutile dire che ne rimase entusiasta, confermando che era sicura che avrei trovato una soluzione adatta a noi, poi l'argomento si spostò su altri livelli, con l'occasione cercai di giustificare la pessima figura che avevo fatto il giorno del nostro incontro a scuola. Lei iniziò a ridere e il dubbio che avesse capito, invece di credermi un pervertito, non me lo sono ancora levato. Mi raccontò della sua famiglia: figlia di divorziati aveva sempre vissuto con sua madre a Jacksonville vedendo il padre, un tipo estremamente chiuso e solitario, solo una volta l’anno. Quando sua madre si risposò con un giocatore di baseball senza fissa dimora, decise di trasferirsi da suo padre a Forks, convivenza che duro pochi anni, finì il liceo e si trasferì a New York per frequentare il college e laurearsi in storia dell'arte. Si considerava una persona noiosa e monotona e non c'era niente di più falso. Guardammo l'orologio ed era l'una di notte, schizzò in piedi neanche fosse Cenerentola al ballo, farfugliò che il giorno dopo sarebbe crollata di sonno a scuola se non tornava subito a casa, che non era abituata a simili orari. Curioso che una simile ragazza non avesse schiere di amici e pretendenti. Passeggiammo per un paio d’isolati, prima di raggiungere la macchina, senza smettere mai di parlare e raccontarci. Davanti al suo portone del suo palazzo il dubbio amletico: la bacio o non la bacio, ci fece traccheggiare un altro po'. Forse la delusi, ma per una volta preferii comportai da gentiluomo salutandola con un bacetto sulla guancia. Riuscii, però, ad ottenere un altro appuntamento Inutile dire che una volta tornato a casa, una doccia fredda non bastò a calmare la mia agitazione.


La settimana successiva fu infuocata. Elisabeth diede il meglio di sé, fui veramente fiero di lei e dell’impegno che mise in tutto il progetto numerose scene da lei ritratte furono utilizzate per lo spot, e i responsabili della Denali Fashion Wear ne furono ampiamente soddisfatti. Il povero Jasper stette sulle spine tutto il tempo, già vedeva la lettera di licenziamento appoggiata sulla scrivania, ci fu uno scambio intenso di messaggi con Bella, dopo la nostra serata mi aveva chiesto di chiamarla, voleva essere aggiornata sui progressi che facevo con Elisabeth sia come datore di lavoro e come padre, o meglio, quella era la scusa ufficiale, dopo i primi tre o quattro botta e risposta, chiacchieravamo di tutt'altro...
Lizzy era cambiata, non avrei mai creduto potesse essere possibile così velocemente, sorrideva, salutava, mi aveva chiamato anche papà senza quel tono dispregiativo che le usciva sempre dalla bocca.
Una sera in particolare fu quella che cambiò definitivamente i nostri rapporti: era chiusa in camera al telefono con sua madre, quando ad un certo punto sentii che la discussione iniziava ad animarsi, ero sotto la doccia e non capii esattamente quale fosse l’argomento del contendere, ma mi sembrò strano; in questi mesi non l'avevo mai sentita discutere con sua madre, pertanto ero giunto alla conclusione che il loro fosse un rapporto perfetto, per questo mi sembrò strano. Finii di sciacquarmi e quando uscii, sentii dei singhiozzi dalla camera, e mi affacciai.
«Che succede Lizzy?» Chiesi cauto
«Niente.» Mugolò
«Non mi pare, stai piangendo. Non voglio insistere, se hai voglia di parlarne sono in salotto.».
Detto tra noi non ci speravo che decidesse di venire a parlare con me, così quando la vidi entrare in sala e sedersi sul divano accanto a me, trattenni il respiro dall’emozione. Si stava fidando. Fu una sensazione strana e bellissima, e non volevo sciuparla con qualcuna delle mie cazzate.
Non dissi niente e dopo un paio di minuti di silenzio fu la prima a parlare.
«Le ho raccontato del lavoro che ho fatto per te e zio Jasper. Ha detto che non devo stare dietro a tutte le pazzie che ti passano per il cervello. Che devo concentrarmi sugli studi, tenere la media alta in vista del diploma perché sennò sarò in difficoltà per i test d’ingresso alla facoltà di legge a Harvard. Le ho detto che volevo pensarci meglio prima di prendere quella strada, e lei ha dato di matto. Dice che è tutta colpa tua che mi stai rovinando il cervello con le tue idee e che avrebbe parlato con i nonni affinché ti rimettessero al tuo posto.».
Rimasi basito.
Io nemmeno sapevo che avrebbe fatto domanda a Harvard o che avesse scelto la facoltà di legge come diavolo avrei potuto farle cambiare idea
«Lizzy, il fatto che tu mi abbia aiutato non significa nulla, se avevi scelto legge non sarò certo io a farti cambiare idea, ognuno deve seguire la sua strada, sono stato contento che tu mi abbia aiutato e spero possa accadere ancora, ma devi fare ciò che ti piace.»
«Appunto. A me legge non piace. Mamma e Mike hanno deciso che dovevo seguire le loro orme. Fine della discussione.»
«Capisco. E tu? Che cosa vorresti fare?»
«Mi piace l'arte, adoro disegnare, mamma non ha mai dato peso a certe cose, le ritiene poco importanti, per me ha sognato altro.».
«Ehi!! Qui non si sta parlando di Lauren ma di te. Devi scegliere quello che realmente ti piace studiare. È il tuo futuro non dimenticarlo mai.»
Smise di singhiozzare e iniziò a osservarmi, iniziai a credere mi fosse spuntato il terzo occhio sulla fronte.
«Comunque dubito fortemente che anche se ne parlasse con i tuoi nonni, otterrebbe il loro appoggio.». Continuai «Tuo nonno è medico, se glielo chiedi, non negherà mai che avrebbe avuto piacere se io o zia Alice avessimo scelto di seguire le sue orme, ma mai e poi mai si sarebbe sognato di imporci la sua volontà. Io mi rendo conto di non essermi comportato bene con te, per quello che vale, ti chiedo scusa del mio comportamento egoista e infantile. Purtroppo non posso tornare indietro, non ci sono seconde possibilità, posso però cercare di aiutarti e appoggiarti d’ora in poi, anche se decidessi di frequentare un corso di campana tibetana. Ragiona con la tua testa, fai le tue scelte, se poi ti sembrerà di aver sbagliato qualcosa, siamo sempre in tempo per aggiustare il tiro.»
Mi guardò per un attimo e sorrise.
«Buonanotte papà.» E dandomi un bacio tornò in camera sua.
Da quella sera iniziò a comportarsi esattamente come mi era sempre stata descritta, anche il suo profitto a scuola subì il miglioramento sperato. Bella ne fu soddisfatta e, devo dire anch'io mi complimentai con me sesso parecchie volte per aver raggiunto quel traguardo inaspettato.


La vita prese una piega abbastanza piacevole, mi sentivo con Bella quotidianamente... parecchio quotidianamente ed eravamo usciti insieme svariate volte, quando provai a fare due conti mi accorsi che stavamo uscendo da quasi un mese. Un record per me, ma ciò che mi stupì di più era il bisogno che avevo di stare con lei, cosa insolita per me. Con Lizzy non ne avevo parlato, ma avevo il sospetto che avesse intuito qualcosa, specialmente dopo che Isabella aveva chiesto il trasferimento presso l’altra sede della scuola. La situazione era piuttosto imbarazzante, Bella era pur sempre il suo tutor e se questa storia fosse diventata di dominio pubblico, avrebbe compromesso il suo posto di lavoro. Lizzy non gradì quel trasferimento, quando però Bella diventò un frequentatore assiduo del nostro appartamento ne fu più che entusista.
In merito allo screzio avuto con sua madre non tornò più sull'argomento ed io mi guardai bene di rammentarglielo, la vedevo tranquilla e mi bastava, le proposi di darci un altro piccolo aiutino con un nuovo progetto e accettò volentieri, questo mi fece ben sperare che stesse valutando da sola con coscienza cosa fare del suo futuro.
Ed io cosa volevo fare del mio?
Che razza di domande mi stavo ponendo a nemmeno un’ora dall’appuntamento con Bella, però era qualche giorno che questa cosa si riproponeva ciclicamente nella mia mente.
Improvvisamente il cellulare squillò, lo sentivo basso, lontano chissà dove l'avevo lasciato, nella spasmodica ricerca di quel diabolico marchingegno, vidi apparire Elisabeth sulla porta del mio studio con l’oggetto delle mie ricerche in mano.
«È la professoressa Swan.» Disse porgendomelo e, in quell'istante, credo di aver raggiunto la più sfavillante delle sfumature di rosso.
«Chi?» Bluffai penosamente.
«Il mio ex tutor e insegnante d’arte, papà.» Rispose alzando gli occhi al cielo.
«Ah già sì ...»
«Ti prego papà non fare il finto tonto, so che uscite insieme e che devo farmi i fatti miei; altrimenti perché avrebbe chiesto il trasferimento di sede. Ma adesso vuoi rispondere o no? Se preferisci lasciarlo suonare cambia suoneria perché questa è tremenda.»
«No ecco io ... passami quel telefono.» In una scala di voti da uno a dieci una simile figura di merda con la propria figlia valeva venti con lode.
«papà ...» mi chiamò prima che rispondessi «Mrs. Swan è un tipa in gamba, non fare cazzate.»
Ottimo, a questo punto potevo anche andarmi a sotterrare, le raccomandazioni da parte di mia figlia erano l’ultima cosa che mi sarei mai immaginato di ricevere.
Bella mi avvisava che la sua coinquilina aveva ospiti e che non ci saremmo potuti fermare a casa sua, dopo la figuraccia appena fatta, quello fu l'ultimo dei miei pensieri. Uscimmo a cena, facemmo una passeggiata e, quando guardai l'orologio erano quasi le dieci avevo ancora un paio d'ore di margine Elisabeth era a cena dai miei e di solito per mezzanotte la riportavano a casa, il dubbio quindi era: potevo osare e invitare Bella da me o era meglio lasciar perdere?
Nel mio tumulto interiore vinsero i sostenitori dell’osare, quindi osai.
La feci accomodare e andai a prepararle qualcosa da bere, appena aprii lo sportello del bar, vidi uno strano biglietto appoggiato sulle bottiglie in prima fila, ne rimasi talmente stupito che lo rilessi cinque volte:


"Stasera resto a dormire, con zia Alice abbiamo organizzato una serata tra donne.
Divertitevi.
E."


Ero sconcertato, non le si poteva veramente nascondere niente; ma non era quello il momento per pensare alle doti da 007 di mia figlia e, senza perdere tempo, accettai il consiglio.
Posso solo aggiungere che fu una BELLISSIMA serata, al di sopra di quanto avessi immaginato, e sì che d’immaginazione ne avevo tanta.
Ciò che mi meravigliava di più era che non riuscivo a far a meno di Bella l’avrei voluta con me ogni singolo secondo libero del mio tempo e non mi sarei mai annoiato, era unica, una donna fantastica che riusciva a completarmi e arricchirmi.


Alla tenera età di trentasei anni suonati, però, avrei dovuto imparare che l'eccesso a quiete annuncia tempesta, sembrava tutto troppo perfetto, la mia relazione con Bella andava a gonfie vele, ero il primo a esserne stupito è soddisfatto, il rapporto con Elisabeth stava ingranando, certo aveva ancora i suoi momenti di paranoia ma credo fosse tipico dell'età. Specialmente quando si chiudevano nella sua stanza in otto e sentivo solo schiamazzi isterici o quando spippolava sul cellulare alla velocità della luce per poi sghignazzare ad ogni messaggio di risposta che le arrivava.
Fu in uno di quei momenti che scoppiò la bomba.
Dopo il centoventicinquesimo messaggio/sghignazzata consecutivo, improvvisamente la vidi incupirsi, s’infilò il telefono in tasca, si alzò da tavola salutandoci e si chiuse in camera sua.
Guardai Bella interrogativo, lei ridacchiò.
Ok, doveva esserci stato qualche messaggio subliminale che non avevo colto.
«Non farci caso, credo sia solo una questione di vita o di morte.» E continuò a ridacchiare tra sé.
«Ed essendo una questione di "vita o di morte" non pensi sia il caso che ne sia reso partecipe, così giusto per preoccuparmi un po'?» Replicai alterato. Si stava prendendo gioco di me e non lo sopportavo.
«Tranquillo, alla sua età è tutta una questione di vita o di morte, tra due settimane ci sarà il ballo di fine anno, è scattata l'operazione "trova l'accompagnatore", Elisabeth è molto carina, ci sono un sacco di ragazzi che le girano intorno, bisogna vedere se quello che interessa a lei si farà avanti ... È tutta questione di strategie, degne del miglior torneo di Risiko!» Ridacchiò.
La guardai basito quasi cinque minuti. Non riuscivo a capire quale passaggio della sua risposta fosse così divertente.
«Edward ci sei? ... Sei su questa terra?» Sentii la sua voce ma avevo serie difficoltà a mettere a fuoco la sua immagine.
«Solo ieri ha imparato a camminare e oggi cerca un accompagnatore per il ballo di fine anno?» Farfugliai tra me.
«Edward, sono passati sedici anni. Purtroppo ti sei perso parecchie tappe della sia vita...»
Aveva ragione, lo sapevo anche da me, era stata tutta colpa mia, e adesso dovevo scontare i miei errori; sentirselo dire, però, faceva un male cane.
«Dato che mi sembri informata, chi sarebbe il fortunato prescelto su cui Lizzy ha messo gli occhi? »
«Ti sbagli non so niente, vado a intuito e origliavo incuriosita le chiacchiere di corridoio, il mio ufficio era accanto al distributore di caffè...»
«Quindi?» La interruppi con insistenza.
«Bene credo che lo studente più ambito sia Jacob Black.» L’espressione del suo viso si rabbuiò per una frazione di secondo. Bella era come un libro aperto, quando una persona le piaceva il suo viso s’illuminava soltanto a nominarla; questo individuo però non era entrato nelle sue grazie, cosa c'era che non andava? Dov'era il problema? E poi: Jacob Black ... che razza di nome.
«Qualche notizia in più su questo soggetto? Non fare la riservata, so che sai tutto!»
«A dire il vero dovrei mantenere la privacy sui miei allievi ...»
«Parla!»
«Solo perché sei te ...» disse con un sorrisetto «Jacob ... frequenta l'ultimo anno, è uno dei nostri migliori studenti, è capitano della squadra di football ... e la sua è un'ottima famiglia...».
«Sì, ok e poi?» La incalzai
«Niente di che, uno studente come gli altri: alto, moro, fisico da atleta...»
«Eeee? »
Bella esitava.
«Ascolta, non pensare di fregarmi, so perfettamente che se non entri nei dettagli la persona non ti soddisfa pienamente. Che tipo è questo Jacob? »
«Sei insopportabile quando ti picchi e fai il terzo grado.» Sbuffò «Per come lo conosco io, è uno spaccone, gli piace esserlo perché ha le spalle protette, suo padre è senatore, e poi è un donnaiolo... ha importunato anche delle insegnanti. »
Il dubbio s’insinuò all’istante «Ti ha fatto qualcosa?»
Silenzio.
Bella si alzò e iniziò a sparecchiare.
«Ho indovinato?» Chiesi solo per conferma, la sua reazione era stata più che esauriente.
Con un lievissimo cenno di assenso fugò ogni mio dubbio.
«È accaduto l'anno scorso, si era fissato con me. Lo trovavo ovunque e le sue battutine diventavano di giorno in giorno sempre più pesanti e volgari, cercai di sopportare per un paio di mesi nella speranza gli passasse, ma lui non intendeva cedere e feci rapporto alla preside. L'unica cosa che ottenni fu di cambiare sezione per non dovermelo più trovare davanti. Come ti ho detto ha le spalle coperte, la faccenda fu insabbiata. »
Una lacrima scese dai suoi occhi, non indagai oltre ma intuii che Black doveva esserci andato parecchio peso, la strinsi nel mio abbraccio e restai ad aspettare che il momento di tristezza le fosse passato.


Era un bel problema, l'unica speranza era che avesse puntato un'altra ragazza per il ballo, ma se ricordavo bene i meccanismi del cervello di un adolescente maschio, la ragazza nuova arrivata da poco nella scuola era la preda più ambita.
Si prospettavano giorni durissimi.


Come volevasi dimostrare l'umore altalenante di Elisabeth andava di pari passo con i risultati della strategia d'attacco che aveva adottato per farsi portare al ballo da Black. Cercai di mantenermi tranquillo e fingere indifferenza, anche se facevo di tutto per captare notizie fresche sulla riuscita o meno del piano di conquista. Giusto per non farmi fuorviare da giudizi altrui, cercai di vedere con i miei occhi com’era fatto quest'individuo, "casualmente" capitai nei pressi della scuola all'ora di uscita per una settimana intera e, posso ammettere che i giudizi nei confronti di Black erano tutti veri!
Non solo lo riconobbi subito, grazie alla stazza e ai modi non propriamente educati che spiccavano nella massa di adolescenti che si riversava in strada a quell'ora, ma ebbi modo anche di averci anche un diverbio dopo che mi aveva tagliato la strada con la moto mentre attraversavo. Non ero stato attentissimo nell’immettermi ma ero troppo preso dal nascondermi da Elisabeth mi vedesse, per badare ad uno stupido ragazzetto in contromano.
Ovviamente fui colto in flagrante da mia figlia, che non credo si bevve la storia che stessi passando casualmente di là.
L'unica cosa che mi risollevò il morale dopo la pessima figura che avevo appena fatto furono gli apprezzamenti di un gruppetto di ragazze quando insieme con Elisabeth passai loro accanto. Mi stavano scambiando per il ragazzo, forse non ero così vecchio come mi stavo sentendo ultimamente.
Appurato che Jacob Black era sicuramente un bastardo di prima categoria, dovetti ingoiare la pillola più amara del mondo e mantenere il mio, scarsissimo, autocontrollo per non dare in escandescenze quando seppi che sarebbe sto lui ad accompagnarla al ballo.
Era proprio vero, se c’era una sola possibilità che tutto andasse storto, si sarebbe verificata.
Si poneva, quindi, il problema del vestito.
Io non ero in grado.
Non ero ASSOLUTAMENTE in grado di sopportare intere sessioni di shopping inconcludente per trovare uno straccetto che l'avrebbe a mala pena coperta e che sicuramente avrebbe dato il colpo di grazia al mio sistema nervoso.
Le proposi di andare con sua zia Alice, quella pazza scatenata maniaca dello shopping selvaggio mai e poi mai si sarebbe persa un simile evento, se non fosse arrivato Jasper con la brillante idea di organizzare un week end romantico non so dove, per mandare a rotoli tutti i miei piani.
Si stava vendicando ne ero più che certo.
Mi ritrovai così seduto sul divanetto davanti ai salottini prova di una delle boutique più quotate del momento. Giurai a me stesso che Alice avrebbe rimpianto la sua scelta di accettare l'invito di Jasper. Dopo due giorni di esplorazione ricognitiva e quasi quattro ore di prove, riprove dubbi incertezze variazioni pressoché invisibili di tonalità e stoffe, la scelta cadde su un abito blu notte, che su di lei toglieva il fiato, con corpetto ricamato e gonna in tulle lunga, per fortuna, dovevamo solo trovare qualcosa che coprisse un po' di più anche sopra. Fu in quell’occasione che presi atto della dura realtà: ero geloso. Geloso marcio di mia figlia. Jacob non mi piaceva ma a quel punto avrei odiato anche San Francesco d’Assisi se avesse avuto la fortuna di accompagnarla al ballo.
Arrivati alla sera fatidica, mi guardai allo specchio e vidi quel che restava di me, erano quattro notti che non riuscivo a dormire e di conseguenza pensavo.
Pensare non mi faceva bene.
Dovevo, però, rimuovere occhiaie e barba incolta, Isabella mi aveva imposto di uscire, si era data malata per non presenziare al ballo come docente in modo che potessimo prenderci la serata tutta per noi, era convinta che uscendo non mi sarei accorto del tempo che passava e avrei superato meglio la serata.
Illusa.
Dovevo darle, però, almeno il beneficio del dubbio.
Alle venti in punto suonarono alla porta e s’iniziano ad avvertire una serie di gridolini isterici dalla stanza di Elisabeth. Bella era con lei, la stava aiutando a prepararsi. Quando le aveva proposto il suo aiuto Lizzy, accettò all'istante, dopo l'esperienza dello shopping con papà non voleva provare anche il brivido di testare le mie capacità di acconciatore.
Aprii la porta e mi trovai davanti al mio incubo ricorrente, chissà se di notte gli fischiavano le orecchie...
Con un sorriso smagliante mi porse la mano per salutarmi. Cosa cavolo aveva da ridere lo sapeva altro che lui. Cercai di essere educato e lo feci accomodare.
Nell'attesa di Elisabeth avrei forse dovuto intrattenerlo un po', ma francamente non ne avevo voglia. Non m’interessava niente di lui, mi bastava aver saputo quei due o tre dettagli che Bella mi aveva riferito per farmi un'idea abbastanza precisa dell'individuo, tutto il resto era inutile.
Quando Lizzy uscì, ci trovò seduti sul divano a guardare il nulla davanti a noi, Bella aveva preferito rimanere nascosta, appena sentii i suoi passi mi girai e rimasi senza fiato, era un sogno, il blu le stava d’incanto e anche l'acconciatura che le aveva fatto Bella, uno chignon alto con alcune ciocche di capelli che ricadendo ribelli le incorniciavano il viso, la rendevano eterea, una visione.
Il tipo accanto a me rimase inebetito a fissarla.
Troppo, decisamente troppo a lungo.
Perché è illegale togliere di mezzo i pretendenti non graditi di tua figlia? Infondo avrei reso un servizio alla comunità.
Quando l'espressione ebete di Jacob superò il minuto e mezzo, mi schiarii la voce e finalmente tornò tra noi. Le offrì l'orchidea la baciò, per fortuna sulla guancia, mi salutarono e uscirono di casa.
Bella apparve alle mie spalle un istante dopo.
«Non ci pensare, sicuramente passeranno una bella serata, i locali della scuola dove si tiene il ballo sono circoscritti e ci sono professori che sorvegliano che nessuno ecceda, in ogni senso. »
«Quel ragazzo non mi piace...»
«Nemmeno a me, ma Elisabeth è una ragazza con la testa sulle spalle, vedrai che non ci saranno problemi, e ora dai cambiamoci e usciamo anche noi.» Disse lasciandomi un bacio leggero sulle labbra.
«Potremmo distrarci anche restando a casa...».
«Smettila pelandrone! Vuoi che Lizzy quando rientra, ti trovi a casa ad aspettarla sul divano come farebbero i suoi nonni?»
«No, a dirla tutta vorrei che quando Elisabeth sarà accompagnata a casa, non la trovi libera per concludere in bellezza la serata. »
«Edward Cullen! Non ti facevo così bacchettone!» mi riprese, guardandomi maliziosa.
«Infatti, non lo sono, lo sai perfettamente.» replicai con la stessa malizia «È quel tipo che tira fuori il peggio di me.» E sconsolato andai a cambiarmi.


Cenammo in un ristorante italiano vicino a casa, dopo un’estenuante trattativa, ero riuscito a strapparle il giuramento che saremmo rientrati prima di Elisabeth, non so come avrei reagito se, aprendo la porta di casa, li avessi trovati tutti e due a sbaciucchiarsi sul divano … o altrove, quindi, era meglio fare in modo che non si creasse questo tipo di possibilità.
Mentre passeggiavamo per tornare verso casa, il cellulare vibrò nei miei pantaloni.
Il sangue mi si gelò nelle vene quando lessi il suo nome sul display.
«Ehi piccola! Che cosa succede?» chiesi accelerando subito il passo.
«Sono a casa.» Singhiozzò «Puoi tornare per favore? »
Non finì nemmeno la frase che stavo già correndo, in pochissimi minuti fui da lei.
La trovammo seduta sul divano, sprofondata nel tulle del vestito, con gli occhi gonfi dalle lacrime e neri dal trucco che queste avevano portato con sé.
«Stai bene?» Chiesi concitato cercando di scorgere eventuali segni di percosse «Giuro, che se ti ha fatto…».
«No... non è successo niente...» farfugliò singhiozzando «… me ne sono andata ... avevi ragione ... Jacob è un maiale...» Come volevasi dimostrare, pensai, cercando di rimanere impassibile.
«Raccontami...» le chiesi sedendole accanto mentre Bella le porgeva una tazza di caffè.
«Dopo che siamo usciti, siamo andati a prendere un aperitivo in un locale sulla Broadway dove Jacob aveva fissato con gli altri ragazzi della squadra di football e le loro ragazze. Dopo circa un'ora siamo usciti e abbiamo ripreso le auto, credevo saremmo andati al ballo ma lungo la strada ho visto che ci stavamo allontanando da Manhattan. Jacob continuava a dirmi che era una sorpresa, le altre coppie ci seguivano con le loro auto e ho pensato che avessero organizzato qualche cosa di carino. Quando siamo arrivati... ti giuro non credevo ai miei occhi... Era un motel. Ognuno di loro aveva prenotato una camera. »
Schifoso bastardo.
Il sangue iniziò ad affluirmi furiosamente al cervello l'avessi avuto tra le mani l’avrei massacrato al punto che sua madre l'avrebbe riconosciuto per il colore dei calzini.
«Elisabeth, cosa...» iniziai a chiedere con cautela. «Non avrà per caso...»
«Non sono entrata nella stanza.» e ringraziai all’istante ogni tipo di divinità conosciuta.
«Mi sono rifiutata di entrare. Abbiamo discusso furiosamente nel parcheggio, gli ho detto che volevo andare via da quel posto immediatamente, e lui ha iniziato a offendere. Mi ha urlato che mi sarei dovuta arrangiare se volevo tornarmene a casa perché lui non intendeva muoversi da là. Ha cercato di trascinarmi dentro afferrandomi per un braccio, ma gli ho tirato un calcio nelle palle. Mentre era in terra, sono corsa alla reception e ho chiamato un taxi e mi sono fatta riportare subito a casa ... io ... io... ho paura papà...» Disse infine scoppiando in un pianto disperato e gettandosi tra le mie braccia.
La strinsi forte e rimasi in silenzio, la rabbia che stavo provando nei confronti di quel bastardo faceva fremere ogni singola cellula del mio corpo e allo stesso tempo ero scioccato e immobilizzato dall'abbraccio di mia figlia, era una situazione stranissima, piacevole e dolorosa in egual misura; e maledissi il giorno in cui avevo deciso di occuparmi solo di me senza lottare e oppormi in alcun modo verso le decisioni altrui.
«Scusate.» sussurrò Bella alle mie spalle «Credo che se vi sbrigate potreste ancora partecipare al ballo.»
Elisabeth sciolse l'abbraccio che la teneva legata a me e guardò Bella stralunata.
«Bella io non credo...» iniziò a farfugliare «Come potrei andarci... Sola mi vergogno troppo.»
«Vuoi che Jacob racconti indisturbato la sua versione dei fatti? Sono sicura che lui sia già là. Non merita di passarla liscia. Se ti presenti al ballo, stai pur sicura che non aprirà bocca. È solo un vigliacco ricordatelo.»
«Non ho accompagnatore, non posso presentarmi là e dare spettacolo.»
«Vengo io.» Dissi senza nemmeno riflettere sulle mie parole, cosa credevo di fare, quale sedicenne sana di mente sarebbe mai voluta andare al ballo di fine anno con suo padre.
«Mi sembra una splendida idea!» Mi spalleggiò Bella.
«Ma la vostra serata...»
«Ce ne saranno tantissime altre non preoccuparti…» Le disse sedendosi accanto a lei asciugandole le lacrime con la mano «…di balli di fine anno no e, specialmente se potresti avere la tua rivincita su Jacob. In pochi conoscono Edward come tuo padre...» aggiunse strizzandole l'occhio «… moriranno d'invidia!» sghignazzò infine, trascinando con sé anche il sorriso di mia figlia.
Guardai Bella con ammirazione, sospettavo avesse qualcosa di speciale, adesso ne ero certo al cento per cento.
L’espressione di Elisabeth cambiò radicalmente passando da un viso impaurito e preoccupato a un volto illuminato da uno splendido sorriso.
«Sì,» disse infine. «Accompagnami te, papà.»
Giuro non me lo feci ripetere due volte, Bella la aiutò a risistemare trucco e acconciatura ed io in cinque minuti esatti ero già pronto per uscire da casa.
«Permette signorina.» Dissi porgendole il braccio.
«Con piacere.» Rispose appoggiandosi a me, baciai Bella sulle labbra e uscimmo.


Inutile negare che fummo al centro dell'attenzione generale, vuoi perché non si vedeva tutti i giorni un padre accompagnare la figlia al ballo di fine anno, vuoi perché Jacob lasciò la sala della festa trenta secondi esatti dopo il nostro ingresso e poi, inutile dirlo, perché eravamo proprio una bella coppia.
«Ti voglio bene papà.» Mi sussurrò quando finalmente riuscimmo a ballare un lento.
«Ti voglio bene anch'io tesoro, grazie per avermi dato una seconda possibilità di far parte della tua vita.» e abbracciandola stretta continuai a godermi quel momento irripetibile.


OGGI


C'è chi sostiene che gli errori di gioventù si pagano tutta la vita, che se perdi un treno difficilmente te ne passerà un altro altrettanto fortunato. Oggi posso tranquillamente rispondere a queste persone che se siamo pronti ad ammettere i nostri sbagli; gli errori fatti in passato possono solamente aiutarci a vivere meglio il nostro presente; di treni fortunati ne passano a centinaia, dobbiamo solo aprire gli occhi, fermarsi un momento dal caos che è diventata la nostra vita e guardare oltre le apparenze, ciò che in quel momento sembra una sciagura può rivelarsi la più grossa fortuna è dalla tua vita.
Quando Elisabeth piombò in casa mia tre anni fa, mai mi sarei aspettato che la mia vita, per essere perfetta, dovesse essere stravolta completamente.
In primis mi ero riappropriato del ruolo di padre che era mio di diritto, l'avevo rifiutato a suo tempo non ritenendomi adatto a rivestirlo, avevo accampato scuse assurde incolpando il mio lavoro. Niente di più falso: avevo paura, un'enorme paura di non essere all'altezza.
In secondo luogo grazie a mia figlia avevo conosciuto la donna della mia vita, Isabella.
Elisabeth finì il liceo alla Trinity High School e, nell'estate che segui il suo diploma Bella ed io, liberi da ogni problematica etica connessa al suo lavoro, ci sposammo.
Lizzy non si iscrisse alla facoltà di legge a Harvard, bensì a quella di storia dell’arte alla New York University, restando a vivere con noi e scatenando l'ira di sua madre che mi accusò di averla plagiata facendola collaborare occasionalmente con me. Nella nostra collaborazione non c’era niente di premeditato ma, devo ammettere, sono fui più che fiero della sua scelta.
La promozione sul lavoro non arrivò, o meglio, arrivò ma ormai era troppo tardi, anche in conseguenza della scelta di Elisabeth, mi dimisi dalla Volturi Brothers Inc. e Jasper con me; e insieme abbiamo aperto la nostra agenzia di pubblicità.

Avevamo abbastanza capacità, conoscenze ed esperienza per muoverci da soli senza che nessuno ci stesse col fiato sul collo ogni minuto della nostra esistenza. Se poi Elisabeth vorrà unirsi a noi, ne saremmo più che orgogliosi, intanto ci accontentiamo dei suoi piccoli e occasionali aiutini, da cosa nasce cosa, non si sa mai cosa ci proporrà il futuro. Specialmente adesso che devo correre a prendere Elisabeth al campus e volare all'ospedale dove Bella ci sta aspettando con la piccola Marie. Ci sarà da fare nei prossimi mesi, e non vedo l'ora di poter sfruttare anche questa seconda bellissima possibilità.


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Potete votare nei commenti, dando un voto da 1 a 5, in ogni storia, per le seguenti categorie:

MIGLIOR EDWARD-
MIGLIOR BELLA -
MIGLIOR FIGLIO -
PAPA' PIU' SEXY (DILF) -
STORIA PIU' HOT -
STORIA PIU' DIVERTENTE -
STORIA PIU' ROMANTICA -
STORIA PIU' DRAMMATICA -
LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -

32 commenti:

  1. Wow! Senza ombra di dubbio posso nominarla la one shot più lunga nella storia delle one shot!
    E' una storia completa, direi. Completa nel senso che c'è tutta la vita di Edward qui, nei dettagli anche.
    Ho avuto sensazioni particolari leggendola, ma quella più evidente è che tu sia davvero giovane, quindi complimenti per il grandissimo impegno e per la fantasia. Per quanto riguarda i personaggi, Edward è giustamente quello più ricco, data la notevole quantità di informazioni che tu elargisci senza parsimonia, quindi è quello dal carattere più definito. E' molto tenero, nonostante i suoi sbagli evidenti. Elisabeth mi è piaciuta tanto, è la cosa che mi è piaciuta di più in tutta la storia perchè l'ho trovata molto realistica.
    L'unica cosa che mi sento di dirti per la storia in sè, è che ci sono tantissime sviste tipiche della non-rilettura, ma sono cose facilmente corregibili :)
    Brava!
    -Sparv-

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  2. Complimenti anche a te per questa storia. Mi è piaciuto il suo doversi confrontare con una figlia già adolescente, con le ovvie lotte e problemi che porta con se questa situazione. E ho trovato molto bella la scena quasi finale in cui lui la porta al ballo, veramente tenera. Bravissima!

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  3. Brava, complimenti. E' bello sapere che le persone che amiamo sono disposte a concedere e concedersi una seconda possibilità. Questo Edward ha recuperato il suo rapporto con una bellissima Elisabeth in maniera semplice e naturale. E tutto grazie all'amore di una terza persona, completamente al di fuori della situazione ma che ha saputo leggere tra le righe di un'adolescente problematica.
    Storia completa e scorrevole, a parte qualche svista grammaticale.

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  4. Veramente, veramente deliziosa.
    Mi è piaciuta tantissimo con i giusti colpi di scena senza esagerare.
    Elisabeth fighissima.
    Edward bravissimo a recuperareo per meglio dire creare, il rapporto con lei... è stato perfetto.
    Si ci sono degli errorini ma i miei complimenti sono tutti tuoi.
    Un Bacio

    JB

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  5. Bellissima!!! Una storia molto attuale.. Rientra tra le mie preferite

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  6. Questa storia mi ricorda irresistibilmente uno spot della TIM, quello con la mamma di Garibaldi che parlando al telefono con un'amica dice "Scusa, ma Giuseppe sta in un'età difficile. Risponde."
    Il ritratto dell'adolescente Elisabeth è delineato con credibilità: sentitasi rifiutata dalla madre e dal padrigno (lasciata indietro come un bagaglio che si può abbandonare in deposito), estranea al mondo del padre/adolescente incapace di instaurare con lei un rapporto significativo, disorientata dalla perdita di amicizie e punti di riferimento, decide scientemente di fare la guerra ad Edward, pianificando con accuratezza le proprie strategie per attaccare e affondare il nemico. Essendo solo una ragazzina, però, questo modus operandi può garantirle solo una soddisfazione limitata visto che continuano a mancarle affetto ed attenzione e quindi manifesta il disagio come può, con la ribellione, il rifiuto delle regole e anche la negazione del suo modo di vivere precedente al trasferimento: da studentessa modello, educata e con la testa sulle spalle si trasforma in una piccola teppista senza interessi e senza obiettivi.
    Edward, nella sua totale inettitudine, nel suo egocentrismo, nella sua immaturità, è adorabile, uno di quei bimbetti viziati e capricciosi a cui tireresti volentieri uno scappellotto in testa dicendo "ma smettila di fare il bamba!". E' così sprovveduto che non si può fare a meno di provare per lui almeno un po' di simpatia. Per fortuna arriva Bella a fornirgli le chiavi di lettura di quanto sta accadendo attorno a lui, offrirgli consulenza operativa e a tenerlo al guinzaglio quando rischia di trasformarsi in un cavernicolo pronto ad aggredire il cattivissimo Jacob.
    Uncico neo: a mio avviso c'è scarso equilibrio fra il desiderio di dare profondità psicologica ai personaggi (viene raccontata nel dettaglio la loro storia personale) e la scelta di mantenere un tono leggero e scanzonato (tutta la vicenda è filtrata attraverso i pensieri di Edward, che però risulta un narratore inaffidabile perchè mente a se stesso e agli altri). In questo modo, secondo me, certe decisioni dei personaggi, certi cambiamenti risultano repentini e poco motivati.

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  7. Lunghissima e in alcuni casi un po' logorroica, forse non tutte le informazioni che dai sono utili ai fini della storia, che in sè è carina ma potevano essere caratterizzati meglio i personaggi.
    Brava comunque per l'impegno

    Ila Cullen

    MIGLIOR BELLA -2
    MIGLIOR EDWARD- 2
    MIGLIOR FIGLIO -4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) -1
    STORIA PIU' HOT -1
    STORIA PIU' DIVERTENTE -3
    STORIA PIU' ROMANTICA -2
    STORIA PIU' DRAMMATICA -1
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -2

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  8. Anche a me questa storia è piaciuta, i personaggi sono stati caratterizzati bene e risultano molto simpatici. Questo giovane uomo immaturo che pensa solo al lavoro, che si ritrova a fare il papà da un giorno all'altro della classica ragazzina adolescente rompiscatole, disillusa per un papà assente e menefreghista di cui, comunque, cerca di attirare l'attenzione e l'amore in più modi, uno più dispettoso e adorabile dell'altro.
    Bella storia!

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  9. Complimenti. Complimenti. Complimenti.
    La storia è lunga ma scorrevole, la leggi facilmente e senza accorgerti del tempo che passa. E questa è una delle caratteristiche fondamentali per una storia. Se è noiosa, risulta pesante e non hai più voglia di continuarla, anche se è solo una OS lunga. Questa invece è ricca di particolari, un rapporto padre-figlia descritto bene e con delle problematiche più che attuali. Trovo che sia molto difficile avere a che fare con un adolescente (Sono piccola, lo so, ma forse ora noto il rapporto e le preoccupazioni che hanno i miei genitori verso mia sorella), quindi è assolutamente geniale ciò che hai scritto. Il modo per avvicinarsi a sua figlia, per farle capire che lui ci sarebbe sempre stato etc etc.
    Mi è piaciuto molto anche il rapporto di Bella con Lizzy e la storia d'amore nata nel testo.
    Complimenti.
    Aly

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  10. MIGLIOR EDWARD-5 (Se ci fosse il sei, avrei votato quello. Questo Edward è perfetto, proprio perchè non è perfetto. Ma ammette di aver sbagliato e recupera.)
    MIGLIOR BELLA -5
    MIGLIOR FIGLIO -5
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) -4
    STORIA PIU' HOT -2
    STORIA PIU' DIVERTENTE -2
    STORIA PIU' ROMANTICA -5
    STORIA PIU' DRAMMATICA -2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -5

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  11. Sono riuscita a leggere anche la tua storia, anonima scrittrice. In effetti molto lunga e dettagliata, ma per me molto interessante e piacevole. Una storia credibile, dei giorni nostri. l'adolescenza tratteggiata bene, tanto che mi sono fatta la fantasia che tu sia madre di un'adolescente e anche il profilo di Edward è uno tra i più approfonditi del contest.Mi è piaciuto anche il messaggio positivo che questa storia porta con sè. Non è facile cambiare, ma se ne vale la pena è giusto darsi una possibilità. Brava!

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  12. MIGLIOR EDWARD-4
    MIGLIOR BELLA -3
    MIGLIOR FIGLIO -4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) -2
    STORIA PIU' HOT -2
    STORIA PIU' DIVERTENTE -2
    STORIA PIU' ROMANTICA -4
    STORIA PIU' DRAMMATICA -2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -3

    RispondiElimina
  13. Lunghissima, l'ho dovuta leggere a pezzi. Non amo le shot troppo lunghe, eppure nonostante sia infinita l'ho trovata bella, con caratteri molto attuali e verosimili. L'adolescente ribelle, il padre che non sa dove sbattere la testa, l'assist della professoressa, equamente diviso tra dedizione al suo compito di formatrice ed estrema attrazione verso il genitore in crisi.
    Come per tante altre, 7 su 10, ho redatto delle mie note a piè di pagina, con una descrizione di banali errori che, con un po' di buona volontà, potrebbero essere evitati a tutto vantaggio di una lettura più piacevole. Se li vorrete, sono a disposizione.
    Il tuo Edward è a pari merito con un altro paio, mi è piaciuta la sua caparbietà, il suo non arrendersi dopo anni di latitanza.
    Mi è piaciuta parecchio, dopotutto. Complimenti.
    Posso solo immaginare, da alcuni termini gergali definiti, che tu sia di origini toscane. Ci ho preso?
    JO

    MIGLIOR EDWARD- 5
    MIGLIOR BELLA - 4
    MIGLIOR FIGLIO - 4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
    STORIA PIU' HOT - 2
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 3
    STORIA PIU' ROMANTICA - 4
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4

    RispondiElimina
  14. MIGLIOR EDWARD- 4
    MIGLIOR BELLA - 3
    MIGLIOR FIGLIO - 3
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 2
    STORIA PIU' HOT - 2
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 3
    STORIA PIU' ROMANTICA - 4
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4

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  15. MIGLIOR EDWARD- 4
    MIGLIOR BELLA - 3
    MIGLIOR FIGLIO - 5
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 2
    STORIA PIU' HOT - 2
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 5
    STORIA PIU' ROMANTICA - 3
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA 5

    per me è: migliore sceneggiatura

    Luisa

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  16. MIGLIOR EDWARD - 5
    MIGLIOR BELLA - 5
    MIGLIOR FIGLIO - 4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
    STORIA PIU' HOT - 2
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 2
    STORIA PIU' ROMANTICA - 3
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4

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  17. Ho fatto una fatica enorme a leggerla, troppo, davvero troppo lunga.


    MIGLIOR EDWARD-4
    MIGLIOR BELLA -4
    MIGLIOR FIGLIO -2
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) -3
    STORIA PIU' HOT -1
    STORIA PIU' DIVERTENTE -1
    STORIA PIU' ROMANTICA -3
    STORIA PIU' DRAMMATICA -1
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -3

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  18. Ecco i miei voti:

    MIGLIOR EDWARD - 5
    MIGLIOR BELLA - 2
    MIGLIOR FIGLIO - 5
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 5
    STORIA PIU' HOT - 3
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 5
    STORIA PIU' ROMANTICA - 3
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4

    JB

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  19. I Miei Voti:
    MIGLIOR EDWARD 3
    MIGLIOR BELLA 2
    MIGLIOR FIGLIO 4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) 1
    STORIA PIU' HOT 1
    STORIA PIU' DIVERTENTE 3
    STORIA PIU' ROMANTICA 3
    STORIA PIU' DRAMMATICA 1
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA 2

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  20. MIGLIOR EDWARD - 4
    MIGLIOR BELLA - 3
    MIGLIOR FIGLIO - 5
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
    STORIA PIU' HOT - 1
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 2
    STORIA PIU' ROMANTICA - 2
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 5

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  21. Bella, mi è piaciuto molto il modo davvero non scontato in cui Edward trova la chiave del cuore adolescente della figlia. In un certo senso, lui che non c'era mai stato per lei, entra in scena proprio quando conta davvero. Anche la storia con Bella è descritta in modo dolce e delicato. È una visione molto positiva della vita e delle persone, tu sostieni che se si lascia aperto il proprio cuore, senza pregiudizi né eccessive recriminazioni, il futuro può riservare magnifiche soluzioni. Mi piace!

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  22. Davvero molto lunga questa storia ma bella e coinvolgente.
    Mi è piaciuto il tuo Edward ma ancora di più Lizzie, anche Bella ha avuto un ruolo importante in tutta la vicenda e naturalmente l'amore che è nato tra Edward e Bella ha dato un tocco in più a tutta la storia.
    Bella, complimenti.

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  23. MIGLIOR EDWARD- 4
    MIGLIOR BELLA - 4
    MIGLIOR FIGLIO - 4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
    STORIA PIU' HOT - 3
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 2
    STORIA PIU' ROMANTICA - 3
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 3

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  24. Molto bella anche questa storia. Mi sono piaciuti tantissimo Edward e la sua storia, la deliziosa Elizabeth piena di vitalità come tutti gli adolescenti.... La seconda possibilità cocessa dal destino e la conseguente redenzione...
    Brava davvero anche tu!

    MIGLIOR EDWARD-4
    MIGLIOR BELLA -4
    MIGLIOR FIGLIO -4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) -3
    STORIA PIU' HOT -2
    STORIA PIU' DIVERTENTE -2
    STORIA PIU' ROMANTICA -2
    STORIA PIU' DRAMMATICA -2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -3

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  25. Il commento alla storia lo metterò con più calma oggi metto solo i voti:
    MIGLIOR EDWARD-4
    MIGLIOR BELLA -4
    MIGLIOR FIGLIO -4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) -3
    STORIA PIU' HOT -2
    STORIA PIU' DIVERTENTE -2
    STORIA PIU' ROMANTICA -3
    STORIA PIU' DRAMMATICA -2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA -3

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  26. Molto lunga, ma anche molto bella e completa.
    Forse troppo lunga per essere un'os ma hai fatto un lavoro magistrale :)!!
    La storia d'amore tra Edward e Bella è dolcissima e il rapporto di Edward con sua figlia è davvero commuovente!!

    MIGLIOR EDWARD - 5 (Questo Edward è uno degli Edward più completi che abbia mai letto... passa da essere un dongiovanni che pensa solo alla carriera ad un padre amorevole :3)
    MIGLIOR BELLA - 5 (Come per Edward, questa Bella è una delle più complete. Oltre ad essere presente praticamente per tutta la durata della storia, ha un ruolo chiave e fa da tramite tra Edward e la figlia. La love story tra lei e Edward è da sogno!)
    MIGLIOR FIGLIO - 5 (Lizzy è una forza :)!!)
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
    STORIA PIU' HOT - 2
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 4
    STORIA PIU' ROMANTICA - 3
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 5

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  27. MIGLIOR EDWARD- 5
    MIGLIOR BELLA - 4
    MIGLIOR FIGLIO - 4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
    STORIA PIU' HOT - 2
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 3
    STORIA PIU' ROMANTICA - 4
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 4

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  28. MIGLIOR EDWARD- 4
    MIGLIOR BELLA - 3
    MIGLIOR FIGLIO - 4
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
    STORIA PIU' HOT - 1
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 3
    STORIA PIU' ROMANTICA - 2
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 1
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 3

    RispondiElimina
  29. MIGLIOR EDWARD - 4
    MIGLIOR BELLA - 2
    MIGLIOR FIGLIO - 5
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 2
    STORIA PIU' HOT - 2
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 1
    STORIA PIU' ROMANTICA - 3
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 4
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 3

    -Sparv-

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  30. MIGLIOR EDWARD- 3
    MIGLIOR BELLA - 4
    MIGLIOR FIGLIO - 3
    PAPA' PIU' SEXY (DILF) - 3
    STORIA PIU' HOT - 3
    STORIA PIU' DIVERTENTE - 4
    STORIA PIU' ROMANTICA - 3
    STORIA PIU' DRAMMATICA - 2
    LA STORIA DADDYWARD PREFERITA - 3
    Bella storia anche la tua!!! Brava!!!
    Aleuname.

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  31. Miglior Edward - 4
    Miglior Bella - 4
    Miglior figlio – 4
    Papà più sexy (DILF) - 4
    Storia più hot - 2
    Storia più divertente - 3
    Storia più romantica - 4
    Storia più drammatica - 2
    Storia Daddyward preferita - 3

    Anche qui per me manca una categoria: quella del miglior rapporto padre-figlio. Avrei dato 5!

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  32. Non mi sarei mai stancata di leggere questa storia! Padre e figlia sono personaggi fantastici in tutti i loro difetti, in tutti i loro pregi e nella loro maturazione. Fantastico anche come si evolve il loro rapporto. Complimenti!

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prova prova